Beppe Grillo reclama la paternità di nome e simbolo del movimento oggi guidato da Giuseppe Conte. Segno di una ridiscesa in campo?
C’è una parola che nel vocabolario del potere pesa più di tutte: simbolo. Non è grafica, non è marketing. È proprietà. E quando la proprietà diventa contesa, la politica smette di sorridere e comincia a farsi male. La “guerra del simbolo” tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte nasce lì: nel punto esatto in cui un’eredità si trasforma in contenzioso.
Ieri il fondatore ha rotto gli indugi notificando al Movimento guidato da Conte un atto di citazione davanti al Tribunale di Roma per rivendicare nome e contrassegno. In sostanza: quel simbolo non è del partito attuale, ma dell’associazione originaria di Genova. Una tesi che affonda le radici in passaggi precisi: nel 2017 la nascita dell’associazione “M5S-Roma”, con Luigi Di Maio e Davide Casaleggio tra i fondatori; la concessione in uso del simbolo da parte dell’entità genovese; il riconoscimento, nero su bianco, del ruolo di Grillo come garante e custode dei valori. E ancora: atti successivi in cui lo stesso Movimento romano e lo stesso Conte avrebbero riconosciuto quella titolarità, chiedendo al fondatore di non contestarne l’utilizzo.
Il precedente
Non solo teoria. C’è anche un precedente: una pronuncia della Corte d’Appello di Genova del 2021 che, secondo i legali di Grillo, rafforzerebbe la tesi della proprietà in capo all’associazione originaria. È su questo asse giuridico che si giocherà la partita. L’udienza è attesa per luglio: tempi non lunghissimi per la politica, ma eterni se nel frattempo si vota o si ridefiniscono gli equilibri del centrosinistra.
Grillo avrebbe atteso tempi migliori anche in considerazione dei guai giudiziari del figlio Ciro, condannato a 8 anni di reclusione per violenza sessuale dal tribunale di Tempio Pausania. Attorno all’ex comico, nel frattempo, si è formato un cerchio ristretto: Nina Monti, regista silenziosa della comunicazione; Danilo Toninelli; Elio Lannutti. Più distante Davide Casaleggio, ormai impegnato sul fronte IA. Pochi, ma compatti. Convinti che la battaglia non sia solo legale ma identitaria.
Il retroscena
Preludio di una (ri)discesa in campo? C’è chi è pronto a giurarlo, nonostante Beppe più volte abbia lasciato intendere di voler restare fuori e di non volerne sapere più nulla in attesa che la vicenda legata al figlio si chiarisca.
Ci sarebbe poi un piccolo retroscena. A spingere il fondatore all’affondo, raccontano i suoi, sarebbe stato anche l’ennesimo scarto politico di Conte: la partecipazione, sabato scorso a Roma, all’assemblea di +Europa organizzata da Riccardo Magi, con una linea netta su Ucraina e gas russo. Un segnale di trasformismo, una nuova collocazione che Grillo avrebbe letto come l’ennesima mutazione genetica del Movimento.
La contesa e l’identità politica
Il rischio, però, è più ampio della disputa personale. Se il simbolo finisce sotto tutela giudiziaria o cambia titolarità, l’effetto domino può investire l’intera coalizione di centrosinistra: liste da rifare, accordi da riscrivere, leadership da ridiscutere. Perché quel contrassegno, comunque vada, vale ancora consenso. E senza simbolo non c’è identità elettorale. In controluce resta anche il nodo economico: le restituzioni degli eletti depositati sui conti parlamentari, legati a impegni sottoscritti all’inizio della legislatura e bloccati su un conto intestato al M5S.
E la vecchia frattura sui circa 300 mila euro annui destinati al garante, uno dei detonatori della rottura tra Grillo e Conte. Se salta l’architettura giuridica, qualcuno potrebbe tornare a bussare per riavere quei soldi. Così la vicenda prende la forma di una resa dei conti a orologeria: tempi giudiziari, equilibri politici, memorie statutarie. Tutto insieme.
E con un esito tutt’altro che scontato. E proprio mentre Giuseppe Conte ha lanciato un’opa sulle primarie di coalizione del centrosinistra e sta per presentare il suo nuovo libro. Alla fine resta l’immagine più tagliente: un Movimento nato per superare i partiti tradizionali che finisce a contendersi un simbolo davanti a un giudice, come lo scudo crociato o il garofano. Dalle piazze alla cancelleria del tribunale. La rivoluzione che si misura a colpi di carte bollate. Più che una causa una sentenza politica già scritta.


















