Roberto Vannacci lascia la Lega e apre una nuova fase politica. Tra strappi, solitudini e dissenso, a destra il generale resta senza casa
Eccolo il generale, quasi casa, quasi amore. Torna, saluta, e poi sparisce dietro la collina. Addio Lega, addio Salvini. Roberto Vannacci se ne va dal Carroccio dopo esserci entrato come un corpo estraneo, accolto con curiosità, sospetto e una certa dose di calcolo. Pochi amici, molti nemici. Un passaggio rapido, rumoroso, e ora la porta che sbatte. Il centrodestra resta lì, un po’ più stretto, un po’ più diffidente. E in molti, anche fuori dalla Lega, si sentono traditi.
Storace: «Mi sento derubato del voto»
Tra questi Francesco Storace. Storico esponente della destra “scomoda”, uno che ha sempre abitato lo spazio istituzionale senza mai rinunciare alla franchezza. Non è tipo da sconti e nemmeno stavolta si smentisce. Il suo commento è una requisitoria, tutta politica e memoria personale. «Gli avevo risposto male ad un messaggio e ora gliel’ho ripetuto: Roberto, mi sento derubato del voto che ti avevo dato. Mi ha risposto: “Non c’era altra strada”. E ora? Non so cosa farà e sinceramente non m’interessa, non lo vedo dal giorno prima delle elezioni. Resterai una meteora».
Mai tenero con nessuno, Storace va dritto al punto. L’uscita di Vannacci è per lui una rottura del patto elementare tra eletto ed elettore. Non un cambio di linea, ma una fuga.
La fuga più che la rottura
E alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non risparmia un consiglio che sa di vita vissuta: «Di non rincorrerlo e lasciarlo andare per la sua strada, chi governa deve pensare al Paese e non a Vannacci. Mi sorge il dubbio che lui stesso non creda in quello che dice. Ma come? Arrivi in un partito, questo partito si candida, ottieni un exploit grazie ai voti della Lega, perché, diciamo, non aveva certo un esercito che si sarebbe messo in moto per lui. Poi vieni promosso vice-segretario… e che fai? Te ne vai…».
Una storia già vista
Storace parla anche di sé, perché certe storie tornano, cambiano solo i nomi. Lui quella strada l’ha già percorsa sbattendoci il muso: «Certo, ma all’epoca ero stato messo ai margini. Uscii da Alleanza Nazionale e mi separai da Berlusconi per fondare la Destra: fu una bella battaglia ma poco efficace, molto ricca sul piano personale anche se non finì benissimo, prova ne sia che ora sono tornato felicemente a fare la mia professione di giornalista. Prendemmo un milione di voti, non bastò».
È un avvertimento, anche se Storace finge di non volerlo chiamare così: «Non so, lui avrà qualche sondaggio ma con i sondaggi non si fa politica. Mi sembra di rivedere lo stesso film. Quella strada io l’ho già sperimentata, il centrodestra veleggiava intorno al 40% ma noi non riuscimmo a raggiungere la soglia di sbarramento fissata al 4% e non credo che ora, con la riforma elettorale, gli altri avranno voglia di fargli regali. Vannacci deve decidere se la sua è una corsa per rincorrere il nuovo vento che soffia in Europa o una fuga. Me lo lasci dire: più che il mondo al contrario mi sembra il contrario del mondo».
Su Salvini, il colpo è evidente, ma Storace allarga il discorso: «La rottura? Attiene più alla mancanza di dialogo della politica, oggi c’è una politica che anziché parlare chatta».
Becchi: due mondi incompatibili
Poi c’è Paolo Becchi. Filosofo, opinionista, già considerato l’ideologo del M5S, poi allontanatosi dai grillini e avvicinatosi alla Lega. Il suo libro “Italia sovrana” fu letto come il manifesto del governo giallo-verde. Becchi ragiona, distingue, colloca. «Sono sempre stato attirato dallo spirito autonomista del Carroccio e ho teorizzato in tempi non sospetti l’idea di un sovranismo debole althussiano da contrapporre al sovranismo autoritario».
Su Vannacci non mostra sorpresa: «Ho sempre pensato che avrebbe utilizzato la Lega come trampolino di lancio, è un corpo estraneo. Non potevano coesistere, ci sono sensibilità diverse, c’è stato un cambio di reciproci interessi, con l’anima del partito il generale non aveva nulla in comune. Bastava leggere il manifesto di Luca Zaia per capirlo. Due mondi che non potevano stare insieme».
Il limite del vannaccismo
E sul futuro: «Ora si metteranno d’accordo, non credo si prenderanno a pesci in faccia. Salvini ha tentato di inserire la Lega in un contesto nazionale ma l’esperimento può considerarsi fallito. La Lega è Zaia, Maroni, Bossi».
La domanda resta sempre la stessa: c’è spazio per il vannaccismo? «In Europa e in Italia ci sarebbe, pensiamo al movimento no vax, anti-Ue, anti-Nato, pro-Putin e pro-Trump. Bisogna capire però se non sia già troppo tardi, se l’onda che sta arrivando è già passata. Da noi, a differenza di altri Paesi, c’è già un governo di destra, con due partiti di destra e con Salvini che anche lui è di destra. E i populisti di oggi non votano, sono tornati nell’anonimato. A pensarci bene questa uscita di Vannacci è il miglior regalo che si poteva fare alla Meloni: consegnarle un profilo moderato e rassicurante di centro».
Il fronte del dissenso e l’isolamento finale
Il sogno del generale resta quello di coagulare il fronte del dissenso, da destra e da sinistra. Un’idea che da anni accompagna Marco Rizzo, nel tentativo ostinato di tenere insieme sacro e profano. Rizzo osserva, cita sondaggi, ragiona da militante: «Il nostro obiettivo è la disarticolazione del sistema bipolare. E Vannacci dentro la Lega è una cosa, fuori è un’altra».
Ma avverte anche lui: «Sì, ma noi siamo più forti di lui. Dove la trova la gente per raccogliere le firme che gli serviranno? E poi ricordiamo che la politica sta sopra all’economia, alla cultura e alla forza». Il generale è di nuovo solo. E dietro la collina non c’è più una casa che lo aspetta.




















