Il senatore Giovanni Pellegrino, storico esponente del Partito comunista e “anima garantista” della sinistra, analizza il dibattito sulla riforma della giustizia, evidenziando le criticità che caratterizzano il Csm e la necessità di separare le carriere di giudici e pm
Nel discorso pronunciato due giorni fa a Palazzo dei Marescialli, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato chiaro: il Csm merita rispetto, sebbene non sia «immune da lacune, difetti ed errori». Le critiche al Consiglio superiore della magistratura, dunque, sono legittime, ma non nelle forme usate dal ministro Carlo Nordio.
Così come appaiono scomposti gli attacchi della presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, tra l’altro, non fanno altro che compattare il fronte di chi si oppone alla riforma della giustizia oggetto del prossimo referendum. Ne è convinto il senatore Giovanni Pellegrino, che per decenni ha incarnato l’anima garantista del Partito comunista e della sinistra. Non a caso, oggi, Pellegrino è un convinto sostenitore della riforma che sancisce la separazione delle carriere di pm e giudici e introduce il sorteggio per l’elezione dei componenti del Csm.
Senatore, partiamo dal discorso di Mattarella: lo condivide nei contenuti e nelle forme?
«Certo. Ma quel discorso va ascoltato per intero. Il presidente, in modo opportuno, ha chiesto di abbassare i toni del confronto tra le istituzioni. Nello stesso tempo, però, ha riconosciuto che qualsiasi istituzione è criticabile, in forme civili, compreso il Csm. D’altra parte il Csm è storicamente caratterizzato da evidenti criticità. E mi consenta di aggiungere un elemento».
Prego.
«Il modo migliore per dare seguito al monito di Mattarella è non solo abbassare i toni, ma soprattutto tornare al confronto sul merito della riforma. Bisogna occuparsi non delle presunte intenzioni di ha promosso quella legge, ma di ciò che oggettivamente è contenuto nel testo. Che, tra l’altro, chiarisce come la magistratura sia un ordine indipendente da ogni potere dello Stato. Con buona pace di chi ritiene che l’obiettivo del governo sia quello di assoggettare i magistrati alla politica».
Ma a chi giovano i toni esasperati di questa campagna referendaria?
«Giovano soprattutto al fronte del No perché alimentano la voce secondo la quale il governo Meloni intende assoggettare il pm all’esecutivo o garantire l’impunità alla politica. Sono sciocchezze che non trovano riscontro nella lettera della legge».
Quindi Nordio ha sbagliato a definire il Csm “sistema paramafioso”?
«Non sono d’accordo nella forma. Lo scandalo Palamara ha dimostrato come, nel Csm, la divisione della magistratura in correnti abbia portato a scambi di promozioni, favori, manifestazioni di indulgenza. Questo è storia e dirlo, pacatamente e con serenità, non offende il prestigio di un organo di rilievo costituzionale. Palamara lo ha detto chiaramente: il Csm è ridotto a un regime».
Ma il sorteggio dei componenti del Csm basterà a riportare l’ordine?
«È lo strumento “meno peggiore”. Sarebbe stato preferibile consentire al rappresentato di scegliere il rappresentante. La cristallizzazione delle correnti, però, ha portato agli eccessi della vicenda Palamara. Quindi il sorteggio, soprattutto se temperato, è uno strumento in grado di sottrarre il Csm allo strapotere delle correnti. E a sostegno di questa mia tesi non posso non citare un nome».
Quale?
«Guido Salvini, il magistrato che più di ogni altro ha fatto chiarezza sulla strategia della tensione. Salvini non apparteneva a correnti e quindi subì l’ostilità della magistratura organizzata. Io fui l’unico a sostenerlo, tanto che la mia attività di presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi fu fortemente ispirata al suo impegno. Salvini era un giudice solo, infatti gli furono più volte mosse contestazioni disciplinari con l’obiettivo di impedirgli di svolgere il suo lavoro».
Eppure è raro che un magistrato sia sottoposto a procedimento disciplinare e sanzionato, non trova?
«È così. Perciò parlo di “scambi di perdoni”, oltre che di promozioni. La giurisdizione domestica del Csm è fallimentare e deludente: non è possibile che pochissimi magistrati siano sanzionati e che tutti vengano promossi».
Ricorda qualche caso clamoroso a sostegno di questa sua tesi?
«Anni fa, in Puglia, un magistrato fu travolto dal dolore per la morte del padre e trovò rifugio nella cocaina. Un giorno fu fermato dalla polizia stradale, era su di giri e inveì pesantemente contro gli agenti. Il giorno dopo il presidente del Tribunale gli chiese di sostituire un altro giudice in udienza. Lui andò in udienza e svenne. Immancabilmente, dalle analisi del sangue emerse l’assunzione di cocaina. Risultato: quel magistrato se la cavò saltando una sola valutazione di professionalità, quindi non subì alcuna conseguenza nella carriera. E ciò fu possibile grazie al gioco delle correnti».
L’Alta corte disciplinare e il sorteggio dei membri del Csm riusciranno, insieme, a interrompere questo gioco?
«L’Alta Corte mi sembra una soluzione valida. D’altra parte è molto simile a quella contemplata nel testo prodotto dalla Commissione bicamerale. Del sorteggio ho già detto. Vedremo».
E che cosa pensa, invece, della separazione delle carriere di pm e giudici?
«La separazione è coerente col processo accusatorio e con la riforma dell’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo. Un giudice realmente terzo e imparziale è una fondamentale garanzia per il cittadino. Non a caso il procuratore di Lecce, Giuseppe Capoccia, nel dirsi a favore della separazione delle carriere ha auspicato una separazione anche dei concorsi di pm e giudici».
In questo contesto ha un ruolo preponderante l’Anm che si contrappone al governo e sostiene il comitato per il No al referendum. Lei condivide la postura dell’Anm e la richiesta di rendere noti i finanziatori del comitato del No?
«I magistrati aderiscono all’Anm solo per fare carriera. Di sicuro non condivido la tendenza dell’Anm a gridare alla morte della democrazia davanti alla riforma. Allo stesso modo non condivido l’iniziativa del Ministero della Giustizia che ha chiesto all’Anm di comunicare i nomi dei finanziatori del comitato per il No: è un tentativo di schedatura».
All’Anm si imputa di agire come un partito politico. E questo apre il discorso sulla politicizzazione della magistratura. Lei, in un suo libro, racconta che, dopo lo scoppio di Tangentopoli, manifestò all’allora segretario comunista Massimo D’Alema il timore che le inchieste potessero travolgere anche Botteghe Oscure. D’Alema le rispose che Tangentopoli non avrebbe toccato il Partito comunista e che ciò gli era stato garantito da Luciano Violante. La politicizzazione della magistratura parte da lì?
«Non lo so. Certo è che Violante avviò la deriva giustizialista del Partito e dell’intera sinistra, oggi ripresa dal Movimento Cinque Stelle. Noi comunisti, in origine, eravamo garantisti. Con Violante subimmo una torsione giustizialista. Poi Violante capì di aver sbagliato. Non a caso, nel suo ultimo libro, dice che i magistrati devono essere “a guardia del trono” e che non devono nutrire l’ambizione di accomodarsi su quello stesso trono. Ma sa chi ci fece capire che seguendo Violante sbagliavamo?».
Chi?
«Silvio Berlusconi. Fu lui ad andare al governo dopo Tangentopoli. E, sconfiggendoci, ci fece capire che sbagliavamo. Noi eravamo convinti di vincere con la nostra gioiosa macchina da guerra, invece il garantista Berlusconi fu capace di coalizzare Forza Italia con la Lega al Nord e con il Movimento sociale al Sud. Il risultato fu quello che conosciamo».
Quindi la premier Meloni, quando punta il dito contro la magistratura politicizzata, ha ragione o no?
«Quella di Meloni è una esagerazione. È animata dalla “naturale invidia dei poteri” di cui parlò Benjamin Franklin e di cui parlò anche Alexis de Tocqueville. Vede, il potere politico è naturalmente invidioso del potere giudiziario che lo controlla. A ogni modo Meloni sbaglia e, attaccando i magistrati in quel modo, porta voti al fronte del No. Perché rafforza l’idea che la riforma punti a indebolire il controllo di legalità svolto dalla magistratura sulla politica. Cosa che, oggettivamente, non è vera».
Meloni sbaglia, dunque. Sul fronte opposto ci sono il pm Nicola Gratteri, secondo il quale per il Sì voteranno inputati e massoni, e il Pd, secondo il quale la riforma è sostenuta dai fascisti. Che ne pensa?
«Finora il dibattito sulla riforma è stato tra tifoserie acritiche e faziose. Il che ha spinto Mattarella a intervenire. Quanto al Pd, Elly Schein sta sbagliando tutto. Per fortuna ci sono personalità riformiste come Augusto Barbera ed Enrico Morando che tengono la barra dritta. Il Pd si sarebbe dovuto confrontare con la maggioranza, magari per migliorare il testo della legge, invece ha saputo solo gridare allo scandalo».
Goffredo Bettini e Nichi Vendola si sono detti tendenzialmente favorevoli alla riforma, ma hanno annunciato che voteranno No per impedire a Meloni di avere pieni poteri: condivide questa impostazione?
«Separiamo i piani. Il mio giudizio personale su Meloni non è negativo e voterò Sì al referendum, anche se la mia storia è diversa e non condivido le altre politiche messe in campo dal governo».
Lei ha citato Barbera che si è detto preoccupato del fatto che, se al referendum dovesse vincere il No, passerà il messaggio di una Costituzione di fatto immodificabile e della impossibilità di fare riforme. Condivide?
«Certo. Anche perché non sarebbe la prima volta che un tentativo di modernizzare il sistema della giustizia non va in porto. Detto ciò, mi auguro che vinca il Sì».


















