L’avvocato e costituzionalista Giovanni Guzzetta commenta la querelle che ha visto contrapporsi l’associazione nazionale magistrati e il governo sul finanziamento al comitato per il No al referendum
«Non siamo di fronte ad uno scontro politico, ma ad una questione di trasparenza che dovrebbe interessare tutti». Così Giovanni Guzzetta, avvocato e ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Roma Tor Vergata, commenta il conflitto in atto nella campagna referendaria dopo l’invio della lettera in cui il ministero della Giustizia chiede all’Anm chiarezza sui finanziatori del Comitato del No. «La stessa Associazione nazionale magistrati, che credo abbia a cuore una apparenza e una sostanza di trasparenza rispetto all’attività giurisdizionale – afferma il costituzionalista – dovrebbe essere la prima a voler chiarire allontanando ogni opacità».
Professore, in molti giudicano “irrituale” che sia il ministro a chiedere all’Anm la lista dei donatori del Comitato del No. Cosa ne pensa?
«La lettera del capo di gabinetto del ministro non ha nessuna natura di ordine all’Anm, perché l’associazione o il comitato non hanno gli obblighi di trasparenza che hanno i partiti politici. Si tratta semplicemente di un invito alla trasparenza su una questione molto delicata che solleva dubbi di conflitto di interessi, conseguenti al coinvolgimento dell’Anm in quanto tale nella campagna referendaria. Tutto viene utilizzato politicamente, però in questo caso c’è un problema reale che va al di là degli schieramenti, ossia il fatto che un’associazione composta dal 95% dei magistrati, prenda una posizione così netta, pur essendoci un dissenso interno, e raccolga finanziamenti da parte di privati».
A porre quei dubbi che poi hanno portato alla lettera di Via Arenula è stato il deputato di Fi Enrico Costa in un’interrogazione parlamentare, seppure sia un tema sollevato già da politici e giuristi.
«L’onorevole Costa pone un problema di una certa consistenza quando parla di conflitto di interessi, nel senso che i cittadini che contribuiscono finanziariamente a questo comitato possono domani, teoricamente, trovarsi davanti a un giudice iscritto all’Anm e quindi essere in una posizione di vantaggio per avere contribuito alla campagna. Immaginiamo una grande impresa che dia contributi molto significativi. Questo vedrebbe il giudice che deve giudicare la controversia in una posizione di difficoltà, non completamente libero, e quindi sarebbe probabilmente costretto ad astenersi. Però l’Anm è composta dal 95% dei magistrati e così si rischia un cortocircuito. D’altra parte, nessuno può escludere che i finanziatori della campagna, non essendo noti, possano essere anche soggetti che hanno interessi ulteriori rispetto a quelli del referendum. Questo accade in tutti i Paesi del mondo, tant’è vero che con riferimento ai partiti politici e ai finanziamenti dei partiti politici c’è un obbligo di trasparenza».
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E nel nostro ordinamento?
«Rispetto a queste ipotesi, non trattandosi di un partito politico o associazione assimilabile, c’è una disciplina e un obbligo di trasparenza. Però il conflitto di interessi si può determinare, o almeno astrattamente immaginare. La storia di tutti gli ordinamenti ci mostra un’infinità di casi in cui i poteri economici hanno cercato di influenzare la politica attraverso grandi donazioni, magari a partiti diversi contemporaneamente. Siccome sui finanziatori del Comitato del No non si sa nulla, la preoccupazione credo sia questa. Ed io a questa preoccupazione del possibile conflitto di interessi, in verità, ne aggiungerei due».
Quali, professore?
«Desta perplessità il fatto che questi finanziamenti non si sa che destino avranno dopo la fine del referendum. Nello Statuto del comitato non ci sono indicazioni su come verranno utilizzati i fondi eccedenti, se andranno all’Anm o altrove. È strano che chi ha redatto lo Statuto non si sia preoccupato di questo punto. E ancora, desta perplessità che l’Anm – come si legge anche nell’interrogazione – abbia dato un grosso contributo a questo comitato, e nell’associazione sono iscritti anche magistrati che si sono schierati per il sì.
Basti pensare che qualche anno fa l’Anm fece un sondaggio interno sul tema del sorteggio e il 40% dei partecipanti si dichiarò a favore. L’altro problema è se la costituzione di questo comitato sia in linea con le finalità statutarie dell’Anm. Tutti profili problematici, e quindi forse uno sforzo di chiarezza da parte del sindacato delle toghe potrebbe aiutare a svelenire i toni dello scontro».
L’Associazione nazionale magistrati si difende alla lettera opponendo la privacy dei donatori. Cosa ne pensa?
«È un peccato che l’Anm nel costituire il comitato non si sia posta questo problema prima, perché la questione del potenziale conflitto di interessi esiste e non possono esserci opacità. Non sappiamo nemmeno se chi ha fatto le donazioni abbia espresso o meno il consenso alla divulgazione del proprio nome. Nello stesso tempo l’Anm e il Comitato sono associazione privata, quindi non sottoposte agli obblighi dei partiti che al di sopra di un certo finanziamento devono indicare i finanziatori a tutela della trasparenza democratica. L’Anm non è un partito, ma in gioco c’è addirittura l’esercizio della giurisdizione, un fatto ancora più rilevante.
A mio parere quindi, su grandi somme, ammesso ovviamente che ci siano, chiedendo il consenso ai finanziatori, i dati dovrebbero essere resi pubblici, quantomeno per fugare ogni dubbio. C’è una lacuna nell’ordinamento e non si può non riconoscere, ma credo che il tema sia quello di uno sforzo di trasparenza al di là dell’esistenza di un vincolo giuridico».



















