Nelle carte del Tribunale dei minori dell’Aquila il comportamento dei bambini nella casa famiglia viene descritto come aggressivo e segnato da incubi. Nordio invia gli ispettori mentre cresce lo scontro politico sul caso
La vicenda della famiglia nel bosco entra in una fase nuova e potenzialmente decisiva. Non tanto per le urla della politica – quelle, in Italia, arrivano sempre prima delle soluzioni – quanto per un cambio di poltrona dentro il Tribunale per i minorenni dell’Aquila. E talvolta, nei palazzi della giustizia, una poltrona che cambia può voler dire molto.
Nelle carte del tribunale c’è già una fotografia molto dura della situazione dei fratellini. In uno dei passaggi più delicati si legge che «si svegliano la notte con incubi non potendo contare sulla presenza dei genitori, come avveniva in precedenza a casa per la paura del buio». Il caso più evidente è quello di uno dei gemelli che, secondo le relazioni, «si è svegliato improvvisamente iniziando ad urlare in maniera straziante tanto da svegliare tutti i minori della struttura».
Le relazioni della casa famiglia
Non solo. Durante le lezioni organizzate nella casa famiglia i bambini avrebbero spesso rifiutato di partecipare. Interrompono le attività, si distraggono. «Nell’ultimo periodo hanno preso a rifiutare ogni contatto, limitandosi a chiedere di rientrare a casa», annotano gli operatori. Nella lettura del tribunale questo comportamento sarebbe collegato proprio al clima creato dalla madre, accusata di alimentare nei figli diffidenza e ostilità verso educatori e assistenti sociali.
Il passaggio di consegne
Il magistrato che ha firmato l’ordinanza più contestata, quella che ha disposto l’allontanamento dei tre fratellini dalla madre e il loro trasferimento in un’altra struttura protetta, è Cecilia Angrisano. Ora però la guida dell’ufficio passa a Nicoletta Orlandi, magistrato di Avezzano ed ex parlamentare del Pds. Un passaggio che potrebbe non essere solo amministrativo. Non è escluso che la nuova presidenza rilegga l’intero impianto del provvedimento: quando un’ordinanza rientra in un ufficio giudiziario con un vertice diverso, spesso non torna più fuori identica a prima.
Il fronte politico
La questione ha due piani. Il primo è politico ed è quello che ha fatto più rumore. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha confermato l’invio degli ispettori: «Abbiamo già dato disposizione. Un accertamento preliminare era stato avviato a novembre, ora è arrivato il momento di arrivare a una conclusione definitiva». Nel frattempo Giorgia Meloni ha colto l’occasione per attaccare la magistratura alla vigilia di un referendum dall’esito incerto. E Giuseppe Conte è partito all’attacco: «Presuppongo che se la presidente del Consiglio inizia a fare interferenze del genere si sia fatta mandare i provvedimenti dei giudici, abbia letto i fascicoli e si ritenga più preparata dei magistrati». Il ministro Salvini annuncia una sua visita. E come se non bastasse dopo Albano interviene anche Romina: «Li capisco, anche noi eravamo una famiglia nel bosco».
Il comportamento della madre
Il secondo piano, però, è quello che resta nelle carte. Perché l’ordinanza della Angrisano, al netto del clamore mediatico, contiene una ricostruzione molto dettagliata del comportamento della madre e dei bambini nella casa famiglia. La donna avrebbe mostrato una «ostilità crescente», «spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro e non si fida di nessuno».
Il nodo della scuola
Il nodo centrale riguarda però la scuola. La madre si è dichiarata refrattaria «alla didattica tradizionale», sostenendo che «i bambini dovrebbero iniziare il lavoro sugli apprendimenti dopo i sette anni, quando il cervello è maggiormente predisposto dopo aver fatto esperienze nella natura». Una visione che per il tribunale «confligge con l’obbligo di istruzione». Nel frattempo, per tentare di colmare le lacune, è stata incaricata una maestra. Ma l’avvio delle lezioni è stato tutt’altro che semplice. I primi giorni «tutti e tre i fratelli si sono rifiutati di colorare e o di leggere e scrivere», preferendo sfogliare libri illustrati per bambini molto più piccoli. In classe arrivavano con i loro giocattolini antistress da mordere. Simbolo di un’infanzia travolta.
L’escalation di aggressività
Poi c’è il capitolo che ha pesato di più nella decisione di separare la madre dai figli: una escalation di comportamenti aggressivi. «I minori hanno cercato in tutti i modi di far del male alle due educatrici presenti», si legge. «Con tale intento hanno rotto delle persiane per crearsi dei bastoni da lanciare rischiando di farsi male e di colpire anche una bambina di pochi mesi». In quell’episodio «un’educatrice ha riportato piccoli tagli sotto il mento e nel palmo della mano».
La figura del padre
Quando la madre non è presente, raccontano gli operatori, i tre fratelli «riescono a vivere momenti ludici ed interattivi», partecipano alle attività e interagiscono. Non tutto è nero. Il padre, Nathan Trevallion, appare come una figura più distensiva. Gli incontri con lui sono stati aumentati a tre a settimana. «I bambini giocano con entusiasmo – scrivono gli operatori – e il padre li rassicura parlando dei loro animali e della vita a casa». In questi giorni continua ad arrivare alla casa famiglia. Con lui ci sono la nonna e una zia arrivate dall’Australia per stare vicino alla famiglia. Zia Rachel è stata vista passeggiare nel cortile con i nipoti e le biciclette, mentre il padre e la nonna sono rimasti all’interno della struttura.
La difesa dei magistrati
Ieri sera la presidente del Tribunale per i minori Cecilia Angrisano e il procuratore David Mancini hanno diffuso una nota congiunta per riaffermare che «ogni iniziativa giudiziaria di loro competenza è ispirata esclusivamente ai principi di tutela dei diritti delle persone di minore età, come sanciti nella Costituzione e nelle fonti di diritto internazionale». Secondo i due magistrati «l’assicurazione della corretta crescita del minore e della serena evoluzione della sua personalità è il principio guida dell’azione giudiziaria degli uffici minorili che viene condotta con attenzione, sensibile partecipazione e coinvolgimento dei soggetti adulti che si pongano in posizione collaborativa», sottolineando e stigmatizzando «toni aggressivi» dei commentatori e chiedendo «rispetto per le istituzioni chiamate a operare» con decisioni «eventualmente sindacabili nei successivi gradi di giudizio».
I dubbi della garante
A sollevare dubbi è stata anche la garante per l’Infanzia Marina Terragni. «La mia richiesta è caduta nel vuoto», ha spiegato. «L’ho inoltrata al Tribunale dei minori dell’Aquila, alla Procura, alla tutrice e alla casa famiglia. Nessuna risposta. Mi sembra un grave sgarbo istituzionale». Terragni racconta di aver chiesto di poter visitare i bambini insieme a un gruppo di esperti. «Trovo questa vicenda assurda: non sono bastati una relazione della Asl e i pareri di neuropsichiatri come Ammaniti e Cantelmi». La garante aggiunge un’osservazione che pesa come un macigno: «Mi chiedo come sia possibile stupirsi per certi comportamenti della madre. Chiunque davanti al pianto dei propri figli perderebbe la testa».
Il ricorso e l’assedio mediatico
Gli avvocati della famiglia, Marco Femminella e Danila Solinas, nel frattempo hanno presentato ricorso alla Corte d’Appello chiedendo la sospensione dell’ordinanza. Altro elemento inquietante è l’assedio mediatico. Davanti alla struttura stazionano troupe e fotografi. Nelle carte del tribunale si parla di possibili violazioni della Carta di Treviso. In una memoria difensiva si denuncia che una troupe televisiva è riuscita a entrare nella struttura mostrando le stanze dei bambini e i loro lettini.
La domanda finale
E c’è uno spettro che aleggia sullo sfondo: la dichiarazione di adottabilità. Troppi occhi puntati, troppe telecamere perché un passaggio così irreversibile possa compiersi senza scatenare un terremoto. E qui sorge una domanda meno comoda: se questa storia non fosse diventata un caso nazionale, cosa sarebbe successo? Quante «famiglie nel bosco» sconosciute attraversano traumi simili senza che nessuno alzi un dito?a domanda meno comoda: se questa storia non fosse diventata un caso nazionale cosa sarebbe successo? Quante «famiglie nel bosco» sconosciute attraversano traumi simili senza che nessuno alzi un dito?



















