Lo scontro sulla separazione delle carriere riapre il nodo del rapporto tra magistratura e politica. Tra il caso Violante, la storia delle correnti e le rivelazioni di Palamara, il dibattito sulla riforma della giustizia torna al centro della scena
Insomma, la separazione delle carriere rappresenta un principio guida delle democrazie liberali. Perché in Italia resiste, viceversa, un modello di organizzazione dell’ordine giudiziario di stampo fascista basato sulla carriera unica, sul concorso unico e sull’unico organo di autogoverno? È proprio il partito che viene dalla tradizione missina, Fratelli d’Italia, a farsi oggi alfiere della riforma.
Il nodo della terzietà del giudice
Per rispondere alla domanda bisogna quindi guardare dall’altra parte. Nel nome della difesa della Costituzione contro lo spauracchio, inventato, dell’autoritarismo, le formazioni di sinistra mostrano oggi totale disinteresse a garantire la terzietà del giudice nel giusto processo come prevede la Costituzione allo scopo di tutelare i diritti dei cittadini.
Il caso Violante
Una prova plastica di questo atteggiamento viene dall’intervento di Luciano Violante sul Corriere della Sera dove l’ex magistrato, ex parlamentare e guru della sinistra antimafia, con la scusa di fare chiarezza semina ambiguità nel dibattito sulla riforma. La cosa più sgradevole, sul piano umano e storico, è certamente la negazione dell’esistenza dell’intervista rilasciata da Giuliano Vassalli, partigiano, giurista, senatore socialista, a Torquil Dick Erikson del Financial Times nel lontano 1987 nella quale l’ex ministro della Giustizia e padre della riforma del processo accusatorio si esprime a favore della separazione delle carriere.
L’intervista di Vassalli
Con buona pace di Violante, l’intervista esiste e si può leggere comodamente in italiano perché ripubblicata nel 2024 sui siti web del settimanale Panorama e di Diritto di difesa, la rivista dell’Unione delle camere penali italiane. Sempre nel suo pezzo Violante cita una frase del 1986 in cui Vassalli ammette che «tutto il nostro ordinamento si esprime in senso profondamente diverso» rispetto al sistema accusatorio, trasformando il rammarico del giurista in una contrapposizione. Ci vuole una bella faccia tosta a convertire da morto il padre del processo accusatorio in un osservatore perplesso di quella riforma.
Il giusto processo e l’articolo 111
Ma la cosa più grave dell’intervento chiarificatore di Violante sta nella totale assenza di riferimenti all’articolo 111 della Costituzione, dedicato al giusto processo e approvato con una larga maggioranza del Parlamento. Al di là di quello che può aver realizzato Vassalli nel clima ostile del tempo, l’attuazione del processo accusatorio è stata una vicenda incrementale che ha richiesto la costituzionalizzazione del giusto processo con la previsione del giudice terzo proprio per dare fondamenta salde al superamento del Csm unico e all’istituzione della Corte disciplinare, ossia gli elementi del consenso alla Bicamerale D’Alema tra il 1997 e il 1998.
Le radici storiche nella Prima Repubblica
Quali sono le ragioni storiche che concorrono a dare impulso a questa deriva reazionaria della sinistra, ben rappresentata dal testo di Violante? Tutto nasce nel contesto della Prima Repubblica nella quale il Partito comunista italiano, il più grande dell’Europa occidentale, era di fatto escluso dall’esercizio del governo, essendo schierato con l’Unione Sovietica, leader del fronte comunista antioccidentale. Alberto Ronchey coniò in proposito l’espressione «Fattore K». Aldo Moro disse che l’Italia era di fatto una «democrazia bloccata».
L’egemonia negli apparati dello Stato
La conseguente frustrazione della sinistra si trasforma nell’impegno per l’egemonia culturale e per l’integrazione negli apparati istituzionali, i cosiddetti gangli vitali dello Stato. Tra questi vi era la giustizia. Tra gli anni Sessanta e Ottanta si sviluppa la stagione dei cosiddetti pretori d’assalto che usano il diritto per intervenire su temi sociali come i diritti dei lavoratori e delle cosiddette toghe verdi che promuovono cause per la tutela dell’ambiente, della salute pubblica e del territorio.
Magistratura progressista e interpretazione della Costituzione
Spesso si tratta di magistrati progressisti, molti dei quali appartenenti a Magistratura Democratica. Si afferma in quegli anni una corrente non formalizzata di giuristi che sostiene un’interpretazione progressiva della Costituzione, considerata un testo da interpretare alla luce dei cambiamenti sociali. Una prospettiva che, non a caso, influenza molti magistrati vicini a Magistratura Democratica.
Dalla lotta al terrorismo alla legislazione emergenziale
Intanto molti giovani militanti di sinistra scelgono giurisprudenza per diventare giudici e applicare le loro idee nel sistema giudiziario e molti magistrati lasciano la toga per la politica militando nel Pci e nei partiti eredi. In più la lotta al terrorismo e alla mafia introduce una legislazione emergenziale e pratiche giudiziarie più dure che spesso compromettono la tutela dei diritti dei cittadini e aumentano la discrezionalità dei giudici. Basti ricordare il caso di Enzo Tortora e oggi lo stile spregiudicato del procuratore Nicola Gratteri.
Le ammissioni di Violante
È lo stesso Violante a riconoscerlo nel suo intervento per il Corriere: nonostante l’introduzione del rito accusatorio, la legislazione emergenziale concepita nel nome della lotta alla mafia depotenzia le garanzie per la difesa e per gli imputati. E ancora là siamo purtroppo senza che autorevoli giuristi come Violante riconoscano oggi lo scempio dei diritti dei cittadini nei quali il sistema della giustizia italiana affonda.
Magistratura e politica
In quegli anni si realizza uno strano fenomeno: in un Paese in cui la democrazia dell’alternanza non è possibile a causa del Fattore K, gli esclusi finiscono per trasformare la magistratura in opposizione al governo. La sinistra comincia a vedere nei giudici i guardiani del potere mentre fa della Costituzione un testo sacro, un feticcio politico e un presidio intoccabile.
L’era di Mani Pulite
L’arrivo di Mani Pulite con lo smantellamento dei partiti della Prima Repubblica, unito alla retorica della lotta alla mafia, viene accolto come la catarsi del sistema. I giudici sono elevati a eroi dell’antipolitica. La magistratura diventa l’ente morale supremo chiamato a punire la politica cattiva e in un incestuoso rapporto con i media costruisce la gogna quotidiana in cui ogni decisore pubblico rischia di essere travolto.
Il partito dei giudici
È l’inizio del populismo italiano nel quale la sinistra esercita un ruolo preponderante. Gli anni della Seconda Repubblica sono segnati dal conflitto permanente tra politica e magistratura: l’opposizione contro Silvio Berlusconi, considerato espressione dell’Italia corrotta e del fascismo eterno, confida sistematicamente nella spallata giudiziaria.
Il sistema delle correnti
In questo percorso storico l’Anm si trasforma progressivamente nel partito dei giudici e il Csm in un parlamento della magistratura nelle mani delle correnti grazie al quale pubblici ministeri e giudici godono di una speciale impunità e della copertura garantita dalle loro consorterie. Le confessioni di Luca Palamara, ex presidente dell’Anm, svelano il sistema di spartizione delle nomine all’interno del Csm, le pratiche corporative delle correnti politicizzate e la marginalizzazione dei colleghi veramente indipendenti ma non producono alcuna autoriforma.
Separazione delle carriere e sorteggio
Se, come dovrebbe essere, la giustizia non è il tribunale del popolo incaricato di castigare la politica o di depurare la società da disonesti e corrotti ma il soggetto che accerta le responsabilità di reato garantendo ai cittadini accusati un trattamento imparziale, la separazione delle carriere diventa un elemento necessario per il funzionamento del sistema giudiziario di uno Stato liberaldemocratico. Allo stesso modo il sorteggio è lo strumento più efficace per impedire il comprovato sistema di collusioni corporative e liberare i magistrati dal giogo delle correnti.
Il no alla riforma
Oggi che finalmente possiamo esprimerci su una riforma che va in questa direzione il campo largo sceglie di dire no. Anche se nel passato aveva detto sì. Nel pezzo citato Luciano Violante deve sbracciarsi parecchio per dimostrare che la sua proposta di Alta Corte fosse ben altra cosa rispetto a quella prevista dalla riforma odierna. Ma nella sostanza resta la proposta formulata da un giurista di sinistra che più le si avvicina.
La deriva identitaria
Oggi però la rinnovata fedeltà al partito pretende che quell’idea, anche se giusta, sia contraffatta. Così la sinistra vuota di idee scivola in una deriva identitaria e settaria, alimenta la logica complottista, lancia allarmi ingiustificati sullo spauracchio autoritario e offre la prova della sua inadeguatezza. Il no sembra così il fallo di frustrazione di chi ancora vede nella casta degli inquisitori lo strumento più efficace per fare opposizione.


















