13 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

12 Gen, 2026

Iran, il silenzio della sinistra e l’indignazione selettiva

Elly Schlein

Il silenzio della sinistra italiana sulle proteste in Iran e l’indignazione a geometria variabile di fronte alla repressione


Il silenzio di Elly Schlein sulle proteste iraniane è stato alla fine interrotto. Sono arrivate parole di solidarietà, appelli all’Europa, condanne del blocco di Internet e della violenza del regime. Bene. Anche se resta l’impressione di un’attivazione tardiva e di un tono relativamente “soft” rispetto alla gravità della repressione in corso in Iran. Ma meglio tardi che mai. Bisognerebbe, però, chiedersi da dove ha origine il tempo imbarazzante del silenzio rotto soltanto quando le proporzioni della repressione ha assunto dimensioni enormi (si parla di migliaia di vittime tra i manifestanti).

La parola come scelta politica

Quando in Iran giovani uomini e soprattutto giovani donne vengono arrestati, torturati, uccisi per aver sfidato una teocrazia repressiva, il tempo della parola è parte della parola stessa. Il ritardo non è mai neutro: segnala un’esitazione o una difficoltà a nominare un nemico che non rientra agevolmente nella propria mappa simbolica.

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Si tratta di constatare, dunque, che di fronte a uno dei regimi più violenti del mondo la sinistra italiana fatica a dire parole semplici. Fatica, cioè, a dire “qualcosa di sinistra”. Questo vale per Schlein, ma non riguarda solo Schlein. Il suo silenzio iniziale è stato la punta dell’iceberg di una difficoltà più ampia che investe partiti, sindacati, movimenti, piazze.

Piazze piene per Gaza, vuote per l’Iran

Mentre per Gaza – con tragedie reali e una catastrofe umanitaria evidente – le piazze si riempiono, gli scioperi si proclamano, le bandiere si moltiplicano, sull’Iran il vuoto è stato quasi totale. Nessuna mobilitazione paragonabile. Nessuna urgenza collettiva. Le piazze pacifiste, così rapide nel chiamare in causa Israele e l’Occidente, sono rimaste largamente mute di fronte alla repressione iraniana.

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Anche il sindacato, a partire da Maurizio Landini, capace di portare migliaia di persone in strada per la pace, non ha mostrato la stessa prontezza quando a sparare sui manifestanti è stata una teocrazia anti-occidentale.

La selettività dell’indignazione

Come mai? Potremmo parlare, forse, di selettività dell’indignazione? È come se non si giudicassero più i regimi per ciò che fanno ai propri cittadini, ma per ciò che rappresentano nello scontro geopolitico. Se sono anti-americani e anti-israeliani, meritano cautela.

La genealogia di questo corto circuito, però, non è nuova. È addirittura storica. Alla fine degli anni Settanta, una parte decisiva dell’intellettualità progressista europea visse una vera e propria folgorazione sulla via di Teheran. Michel Foucault fu il principale interprete di quell’abbaglio.

Modernità Occidentale

Ma che cos’è, storicamente, questa “modernità occidentale” che una parte della sinistra rifiuta quasi per riflesso condizionato? È stata colonialismo e dominio, ma anche – e soprattutto – l’invenzione di un limite al potere, dell’individuo come soggetto di diritti, della libertà di coscienza e del dissenso.

Nel rifiutare l’universalismo come maschera dell’imperialismo, si rinuncia anche al principio dell’universalità dei diritti. Così la teocrazia diventa “alterità culturale” e l’anti-moderno autoritario trova indulgenza.

Paradosso Trump

Il paradosso, infatti, è che la protesta iraniana debba affidarsi all’intervento di Trump per non essere stroncata dalla repressione del regime. Un “poliziotto dell’ordine mondiale” mosso da cinismo e avventurismo.

È questo paradosso a inchiodare una cultura politica che ha smarrito il criterio elementare da cui era nata: stare dalla parte di chi rischia la vita contro il potere, indipendentemente da chi sia quel potere. I giovani iraniani che oggi stanno manifestando al prezzo della loro vita non esprimono un problema geopolitico, ma una domanda moderna: libertà personale, autonomia del corpo, diritto al dissenso.

Il vero problema non è l’Iran

E se una certa sinistra non riesce più a riconoscere questa domanda come propria, allora il problema non è l’Iran. È ciò che essa ha deciso di non difendere più.

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