Orlandino Greco, il consigliere regionale di Italia del Meridione: «La produzione va conteggiata dove si realizza»
Negli ultimi due anni Italia del Meridione (IDM) ha costruito un percorso politico nuovo nel panorama nazionale. Prima il patto federale con la Lega per le Europee 2024, che ha segnato una collaborazione inedita sui temi territoriali e di strategia politica. Poi il risultato clamoroso in Calabria, dove rafforzando il patto federativo con la Lega, è stato eletto consigliere regionale Orlandino Greco, dimostrando che un progetto autonomista al Sud in ottica federale può ottenere rappresentanza reale.
Oggi, mentre si discute di autonomia differenziata e divari territoriali, con il segretario federale Vincenzo Castellano, IDM lavora a rafforzare il patto dei territori con la Lega di Salvini – voluto fortemente dal sottosegretario e vicepresidente della Lega Claudio Durigon – partendo da Sud ma esteso a tutti i territori del mondo dove è forte la presenza di Italia del Meridione.
Al centro del dibattito ci sono Pil, ricchezza reale, distribuzione del valore e riconoscimento del lavoro svolto nelle regioni meridionali: un progetto che parte dal Mezzogiorno per ridefinire l’equilibrio politico, economico e istituzionale del Paese. Ne parliamo con Orlandino Greco, fondatore e volto storico di Italia del Meridione.
Partiamo dal percorso politico. Che fase è questa per IDM?
«È una fase di maturità e di coraggio. Il patto federativo con la Lega non è stato un matrimonio d’interesse, ma un accordo di territorio basato sulle idee per un’alleanza ideale e non ideologica. Abbiamo portato al centro del dibattito nazionale anche grazie alla propensione nazionale della Lega e del leader Salvini, il Sud e il suo ruolo strategico. Adesso stiamo lavorando per un nuovo patto, più largo, più radicato e più solido. Un’alleanza politica che parte dal Sud, ma che guarda all’Italia intera».
Perché questo nuovo patto dovrebbe nascere proprio dal Sud?
«Perché l’Italia riparte solo se riparte il Mezzogiorno. È inutile girarci intorno: senza il Sud l’Italia non ha futuro demografico, produttivo, energetico, logistico. La vera battaglia è detassare il Sud dal pregiudizio. Non più questione meridionale ma Meridione fuori questione. Ma c’è un problema più grande di tutti: la narrazione economica è falsata. E se non correggiamo quella narrazione, l’Italia parlerà di autonomia differenziata senza avere i numeri veri».

Si riferisce al tema del Pil regionale?
«Esatto. Oggi si dice che il Nord produce la ricchezza e il Sud la consuma. Non è affatto vero: il Sud ha risorse, energie, competenze e potenzialità spesso non valorizzate, e contribuisce alla crescita nazionale molto più di quanto venga riconosciuto. Il Pil regionale viene attribuito in base alla sede legale delle imprese, non al luogo dove si produce davvero il valore».
Risultato?
«Un’azienda con sede a Milano, ma con tre stabilimenti a Gioia Tauro, Crotone e Taranto, produce qui… ma il valore finisce su un bilancio là. E allora sembra che il Sud non produca, che non partecipi allo sviluppo del Paese. Ma è una bugia statistica».
Sta dicendo che il vero Pil del Sud è più alto di quello che leggiamo?
«Sto dicendo che il Sud viene derubato della sua ricchezza statistica. E se ti rubano i numeri, ti rubano anche i diritti, le risorse, gli investimenti. Se un territorio appare “debole”, gli dai poco. Se appare “ricco”, gli dai molto. Ma se la ricchezza vera del Sud viene contabilizzata altrove, è chiaro che partiamo sempre perdenti. Non nel merito, ma nella percezione. Ed è su questa percezione che vengono costruite autonomie, ripartizioni, fondi, infrastrutture».
Ha un esempio concreto per farlo capire ai lettori?
«Certo. Prendiamo l’Irap. Quella sì che viene calcolata sulla base dei dipendenti e delle sedi operative produttive. Se un’azienda lavora al Sud, l’Irap va al Sud. Allora mi chiedo: se lo Stato usa questo criterio per un’imposta, perché non usarlo anche per misurare la ricchezza reale? Perché continuiamo a dire che il Sud produce poco, quando migliaia di lavoratori meridionali generano valore che finisce nelle statistiche del Nord?».
Se conteggiare il valore dove si produce è il primo passo, quali condizioni vanno create perché le imprese scelgano davvero di investire al Sud?
«Conteggiare correttamente il valore è necessario, ma non sufficiente. Alle imprese che decidono di investire nel Mezzogiorno deve essere garantita una fiscalità di vantaggio strutturale, non temporanea, che tenga conto del gap infrastrutturale che ancora esiste rispetto ad altre aree del Paese. Se chiediamo alle imprese di produrre al Sud, dobbiamo metterle nelle condizioni di farlo in modo competitivo. Questo significa ridurre il carico fiscale dove si produce valore reale e, allo stesso tempo, consentire che una parte di quel vantaggio venga reinvestita in infrastrutture, logistica, innovazione e capitale umano. Non parliamo di assistenzialismo, ma di politica industriale seria: compensare gli svantaggi strutturali per liberare il potenziale produttivo del territorio. È così che si crea sviluppo duraturo, non con incentivi spot o misure tampone».
Qual è la sua proposta concreta per il Meridione e l’Italia?
«Una cosa semplice e rivoluzionaria: conteggiare la produzione dove la produzione avviene davvero. Sembra banale, ed è normale nel resto del mondo, e proprio per questo in Italia dovrebbe smettere di essere un tabù dirlo».
Qual è la paura? Perché nessuno ne parla? «Perché la verità rompe gli equilibri comodi. Una parte del Paese ha interesse a mantenere un racconto in cui il Sud dipende e il Nord traina. Ma chi conosce le filiere produttive, la logistica, l’agroalimentare, l’energia, il turismo, sa perfettamente che il Sud produce molto più di quanto appare. E questo dà fastidio. Noi vogliamo rompere questo silenzio. Aprire un dibattito serio. Rimettere i numeri al loro posto».
Cosa risponde a chi accusa il Sud di lamentarsi sempre?
«Rispondo che il Sud non chiede sussidi. Chiede verità. Vogliamo che il lavoro dei nostri giovani, dei nostri operai, dei nostri tecnici, dei nostri professionisti venga contato, visto, riconosciuto. Non vogliamo elemosine, vogliamo equilibrio. E se questo Paese vuole parlare seriamente di autonomia differenziata – e non è un tema che ci spaventa – prima deve avere il coraggio di guardare la realtà di ogni singolo territorio e costruire condizioni di partenza realmente eque. Senza questo passaggio preliminare, ogni discorso rischia di essere solo retorica e non un progetto credibile per il futuro».
Lei pensa che Salvini e la Lega siano il partito giusto per i valori e le battaglie di Italia del Meridione?
«Sì, oggi sì. E lo dico senza giri di parole. La Lega non è più la Lega Nord che tutti ricordano: è un partito che nell’ultimo decennio ha aperto il suo movimento e ha scelto di applicare al Sud quella politica radicata al territorio che tanti risultati positivi al Nord ha dato, e lo fa con serietà e senza pregiudizi. Salvini, piaccia o no, è il leader nazionale che ha investito davvero e di più sul Mezzogiorno, sulle infrastrutture, sulla portualità, sulle Zes, sul Ponte sullo Stretto, sull’Alta velocità, sulla centralità mediterranea. Abbiamo visto un’apertura politica concreta, non cosmetica. Per questo il patto federale non è stato un salto nel buio, ma la conferma di una strada: unire le forze per costruire una nuova leadership mediterranea, con un Sud che non chiede favori, ma riconoscimento e ruolo. IDM resta IDM. Ma oggi la Lega è il partner con cui questo cambiamento è davvero possibile».
Nei prossimi giorni è previsto a Rivisondoli un importante appuntamento della Lega, con un confronto diretto con Matteo Salvini. Lei ci sarà?
«Certamente sì. Sarò a Rivisondoli e ci sarò insieme al segretario federale di Italia del Meridione, Vincenzo Castellano. Saremo presenti perché crediamo che i rapporti politici vadano coltivati sul campo, con serietà e continuità. Quel confronto sarà un’occasione importante per rafforzare e consolidare il rapporto con la Lega, ribadire la nostra identità e portare con chiarezza i temi del Mezzogiorno dentro un dibattito nazionale che oggi non può più prescindere dal Sud. La nostra presenza non è simbolica: è politica. È la dimostrazione che questo patto federativo non è episodico, ma parte di una strategia di lungo periodo per costruire una nuova centralità dei territori meridionali dentro l’Italia che cambia».
Una frase finale per aprire davvero un dibattito nazionale?
«Se non contiamo il valore dove il valore viene creato, non stiamo costruendo autonomia: stiamo costruendo ingiustizia».


















