Vannacci costringe la destra italiana alla sfida di fare i conti con sè stessa e con le proprie contraddizioni
In chimica esiste un processo tanto semplice quanto implacabile: si prende una sostanza che a occhio nudo appare compatta, la si sottopone a un campo di forza, e quella che sembrava una pappa omogenea si separa nei suoi componenti. È l’elettroforesi. Non distrugge né crea nulla. Però stana gli elementi prima imboscati, costringendoli a mostrarsi per quello che sono, a disporsi là dove li porta la loro natura. Qualcosa di simile sta accadendo in questi giorni alla Camera, attorno al decreto Ucraina. Gli emendamenti dei Cinque Stelle, di AVS e di Vannacci, convergenti sulla sospensione degli aiuti a Kiev, non producono un’improvvisa alleanza politica. Rendono però visibile una frattura che percorre trasversalmente maggioranza e opposizione. Europeisti e non-europeisti, atlantisti e nostalgici dell’Urss, si distribuiscono per gruppi sempre più evidenti.
Vannacci minaccia la cultura politica di destra
Vannacci, in questo senso, non è ancora un leader (ammesso che riuscirà mai a esserlo) e tantomeno un architetto. È un reagente che, facendo pressione su un tema strategico – l’Ucraina, cioè l’Europa – obbliga gli altri a schierarsi. Ormai Vannacci e Salvini si rinfacciano il tradimento: una delle poche accuse su cui, in Italia, si ha quasi sempre ragione. Ma se Salvini davvero ci ripenserà e vorrà seguirlo sul terreno dell’anti-Ucraina, non allargherà il consenso. Accetterà, piuttosto, di essere trascinato dentro un esperimento di semplificazione che potrebbe relegarlo negli scantinati della politica una volta per tutte. Non sarebbe necessariamente un male. Ma quel che, forse, è un beneficio momentaneo per la politica politicante dello Stivale, sarebbe un danno serio per il futuro dell’Europa. A rimetterci di più sarebbe soprattutto quella cultura politica di destra che, dopo decenni di ghettizzazione più o meno comprensibile, rischia di rovinarsi la reputazione proprio nel momento in cui dal ghetto era finalmente uscita. La vannaccizzazione di alcune forze parlamentari porterebbe senz’altro chiarezza, ma anche sfracelli. Già la sola idea di votare assieme ai Cinque Stelle (indipendentemente dal merito della questione) assomiglia a un volersi mettere un cappio al collo con le proprie mani.
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La minaccia all’unità europea
Al di là di questo, l’aspetto più pericoloso e meno decoroso è che il filo-putinismo mascherato da pacifismo oggi non nasce esclusivamente a sinistra, ma anche dentro quella destra che, in mancanza di idee migliori, ha fatto dell’antieuropeismo e dell’antiatlantismo l’unico comun denominatore e, come diceva un vecchio leader della Lega, l’ultimo idem sentire. Come mostrano numerose ricerche sull’argomento, Mosca da oltre un decennio coltiva rapporti privilegiati con forze politiche che si definiscono “di destra” e che spartiscono con il Cremlino una vocazione distruttiva nei confronti dell’ordine europeo liberale. Putin non è mai stato un alleato della destra europea perché “conservatore”, ma in quanto attore geopolitico disposto a sostenere – direttamente o indirettamente – qualunque forza capace di indebolire l’Unione, la Nato e l’idea stessa di un’Europa come soggetto politico autonomo.
L’insidia del filoputinismo
In Italia l’influenza russa non passa solo da certi partiti, ma da un intero ecosistema politico-culturale e digitale: social network, canali di contro-informazione, influencer, associazioni e ambienti militanti. Il filo-putinismo raramente si presenta come appoggio esplicito all’esercito invasore. Assume piuttosto la forma dell’ostilità all’Ucraina, della relativizzazione dell’aggressione russa, dell’invocazione della “pace” come sinonimo di bandiera bianca a tutti i costi. Molti filorussi non sono “manovrati” da Mosca, ma il risultato alla fine è il medesimo. Si parte dall’euroscetticismo, si passa dall’opposizione alle sanzioni, e si approda alla contestazione degli aiuti a Kiev. Non perché Putin rappresenti un modello credibile di azione politica, ma perché incarna una sfida all’Occidente. È come se parte della destra europea, e in particolare italiana, confinata nella fogna per ottant’anni, avesse deciso di farla pagare a tutti buttando via il bambino con l’acqua sporca.
La missione europea
Un po’ come il marito che, per fare un dispetto alla moglie, si taglia gli attributi. Per quanto lo si possa umanamente capire, resta un comportamento discutibile. Bisogna invece rimarcare con forza che essere pro-Putin non è di destra. È, nella migliore delle ipotesi, una rimasticatura dell’antiamericanismo e dell’antieuropeismo fascio-comunista degli anni Settanta. È un modo sbagliato e sbracato di dire go home! anche se nessuno sa più bene a chi sia diretto. E se, all’epoca, era soltanto una castroneria – perché lo strillava chi poi correva a nascondersi sotto le gonne di mamma Nato – oggi è anche un insulto alla decenza, un’offesa all’Ucraina, avanguardia d’Europa, che paga con il sangue la distrazione di un continente pigro e rinunciatario, troppo poco consapevole della sua missione nel mondo. Fare i pacifisti con il fondoschiena degli altri è il segno di una destra che fa di tutto per tornare a essere destraccia, che ha smesso di pensarsi come forza di governo dell’Occidente e ha scelto invece il ruolo di agente dissolutore, interno ed esterno, dell’ordine europeo. Vannacci non crea questa frattura, ma la rende finalmente riconoscibile. Lui e i suoi si sono già messi dalla parte sbagliata della storia. Ora non resta che prenderne atto con il voto.


















