Il ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo interviene al festival Feuromed: puntiamo su merito, così la Pa contribuirà alla crescita dell’Italia
Parliamo di crescita, ma l’Italia resta frenata da un nodo storico: il rapporto con il merito. Non come semplice riconoscimento, ma come criterio per selezionare chi deve assumersi responsabilità, a partire dalla classe dirigente.
Ne discutiamo con il ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, al quale la lunga esperienza manageriale consente, nel governo Meloni, di puntare alla modernizzazione della pubblica amministrazione attraverso riforme su merito, digitalizzazione, semplificazione e valorizzazione delle competenze, con l’obiettivo di renderla più efficiente, attrattiva per i giovani e al servizio del sistema Paese.
Ministro, come si affronta concretamente questo tema in un Paese dove da decenni si parla di merito, ma senza risultati reali?
«Il tema del merito è decisivo per la crescita del Paese. Significa investire nella qualità delle persone, e questo vale per tutte le organizzazioni, a partire dalla più grande: la pubblica amministrazione, che conta oltre 3,4 milioni di dipendenti e ha un ruolo centrale nell’erogazione dei servizi a cittadini e imprese. Se vogliamo che la pubblica amministrazione contribuisca davvero allo sviluppo, dobbiamo partire dalle persone. Le organizzazioni funzionano tanto quanto il talento e le competenze di chi le compone. E su questo, soprattutto nel settore pubblico, l’Italia ha ancora molta strada da fare. Quando sono arrivato ho trovato un sistema in cui oltre il 98% dei dipendenti veniva valutato come “eccellente”.
Un dato che dimostra che non c’è una vera percezione del valore del merito, dunque mi sono preoccupato fin da subito di lavorare su questo tema. Per questo abbiamo deciso di intervenire sia sul piano culturale, promuovendo formazione e valorizzazione delle competenze, sia su quello normativo. Abbiamo già approvato in Consiglio dei ministri un disegno di legge – ora all’esame del Senato – che introduce strumenti concreti per misurare le performance, mappare il potenziale dei dipendenti e orientarne meglio i percorsi di crescita. Inoltre, per la prima volta, la pubblica amministrazione potrà premiare il merito sulla base delle valutazioni dei dirigenti, allineandosi a quanto avviene nelle organizzazioni più efficienti».
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Quello che annuncia è un cambiamento rilevante, ma in passato tentativi simili si sono scontrati con forti resistenze: dalla riforma della scuola del governo Renzi, alla valutazione dei magistrati proposta con Cartabia. Il merito resta un tema sensibile nel nostro Paese. Non teme che anche questa volta possano prevalere resistenze sindacali e corporative?
«Non nascondo le difficoltà di un percorso come questo. Ho impiegato un anno e mezzo per costruire il disegno di legge, non per lentezza, ma per cercare il massimo confronto e la più ampia convergenza possibile con tutti gli interlocutori coinvolti. È stato un lavoro intenso, fatto anche di dialogo con chi è contrario al cambiamento. Purtroppo, nella pubblica amministrazione non sempre c’è una naturale propensione a innovare: spesso prevale la tendenza a difendere equilibri consolidati. Detto questo, non abbiamo alternative. Dobbiamo andare avanti con determinazione, affrontando le resistenze. Questo non significa non ascoltare le voci critiche, ma non possiamo permettere che il cambiamento venga bloccato».
La portata di questo provvedimento è stata forse sottovalutata, anche per altre priorità nel dibattito pubblico. Ma è destinato a diventare un tema centrale nei prossimi mesi.
«Sono pronto e non temo il confronto con chi proverà a ostacolare l’attuazione di questa riforma. Credo di avere argomenti solidi per sostenerla: il merito è oggi il principale motore di equità e sviluppo. Il nostro Paese deve comprenderlo rapidamente. Non possiamo pensare di affrontare il futuro senza valorizzare talenti e competenze: sarebbe un rischio serio. Al contrario, se sapremo riconoscere e premiare ciò che le persone sanno fare – soprattutto tra le nuove generazioni, che chiedono di essere misurate sulle proprie capacità – potremo liberare energie decisive per la crescita del Paese».
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In concreto, il disegno di legge permette che l’avanzamento di carriera avvenga senza passare dai concorsi, basandosi invece su valutazioni di performance effettuate in via gerarchica: chi ricopre posizioni superiori può così promuovere i collaboratori più meritevoli. Come funziona esattamente questo meccanismo?
«Oggi nella pubblica amministrazione fare carriera significa spesso solo studiare e superare concorsi, ma io ho imparato che sapere non basta: ciò che conta davvero è saper fare, e soprattutto mettere il proprio sapere al servizio degli altri. A me interessa verificare se chi ha responsabilità sia davvero capace di ottenere risultati concreti. Il sistema attuale premia esclusivamente la capacità di studiare, ma nel mondo di oggi dobbiamo essere in grado di misurare le performance, valorizzare i migliori e selezionare chi dimostra eccellenza.
Essere eccellenti non significa solo svolgere bene il proprio lavoro – quello è già premiato dallo stipendio – ma superare le aspettative e contribuire in maniera straordinaria agli obiettivi assegnati. Il nostro disegno di legge introduce strumenti che in realtà funzionano già in molte organizzazioni pubbliche e private nel mondo: consente a un dirigente di riconoscere un collaboratore capace di ottenere risultati brillanti e di proporlo per percorsi di responsabilità crescenti.
È evidente che questo processo deve essere trasparente e imparziale, fondato sulle capacità del dirigente proponente e su criteri chiari di valutazione. Non stiamo inventando nulla di nuovo: stiamo solo dando ai dirigenti della pubblica amministrazione le responsabilità che ogni leader dovrebbe avere in qualsiasi organizzazione. Fare il dirigente significa costruire una visione, motivare e guidare il proprio team, distinguere chi performa davvero e chi no. Se non saremo capaci di farlo rapidamente, la pubblica amministrazione faticherà a soddisfare le aspettative dei cittadini e delle imprese».





















