21 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

21 Gen, 2026

Meloni tra Davos e Bruxelles: il no silenzioso al Board di pace per Gaza

La premier italiana Meloni e il presidente Usa Trump

La premier valuta la presenza al Forum e intanto si smarca dall’iniziativa voluta dalla Casa Bianca. Groenlandia, dazi e rapporti con Trump complicano la linea italiana.


La cosa più probabile è che Giorgia Meloni domattina sarà a Davos, ma senza mettere alcuna “firma” sul costituendo Board of Peace for Gaza. Una scelta prudente, maturata tra mille incognite geopolitiche e il timore, condiviso da una parte della maggioranza, che l’iniziativa americana sia il tassello finale di una strategia volta a svuotare ciò che resta del multilateralismo internazionale.

Fonti di maggioranza vicine a Forza Italia e ai centristi parlano apertamente di «rischi in quella compagnia di giro», riferendosi agli invitati al Board. Sullo sfondo, il sospetto che la Casa Bianca voglia archiviare definitivamente Nazioni Unite e organismi multilaterali che, «per quanto imperfetti, in questi ottanta anni hanno garantito la pace». E tutto si intreccia con il dossier Groenlandia, che si complica di ora in ora, e con la necessità di tenere insieme la rabbia di Macron e la freddezza di Ursula von der Leyen.

Il rientro lampo e il vertice a Palazzo Chigi

Atterrata alle tre del mattino a Ciampino dopo otto giorni nell’Est asiatico, Meloni si concede poche ore di riposo. A mezzogiorno è già a Palazzo Chigi. Alle 14 convoca i vicepremier Tajani e Salvini e i ministri Crosetto, Piantedosi e Nordio per un vertice di maggioranza che non poteva più aspettare. Troppi i dossier aperti, anche sul fronte interno della sicurezza, per evitare il confronto con gli alleati di governo.

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Anche le opposizioni reclamano un’informativa su ciò che la premier dirà e farà giovedì sera al Consiglio europeo straordinario convocato dal presidente Costa sulle «inaccettabili pressioni della Casa Bianca» contro la sovranità di Danimarca e Groenlandia, e dunque dell’Ue. Su questa richiesta, però, Palazzo Chigi tace.

Troppe partite aperte

Il vertice di maggioranza dura quasi due ore. Sul tavolo finiscono Groenlandia, la minaccia dei nuovi dazi di Trump, la risposta europea e la convocazione, giudicata da molti provocatoria, del Board of Peace for Gaza a margine del Forum di Davos. Un’iniziativa a cui Trump ha invitato anche Putin e Lukashenko, riportando Russia e Bielorussia su un palcoscenico istituzionale da cui erano escluse da quattro anni. Questioni che una premier, anche se incline a decidere in solitaria, non può non condividere.

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Ieri sera Palazzo Chigi diffonde il programma dei prossimi giorni della presidente del Consiglio. Nessun riferimento a Davos. Confermata invece la presenza a Bruxelles giovedì alle 19 per il vertice straordinario e, venerdì, il rientro a Roma per il vertice intergovernativo Italia-Germania con il cancelliere Merz. L’assenza da Davos equivarrebbe a sottrarsi a un invito diretto di Trump, evento mai accaduto finora.

Il rapporto con Trump e la linea europea

Meloni non ha mai partecipato al World Economic Forum. L’unica ragione della presenza sarebbe stata il Board su Gaza. Dire no ora significherebbe la prima vera presa di distanza da Donald Trump. Domenica, in una telefonata, la premier ha definito «un errore» la minaccia di dazi contro Paesi europei membri Nato, impegnati nella missione Arctic Endurance. In serata, fonti dell’esecutivo parlano di una decisione ancora in valutazione «insieme ai leader e ai partner europei».

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Muoversi lungo l’asse europeo sembra la linea prevalente. Condividere la postura di Ursula von der Leyen, che a Davos ha ricordato a Trump che Usa e Ue sono «i migliori alleati da sempre», avvertendo però che così facendo Washington rischia di favorire Russia e Cina. «Dobbiamo collaborare, in Ucraina come in Groenlandia», ha detto la presidente della Commissione, aggiungendo che questa crisi potrebbe diventare l’occasione per costruire una nuova Europa più indipendente.

Il ruolo scomodo della “pontiera”

La premier italiana balla da questa parte della pista, ma cerca di tenere aperto anche il canale con l’amico Donald. Un ruolo di pontiera sempre più scomodo, quasi imbarazzante, ma che qualcuno deve pur svolgere. L’impasse di Palazzo Chigi si colloca su una linea di confine che oggi rischia di dividere atlantismo ed europeismo, un tempo coincidenti.

Il compromesso possibile è «andare ma senza firmare». Onorare l’invito, evidenziando le criticità. La cerimonia di giovedì mattina, separata dal Forum, prevede la firma formale per l’avvio del Board e della ricostruzione di Gaza. Tra gli invitati figurano leader di Russia, Regno Unito, Israele, Canada, Francia, Brasile, Egitto, Turchia, Italia e Argentina. Del disarmo di Hamas non c’è traccia. A questo si aggiunge una quota d’ingresso da un miliardo per la membership permanente. Elementi che difficilmente fanno pensare a un’iniziativa credibile.

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