27 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Feb, 2026

Ma dov’è finita la canzone italiana? Sanremo e il trionfo dell’atroce afasia

Parole smangiate, strofe incomprensibili e testi usa e getta: a Sanremo la canzone italiana sembra aver perso il suo lessico sentimentale e la capacità di farsi ascoltare davvero


Ma dov’è finita la canzone italiana? Da spettatori più o meno distratti di questa edizione del Festival di Sanremo la domanda nasce spontanea, nonché ineludibile. La sensazione, infatti, è quella di ascoltare brani che non chiedono di essere ascoltati davvero.

Se c’è stato un tempo in cui Sanremo decideva il lessico sentimentale del Paese, dettava frammenti di un discorso amoroso collettivo, oggi ci sembra di assistere al trionfo di quei “giovani infelici” di cui parlava Pasolini, definendoli affetti da «una forma di atroce afasia».

Come chiamare altrimenti quella dizione che richiederebbe il televideo attivato con i sottotitoli? Quelle parole impastate, smangiate, dissolte in un falsetto ansimante o in un parlato svogliato? Se per comprendere un verso occorre riascoltarlo tre volte o cercare il testo online, qualcosa si è incrinato nel patto elementare tra cantante e pubblico.

Un tempo la canzone era un esercizio di attenzione. Si ascoltava il verso, lo si citava, lo si imparava a memoria. Oggi l’ascolto è consumo sempre più distratto, è un frammento da reel. Questo cambiamento produce effetti evidenti: la strofa non deve costruire senso, basta preparare il ritornello; l’immagine deve essere immediatamente riconoscibile; la parola deve “stare nel beat”. Con il risultato che capire certi pezzi è un’impresa. E non ci riferiamo solo ai brani urban pop-rap o hip-hop, o quel che è, che non richiedono certo fini dicitori, ma anche a brani di genere pop-melodico più convenzionale.

A Sanremo solo pop e testi usa e getta

Non si tratta di inflessioni dialettali – che anzi sarebbero ricchezza – ma di scarsa cura della parola. Come se il testo fosse secondario rispetto all’effetto vocale. Forse occorrerebbe distribuire “libretti” come all’opera lirica, perché il più delle volte, al di là di un beat orecchiabile, qualche frase a effetto e l’immancabile riferimento a Gaza, restano poche idee intellegibili.

E del resto, se pure li leggessimo questi testi, che cosa ci troveremmo? Quasi sempre cliché banali e immagini scontate, un profluvio di sostantivi astratti, aggettivi più generici che mai e formule preconfezionate («Resta con me», «Ti penso sempre», «Male necessario»). In confronto, perfino il «Comunque vada panta rei» di Francesco Gabbani spicca come una vetta di citazionismo colto. È – quello che ci stanno propinando – un vocabolario ridotto a poche decine di parole-chiave, un campo semantico desolatamente ristretto che si ripete brano dopo brano, con minime variazioni.

Troppi autori per poche idee

La cosa più sorprendente, poi, è il numero di firme sotto ogni brano. Cinque, sei, talvolta sette autori per tre minuti di canzone. Un piccolo condominio creativo per produrre che cosa? Ci si chiede cosa accada in quelle stanze (riunioni di brainstorming?) per un risultato finale che raramente giustifica l’assembramento. La scrittura collettiva dovrebbe moltiplicare le idee; qui sembra averle diluite fino all’irrilevanza.

Del resto, anche musicalmente l’involuzione è palese. Tra ritmi che sembrano remix domestici di hit riciclate, rap sdolcinato sporcato da frasi affettate e pop piattissimo, a latitare è una qualsiasi architettura sonora. Il pubblico si è adattato alla superficialità e il marketing si è adattato al pubblico. O viceversa, chissà. Fatto sta che in un’epoca in cui l’industria musicale oltreoceano costruisce narrazioni soniche complesse e stratificate, da noi sembra di ascoltare un karaoke di idee prefabbricate.

Sanremo come specchio del Paese

Certo la povertà lessicale, l’afasia, la banalità non nascono dal nulla: sono la conseguenza di anni di riduzione dell’attenzione, di impoverimento linguistico, di scuola delegittimata, di dibattito pubblico semplificato. Sanremo si limita a riflettere un fenomeno. Se il vocabolario medio si restringe, anche i testi delle canzoni si restringono. Se l’ascolto diventa consumo rapido, la musica si adegua.

Il confronto con il passato non è una questione di nostalgia. Saremo anche dei boomer, ma la media era oggettivamente più alta, più consapevole, più curata. Il rischio, allora, non è che Sanremo produca brutte canzoni. Quello già lo sta facendo. Il rischio è che una tradizione melodica che, nel bene e nel male, ha saputo trasformare tre minuti in racconto popolare, oggi diventi un luna park di suoni effimeri e di parole usate come un accessorio estemporaneo.

LEGGI «Io odio Sanremo»: la liturgia che ci sincronizza senza unirci

Dove tutto è calibrato per non disturbare, per restare in una comfort zone radiofonica, come una playlist preconfezionata che scorra senza attriti, senza scarti, senza memoria. E soprattutto, senza che si capisca davvero che cosa stia cantando.

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