La vicepresidente del Parlamento europeo interviene dopo la richiesta di espulsione dei riformisti dal partito avanzata da Tomaso Montanari e i successivi richiami alla coesione formulati dal senatore Francesco Boccia
«Credo che la separazione delle carriere, la riforma degli organi di autogoverno della magistratura e l’impegno per una giustizia che non sia nemica dei cittadini sia nel nostro patrimonio genetico. Trattare la disputa referendaria come fosse una consultazione sul governo è una prassi sbagliata e potenzialmente dannosa per le forze di opposizione».
Pina Picierno, eurodeputata dem e vicepresidente del parlamento europeo, ritorna sul referendum e conferma la sua adesione alla Sinistra per il Sì. E lo fa continuando a sfidare la richiesta di espulsione dei riformisti dal Pd formulata da Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena. Evidentemente più a suo agio nei panni di un contemporaneo Lavrentij Berija, il commissario del popolo e ministro per gli affari interni dell’Urss che fu protagonista e autore delle purghe staliniane.
«Le purghe staliniane furono un momento di atroce repressione, non le citerei a sproposito, anche per onorare la memoria e le vittime di quelle tragedie», frena Picierno. Ma poi affonda il colpo: «Nel Pd siamo all’espulsione del pensiero divergente dal comune orizzonte politico. Curioso poi che a chiedere l’espulsione di esponenti del Pd sia chi non è iscritto: è un evidente segno dei tempi che viviamo dove il populismo è la cifra imperante. Se Montanari o altri pensano che l’identità della sinistra si difenda epurando chi la pensa diversamente stanno facendo l’ennesimo regalo alla destra».
Montanari non sembra l’unico intellettuale che a sinistra vive con fastidio la presenza di dem di ispirazione liberale e riformista.
«È un riflesso identitario che percepisco da anni: l’idea che “riformista” sia una parola desueta, addirittura per alcuni spuria, come se riformare significasse arrendersi al padrone di turno o barattare valori in cambio di mance. È un errore culturale e politico».
Francesco Boccia ha detto: “Chi mina l’unità interna del Pd aiuta questa destra”. Un avvertimento inquietante…
«L’unità è un valore, ma non è una clava. Se diventa un modo per zittire il dissenso, allora smette di essere unità e diventa conformismo. Boccia ha conosciuto molte sconfitte congressuali, ma è stato sempre valorizzato. Dovrebbe conoscere e apprezzare le virtù del pluralismo».
Per questi motivi ha denunciato un “clima irrespirabile” nel Pd?
«Intendo un clima in cui il confronto viene letto come diserzione e il dissenso come tradimento. Un clima in cui sui social e nei corridoi si ricerca fedeltà alla linea maggioritaria senza più discutere il merito. Ma io faccio politica per cambiare le cose, non per fare parte di una tribù. E se la tribù diventa più importante del Paese, allora abbiamo un problema serio».
Elly Schlein è stata interpellata sul punto, ma non ha risposto. Come commenta questo silenzio?
«Non lo commento, dico solo che mi dispiace molto. Resto in attesa, e con me tante e tanti, perché il silenzio in politica non è mai neutrale».
Nello sforzo di cancellare le tracce del passaggio di Renzi, le ultime segreterie hanno archiviato definitivamente il Pd nato al Lingotto. L’identità riformista sembra sepolta…
«Sì, c’è un problema culturale: l’idea che il riformismo sia solo un capitolo del passato, da rimuovere per ripartire “puri”. Ma il riformismo non è nostalgia: è metodo, è responsabilità, è governo. Senza quella cultura, il Pd rischia di oscillare tra moralismo e tatticismo. E un grande partito non può vivere solo di posizionamento: deve avere un’idea del Paese, dell’Europa, della modernità».
Sull’Ucraina e sulla difesa europea il Pd si è diviso al Parlamento europeo e soffre il pacifismo assoluto del M5s: il campo largo non ha una politica estera comune…
«Una coalizione è credibile solo se ha valori fondamentali condivisi. La politica estera non è una postilla: è identità, visione e futuro. Difendere l’Ucraina significa difendere il diritto internazionale e la sicurezza europea. La difesa europea non è militarismo: è sovranità europea, deterrenza, protezione della democrazia. Se su questi temi si tentenna abbiamo un problema».
Si tentenna anche sull’Iran: il Pd ha traccheggiato in attesa di Conte, poi il M5s si è astenuto sulla risoluzione anti-regime. Come si concilia la sinistra riformista con quella anti-occidentale?
«Non si concilia, soprattutto in questo frangente storico. Paolo Flores D’Arcais su Micromega ed Ezio Mauro su Repubblica hanno detto chiaramente che non può esistere una sinistra del futuro che non senta l’obbligo morale e civile di fare qualcosa per la gente di Teheran o per quella di Kyiv».
Il ddl antisemitismo di Delrio è stato bloccato dalla leadership dem: c’è una spaccatura sui fondamentali?
«L’antisemitismo viene visto come una sorta di effetto collaterale della condotta criminale del governo Netanyahu e non è così. Nessuno vuole limitare la libertà di critica a un governo ma nell’Europa dei diritti non possiamo tollerare che gli ebrei siano ostracizzati e costretti all’espatrio. È una questione di tenuta democratica e non riconoscerla significa sottovalutare un’urgenza».
Un Renzi antagonista di Schlein potrebbe tornare a essere un punto di riferimento per un’area riformista marginalizzata?
«Al momento Matteo Renzi è uno dei migliori alleati di Elly Schlein, non vedo segnali di antagonismo tra i due. Anche per questo credo che il ruolo dei riformisti non debba tradursi in testimonianza identitaria».
Lei è una voce coraggiosa, ma sembra parlare nel deserto. Si sente sola o riceve sostegno da altri colleghi parlamentari riformisti?
«Non parlo nel deserto, ogni giorno incontro cittadini, imprese ed elettori che mi chiedono di andare avanti. C’è un Paese che spesso rifugge dalla lotta sui social e dalla polarizzazione e vuole poter tornare a far politica e a dare il proprio contributo. Poi ovvio che si sconta un po’ di solitudine, ma sono sicura che ne vale la pena».

















