Meloni rilancia il referendum sulla giustizia e promette un tavolo con toghe e avvocati dopo il voto in caso di vittoria del Sì
A pochi giorni dal voto del 22 e 23 marzo, la campagna sul referendum costituzionale sulla giustizia entra nella sua fase decisiva e si carica sempre di più di significati politici.
A rilanciare il fronte del Sì è stata ieri soprattutto Giorgia Meloni, che ha provato a tenere insieme il merito della riforma e la necessità di smontare la lettura del referendum come giudizio sul governo. La presidente del Consiglio, in un’intervista al Dubbio, ha definito la revisione costituzionale «non di destra né di sinistra», ma «di semplice e puro buonsenso», sostenendo che separazione delle carriere e sorteggio per il Csm sono temi che in passato sono stati sostenuti anche da chi oggi si schiera contro.
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Meloni ha poi promesso che, in caso di vittoria del Sì, nei giorni immediatamente successivi convocherà a Palazzo Chigi un tavolo con magistrati e avvocatura per raccogliere suggerimenti sulle norme di attuazione, considerate «importanti quanto la stessa riforma». Tra i punti rivendicati dalla premier c’è anche l’Alta Corte disciplinare, indicata come uno dei cardini della riforma perché chiamata a sostituire la sezione disciplinare del Csm con un organismo terzo e imparziale.
Il sostegno di Parisi e le critiche al metodo
Ma il sostegno più politicamente significativo arrivato ieri al Sì è stato quello di Arturo Parisi, tra i fondatori dell’Ulivo, ex ministro della Difesa del governo Prodi e da sempre figura legata alla stagione delle riforme istituzionali del centrosinistra. Il suo intervento pesa proprio perché unisce il voto favorevole a una critica severissima del percorso che ha portato al referendum.
Parisi dice con nettezza che andrà a votare «per difendere la democrazia» e che voterà Sì «per fare avanzare una giustizia garantista», ma aggiunge subito di essere stato a lungo tentato dall’astensione e perfino dal No, perché a suo giudizio sarebbe stato meglio non arrivare affatto a questo passaggio.
Il punto, per lui, non è formale ma sostanziale: la riforma è arrivata al voto popolare perché approvata senza il coinvolgimento dell’opposizione di centrosinistra e senza quella larga convergenza che, nello spirito della Costituzione, dovrebbe accompagnare le revisioni costituzionali. Parisi contesta quindi l’iter parlamentare, accusa la maggioranza di aver blindato come inemendabile il testo e parla di una scelta che ha trasformato una materia complessa in uno scontro tra slogan e appartenenze.
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Il nodo della riforma e la separazione delle carriere
La sua posizione, però, non si ferma a questa bocciatura del metodo. Anzi, è proprio qui che il ragionamento diventa più rilevante: pur criticando il modo in cui si è arrivati al referendum, Parisi distingue il giudizio sul contesto politico da quello sul merito della norma. E sul merito sceglie il Sì.
Lo fa richiamando una matrice garantista che, a suo avviso, appartiene anche alla storia della sinistra e al lungo percorso riformatore che dal passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio avrebbe dovuto approdare proprio alla separazione delle carriere, cioè alla piena terzietà del giudice tra accusa e difesa.
Per Parisi è questo il cuore della riforma: tutto il resto, dai due Csm alle procedure pensate per contrastare la consanguineità tra funzioni requirenti e giudicanti, discende da qui. Non si fa illusioni, avverte che la riforma da sola non risolverà i problemi della giustizia e che ci vorrà tempo prima che i suoi effetti si traducano in un nuovo equilibrio reale.
Donne per il sì e rappresentanza nella magistratura
Sul fronte del Sì è intervenuto anche il comitato Donne per il Sì alla riforma, che ha scelto di legare il tema della revisione costituzionale a quello della rappresentanza femminile nella magistratura. Nell’appello si sostiene che il superamento del meccanismo di potere correntizio potrebbe contribuire a ridurre una penalizzazione che le donne continuano a subire tanto nella composizione del Csm quanto nell’assegnazione degli incarichi direttivi.
I numeri richiamati vanno in questa direzione: le donne sono ormai oltre il 56 per cento dei magistrati, ma nelle ultime due consiliature del Csm sono state elette appena 6 componenti togati su 20, meno di un terzo, mentre quasi il 68 per cento degli incarichi direttivi resta in mano agli uomini. Negli uffici requirenti, inoltre, una donna guida appena il 23 per cento delle strutture.
Scontro politico e polemiche sul caso Mattia
Intanto, però, la campagna si è ulteriormente incendiata sul terreno politico dopo il caso che ha coinvolto il deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia, finito al centro delle polemiche per un video in cui invita a ricorrere al «solito sistema clientelare» per sostenere il Sì. Le opposizioni hanno chiesto a Meloni di prendere le distanze e la vicenda è diventata subito un argomento contro la maggioranza. Nicola Fratoianni ha parlato di un episodio «di uno squallore senza fine», sostenendo che proprio da qui si capirebbe perché la destra sia «allergica ai controlli» e non sopporti le inchieste della magistratura.



















