La premier riconosce che lo sviluppo economico è ancora molto lento, sebbene la situazione non sia catastrofica. Di qui il programma che comprende il rafforzamento delle banche, l’incremento dei salari e la soluzione delle crisi industriali
Il 2026, per Giorgia Meloni, non è un anno qualsiasi. È l’anno in cui il governo smette di difendersi e prova ad attaccare. Non a colpi di slogan – quelli restano sullo sfondo come la carta da parati di Palazzo Chigi – ma con la crescita economica. Lo dice durante la conferenza stampa di inizio anno: la crescita è ancora troppo bassa, ma lo scenario «non è catastrofico». Insomma non stiamo correndo, ma nemmeno precipitando nel burrone, nonostante il racconto apocalittico delle opposizioni. E siccome la crescita non nasce da sola servono due cose molto concrete: energia e casa. Non a caso, i primi due capitoli del romanzo economico 2026 si aprono proprio da qui.
Il Piano Casa
Il Piano Casa, anzitutto. Centomila alloggi a prezzi calmierati, da mettere a disposizione nei prossimi dieci anni. Centomila: un numero rotondo. Non è edilizia popolare nel senso classico, non è un nuovo modello Iri declinato su mattone e cemento, ma un tentativo di rispondere a una domanda che in Italia è diventata emergenza: lavorare e vivere senza consegnare metà stipendio al proprietario di casa. Meloni ci tiene a sottolinearlo: è un piano a cui tiene moltissimo. Lo costruisce con Salvini, con il ministro Tommaso Foti e con quei “corpi intermedi” che per anni sono state creature mitologiche e ora tornano utili quando c’è da mettere insieme pezzi di società reale. La casa, in fondo, è politica economica travestita da quotidianità. Se non puoi permetterti un affitto, se non riesci a comprare, se il mutuo è una parola che suscita più ansia che sicurezza, la crescita resta una statistica Istat buona per i titoli ma lontana dalla vita vera. Per il Presidente del Consiglio parlare di alloggi a prezzi calmierati è un modo per dire che la crescita deve scendere dal Pil e salire sulle scale dei condomìni.
L’energia
Poi c’è l’energia. Altro tema che non scalda solo i termosifoni ma anche i nervi delle imprese. La premier rivendica: miliardi già spesi, altri in arrivo, un nuovo decreto che bussa alla porta del Consiglio dei ministri. È il capitolo più complicato, perché l’energia è il punto in cui la politica nazionale sbatte contro i mercati globali e le decisioni europee. Il messaggio è evidente: non si può chiedere alle aziende di crescere se prima non si disinnesca la mina dei costi energetici. La crescita, senza energia accessibile, resta un’idea astratta, come una fabbrica senza corrente.
I salari
Nel mezzo, come in ogni editoriale che si rispetti, ci sono i temi che fanno discutere. I salari, per esempio. Qui Meloni gioca una partita lessicale interessante: l’Istat guarda al lordo, il governo lavora sul netto. È una distinzione che sembra tecnica, ma in realtà è politica. Il potere d’acquisto, dice la premier, è cresciuto di oltre 20 miliardi in un anno. Non abbastanza, certo. Ma abbastanza per dire che l’erosione dei salari – un male antico – non è più una linea retta che scende senza freni. Cuneo fiscale, fringe benefit, premi di produttività: parole che non scaldano le piazze ma incidono sul portafoglio.
Il Prodotto interno lordo
Il Pil resta l’elefante nella stanza. Cresce poco, troppo poco per cantare vittoria, ma abbastanza per evitare il requiem. Non è un’Italia lanciata verso il miracolo economico, ma nemmeno il Paese sull’orlo del baratro che qualcuno ama descrivere. È una navigazione prudente, con il mare mosso e la bussola puntata sulla stabilità. Da qui l’idea – quasi rivoluzionaria, in tempi di veti incrociati – di un “nuovo patto” sociale. L’accordo ha un presupposto: i partecipanti al tavolo non devono considerare governo un nemico da abbattere. Non un tavolo ideologico, ma un confronto operativo. Un patto senza pregiudizi, parola che in Italia suona sempre come una richiesta di tregua.
Il risiko bancario
E poi c’è Mps, il convitato di pietra di ogni discussione bancaria. Meloni si dice tranquilla, sull’inchiesta su aperta dalla Procura di Milano per la scalata a Mediobanca. Il governo non ha fatto nulla di illegittimo come riconosciuto dagli stessi magistrati. Lo Stato oggi ha meno del 5% della banca senese, può cederlo, ma senza fretta. Niente fughe in avanti, niente ansia da privatizzazione, nessuna regia occulta. Il terzo polo bancario dopo Unicredit e Intesa sarebbe utile, certo, ma il governo – dice Meloni – non ha né autorità né mezzi per costruirlo. Tradotto: la politica osserva, il mercato decide.
Le crisi industriali
Sul tavolo restano anche le crisi industriali, l’ex Ilva, l’automotive. Qui il tono si fa più duro. Nessun assegno in bianco, nessun piano industriale fumoso, nessuna operazione predatoria mascherata da salvataggio. Occupazione e ambiente come condizioni non negoziabili. È la linea del rigore selettivo: intervenire sì, ma solo se c’è un progetto credibile. Un messaggio che parla tanto agli investitori quanto ai lavoratori, entrambi stanchi di promesse evaporate. Alla fine, il filo rosso è uno solo: il 2026 come anno della crescita possibile, non garantita, ma perseguita.
Il modello
Casa, energia, salari, Pil, banche: tasselli di un mosaico che Meloni prova a comporre senza effetti speciali. Un equilibrio difficile, soprattutto in un Paese che ama dividersi tra chi vede solo il disastro e chi racconta solo il miracolo. Forse è proprio qui l’elemento più interessante: la crescita come normalità da costruire, non come eccezione da celebrare. Senza condoni all’orizzonte, senza scorciatoie miracolose, con qualche numero rivendicato e molte cautele. Ironia della sorte, in Italia la vera novità politica è questa: provare a crescere senza urlarlo troppo.


















