Undici giorni a San Vittore, anni di processi e due assoluzioni. L’ex sindaco di Lodi ripercorre il suo calvario giudiziario e spiega perché dice sì alla separazione delle carriere ma no al referendum
Per ogni vittima di malagiustizia c’è un prima ed un dopo l’arresto, quell’istante forte e violento in cui la vita viene interrotta e tutto cambia per sempre. Così è stato anche per Simone Uggetti, l’ex sindaco di Lodi del Pd finito in carcere il 3 maggio del 2016 per poi essere assolto dopo anni. Allora aveva 43 anni e passò 11 giorni in carcere a San Vittore con l’accusa di aver “aggiustato” il bando per la gestione di una piscina.
Uggetti racconta il suo calvario, afferma di aver ottenuto «verità ma non giustizia» e sottolinea di essere «favorevole alla separazione delle carriere» ma che al referendum voterà «no, suo malgrado, perché non si fa una riforma costituzionale a colpi di maggioranza, senza confronto con le altre forze politiche».
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Partiamo dalla sua esperienza personale, con il suo calvario giudiziario.
«Ho passato 7 anni di inferno, quattro processi con ben due assoluzioni che alla fine hanno ristabilito una verità ma non una giustizia. Fin dalle prime battute delle indagini c’erano elementi formidabili per comprendere la mia innocenza rispetto a quell’imputazione che ha avuto un impatto devastante sulla mia vita e su quella della mia comunità. Si è assistito ad una ‘alterazione democratica’ perché in quel maggio del 2016 eravamo ad un mese da importanti elezioni locali. Da Roma a Bologna, fino a Torino. E al mio caso fu dato grande risalto mediatico. Però sono stato fortunato perché ho trovato sul mio cammino persone che mi hanno dato una seconda chance, mi sono rifatto una vita professionale. Con la mia voce oggi cerco di parlare con i cittadini di giustizia, un bene primario ed essenziale. Però dobbiamo evitare di ragionare come tifosi ma solo come cittadini consapevoli, informati e attenti».
Dal suo caso è nato il libro Storia di un sindaco. Da San Vittore all’assoluzione, che sta portando in giro per l’Italia.
«Oltre a raccontare della mattina dell’arresto, dall’identificazione all’ingresso a San Vittore, tra foto segnaletiche e impronte digitali, nel libro parlo dell’intreccio tra politica, magistratura e media in un sistema malato. Un intreccio che può schiacciare una vita intera. Non è una resa dei conti, ma un atto di verità».
Una verità che potrebbe essere ristabilita con la riforma della separazione delle carriere. Il Pd, di cui lei fa parte – tranne l’ala più riformista – è contro la riforma. Lei cosa ne pensa?
«Sono a favore della separazione delle carriere, ma il mio approccio è rimasto politico e dico che non mi piace questa riforma. Voterò no, mio malgrado, a questo referendum perché non si fa una riforma costituzionale senza neanche provare ad intavolare un confronto con le altre forze politiche. E poi se fai una riforma costituzionale di questo tipo ci metti anche il tema della responsabilità civile dei magistrati e quello del superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale. Anche se questo ultimo punto può far innalzare il livello di tensione già in atto, credo che è qui che si nascondano le peggiori nefandezze a fronte della astratta e ipotetica massima limpidezza teorica».
Dunque è a favore della separazione delle carriere in linea di principio ma non è d’accordo sul metodo della riforma?
«Sì nel merito ma anche nel metodo, non sono d’accorso con il sorteggio al Csm. Giustissimo il superamento delle degenerazioni correntizie, ma la ‘casualità delle estrazioni’ mi pare un elemento eccessivo. Forse poteva avere più senso un modello più ispirato a quello della Corte Costituzionale. Nei fatti è un sistema che non regge, il rischio è di un referendum tra un conservatorismo, quello per il no, e un regolamento dei conti tra politica e giustizia non basato su questioni di merito, ma solo di progresso di carriere. Una campagna elettorale basata su questi punti non mi convince, personalmente non sarò contento né che vincano i sì né che vinca il no e questo è paradossale. Se mi fossi esposto per il sì sarei tutti i giorni in tv, perché sono il caso perfetto ‘Il politico del Pd finito a San Vittore’, ma faccio politica per convinzione e non per convenienza».
Però lei sicuramente ricorda che il Pd era d’accordo sulla separazione delle carriere.
«Credo che il tema debba essere sottratto a questa logica di bianco e di nero, di bene e male che i vari Travaglio vogliono portare, perché i Travaglio sono l’espressione meno nobile dal punto di vista della cultura giuridica in questo Paese, perché vogliono solo incendiare il dibattito propinando odio. Capisco che la mia è una battaglia di estremissima minoranza, ma è forse una testimonianza pura in questo momento».
Non crede che al di là della politica, sia venuto ormai il momento di realizzare una riforma attesa da 30 anni?
«Certo, ci ricordiamo tutto, la bozza Boato nella bicamerale di D’Alema, nel 1998, ben 28 anni fa. Questi editti fanno un po’ ridere, è un tema che merita il Parlamento, che è il luogo, o dovrebbe essere, della parola. Però capisce che se nel Parlamento – di fatto questa è una riforma che ha promosso il governo – non c’è stata alcuna alternanza, neanche una virgola spostata, è un problema non solo di forma ma anche di sostanza?».
Cosa ne pensa dell’atteggiamento di una magistratura accusata di essere corporativa e che rifiuta questa riforma con forme spesso discutibili?
«Rispondo con una domanda provocatoria. In quale altro ambito delle professioni avviene il 99 per cento dei giudizi positivo? Di cosa stiamo parlando? È evidente che è una casta ma appunto per questo servirebbe una risposta della politica nel suo complesso, o perlomeno nella parte più larga possibile».


















