25 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

23 Feb, 2026

Rogoredo, fermato l'agente Cinturrino: "Potrebbe fuggire"

Il boschetto di Rogoredo

Fermato per pericolo di fuga l’assistente capo Carmelo Cinturrino per l’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo. L’arma è stata messa dopo accanto alla vittima. La procura: pericolo di fuga, rischio di inquinamento probatorio e rischio di reiterazione del reato


Carmelo Cinturrino, assistente capo di polizia, è stato fermato con l’accusa di aver ucciso il 28enne Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo la notte del 26 gennaio. L’ipotesi della Procura di Milano è quella di omicidio volontario.

Il fermo di Cinturrino si fonda sulle indagini della Squadra Mobile e del Gabinetto regionale di Polizia scientifica della Polizia di Stato, coordinate dalla Procura di Milano.

La pistola messa dopo

Determinante, secondo gli inquirenti, è stato accertare che Mansouri, quando è stato colpito, non impugnava alcuna arma. La replica della pistola trovata accanto al corpo sarebbe stata portata e collocata solo in un secondo momento.

Sull’arma non sono state trovate tracce di Dna della vittima, ma esclusivamente quelle dell’assistente capo. Lo ha spiegato il pm Giovanni Tarzia in conferenza stampa.

Carmelo Cinturrino in una foto dal profilo Facebook

Alle analisi scientifiche si aggiungono – come evidenzia la Procura – le risultanze delle testimonianze raccolte, gli interrogatori, l’analisi delle immagini delle telecamere di sorveglianza, l’esame dei dispositivi telefonici e una serie di accertamenti tecnico-scientifici che hanno consentito di ricostruire la dinamica dell’evento.

Il fermo in commissariato

Cinturrino è stato fermato mentre era in servizio nel commissariato di via Mecenate. Gli uomini della Squadra Mobile sono arrivati circa un’ora dopo l’inizio del turno. Nel decreto vengono indicate tutte e tre le esigenze cautelari: pericolo di fuga, rischio di inquinamento probatorio e rischio di reiterazione del reato. Dalle indagini emergerebbe un profilo di pericolosità ritenuto «forte» dagli investigatori.

I colleghi: «Ha mentito sui soccorsi»

Quattro poliziotti, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, hanno preso le distanze dalla gestione dei fatti. Davanti al pm Giovanni Tarzia, nell’indagine coordinata dal procuratore Marcello Viola e condotta dalla Squadra mobile, hanno riferito che sarebbe stato Cinturrino a occuparsi delle fasi successive allo sparo.

Secondo quanto emerso dai verbali, avrebbe detto ai colleghi di aver già chiamato il 118. Ma, stando alla ricostruzione degli investigatori, la telefonata ai soccorsi sarebbe partita solo 23 minuti dopo, quando il 28enne era già a terra agonizzante.

Le posizioni dei quattro agenti sono diverse: uno era accanto a Cinturrino al momento dello sparo, gli altri sono arrivati in seguito. Tuttavia, tutti convergono su un punto: la gestione fu accentrata e opaca.

“Ce l’aveva con lui”

Secondo quanto ricostruito, nell’ultimo periodo l’agente avrebbe preso di mira Mansouri. «Ce l’aveva con lui», è la sintesi investigativa. Resta da chiarire il movente e anche la natura della pregressa conoscenza tra i due.

Da almeno quattro testimonianze e dagli interrogatori di tre agenti indagati emerge un «quadro allarmante dei metodi di intervento» dell’assistente capo nelle operazioni antispaccio nei boschi di Rogoredo.

Un testimone oculare ha messo a verbale che Mansouri non era armato: avrebbe avuto in mano un telefono e una pietra e sarebbe stato colpito mentre stava tentando di fuggire. Inoltre, secondo quanto risulta, né Cinturrino né il collega presente avrebbero intimato l’alt né si sarebbero qualificati.

Perquisizioni e sospetti

La Squadra Mobile sta perquisendo l’abitazione della compagna dell’agente, in zona Corvetto. Tra gli elementi al vaglio anche presunti episodi di richieste di denaro a pusher e tossicodipendenti, circostanze ancora da verificare.

I 23 minuti che pesano sull’inchiesta

Secondo la ricostruzione finora acquisita, tra lo sparo e la chiamata al 118 sarebbero trascorsi 23 minuti. Un intervallo che rappresenta uno dei punti chiave dell’accusa. Mansouri, poco prima di essere colpito, era al telefono con un altro presunto pusher che lo avrebbe avvertito della presenza della polizia. Dopo quel momento non avrebbe più risposto.

Quel tempo sospeso, tra il colpo e l’arrivo dei soccorsi, è ora uno dei nodi centrali del procedimento.

Le reazioni

«Vicenda dolorosa, ma nessuno scudo immunitario», ha dichiarato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, sottolineando che le forze di polizia sono in grado di fare giustizia anche al proprio interno. Matteo Salvini ha aggiunto: «Se qualcuno in divisa sbaglia, paga più degli altri».

I legali della famiglia Mansouri chiedono ora che «chi sa parli» e che venga fatta piena luce su quanto accaduto.

L’inchiesta prosegue. Il gip dovrà ora decidere sulla misura cautelare.

La difesa: «Ho sparato per paura»

Cinturrino ha sempre sostenuto di aver agito per legittima difesa. «Non avevo intenzione di uccidere. Ho sparato perché avevo paura», ha ribadito al suo difensore, l’avvocato Piero Porcian.

L’assistente capo nega di aver avuto rapporti con gli spacciatori della zona e respinge la ricostruzione fornita dai colleghi.

Ma il fermo disposto dalla Procura segna un punto di non ritorno nell’indagine. L’ipotesi dell’omicidio volontario, che fino a pochi giorni fa sembrava solo una possibilità, ora è l’asse portante dell’accusa. E il caso Rogoredo entra in una nuova fase, giudiziaria e pubblica.

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