Dopo Gaza e la Palestina, la politica estera divide ancora le opposizioni. Il campo largo si dimena tra equilibrismi troppo statici e oscillazioni anti-occidentali
C’è una sinistra che oggi scopre il Venezuela come ieri aveva scoperto Gaza, e lo fa con la stessa confusione semantica e lo stesso imbarazzo politico. Maduro messo sullo stesso piano di Hamas, due dittature sfocate dentro la nebbia delle presunte “libere elezioni“, due realtà diverse ridotte a caricatura per non dover prendere posizione fino in fondo. Il risultato è una sinistra che balbetta, che dà un colpo al cerchio e uno alla botte, mentre un’altra sinistra – più rumorosa, meno rappresentata, più ideologica – ha deciso di scendere in piazza. È successo ieri a Roma, con un presidio davanti all’ambasciata Usa, in vista di una manifestazione nazionale che si terrà ancora nella capitale.
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Un sit-in pacifico, slogan, poesie in rima baciata, letture pubbliche. “Liberate subito il presidente Maduro“. In piazza pezzi del Partito democratico romano, stanchi di aspettare indicazioni dal Nazareno, accanto ai movimenti di lotta, ai Pro Pal, alla Cgil di Roma e Lazio, all’Anpi – che si sa, è ormai un contenitore di anime incompatibili – ai centri sociali, a Rifondazione, alla galassia dell’extraparlamentarismo permanente. Gaza e Caracas vengono prima di tutto. L’Ucraina, semmai, è relegata in fondo alla lista, come una nota a piè di pagina imbarazzante. Scene di una distanza già vista sulla Palestina.
Lo scollamento tra le due “sinistre”
Le tracce di un allontanamento sempre più evidente tra una sinistra che prova a restare dentro una grammatica geopolitica occidentale, con mille cautele e infinite subordinazioni, e un’altra che rompe gli argini, diserta le urne, si colloca ai margini e spesso fuori dal Parlamento. Chiamarla “sinistra” forse è improprio: è un mondo che prova un disagio crescente a collocarsi in qualunque emisfero politico. Le parole d’ordine nascono e si moltiplicano sui social. I nuovi campioni del podcast, i siti pirata che ripubblicano gli editoriali di Marco Travaglio, l’ecosistema del Fatto Quotidiano, le intemerate di Alessandro Di Battista, l’anti-tutto ciò che non sia se stesso per eccellenza, il mondo che ruota intorno agli intellettuali tenuti a distanza dai talk show ma venerati online.
L’Antidiplomatico, Pressingweb, Le Monde diplomatique rilanciato come vangelo. Un contro-racconto che diventa identità. Dove il destino ineluttabile di Caracas viene accomunato a quello di Cuba che ha perso il suo ultimo alleato. Poi ci sono quelli che con Maduro ci sono stati davvero. Pino Arlacchi, che non ha mai nascosto la sua vicinanza al chavismo. Vito Petrocelli, quando da presidente grillino della Commissione Esteri del Senato volò a Caracas in “missione personale”. Un mondo che parla di neocolonialismo energetico, come Angelo Bonelli, che legge l’arresto di Maduro come una guerra del petrolio, una prova di forza trumpiana per rimettere le mani sul 17 per cento delle riserve mondiali. Intanto fuori dall’Italia il copione è chiaro.
Il Pd paralizzato
La Cina all’Onu invita gli Stati Uniti a garantire l’incolumità di Maduro e di sua moglie, parla di violazione della sovranità. Ione Belarra, leader di Unidas Podemos, chiede l’uscita della Spagna dalla Nato se l’Europa non isola Washington. Parole che suonano familiari a questa sinistra italiana che guarda più a Caracas che a Bruxelles. E la sinistra istituzionale? Fatica persino a pronunciare parole più dure di quelle dell’Onu. Keir Starmer trova il tempo di schierarsi con la Danimarca contro le mire trumpiane sulla Groenlandia. In Italia serve Filippo Sensi per ricordare a Giorgia Meloni che forse una telefonata di solidarietà a Mette Frederiksen si poteva fare. Un gesto minimo, quasi burocratico.
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Ma persino quello diventa un atto politico. In mezzo a questa frattura resta il Pd nazionale, paralizzato. Contro Maduro “al cento per cento“, dicono ufficialmente. Ma è un cento per cento che suona burocratico, senz’anima, privo di quella radicalità morale che viene richiesta a gran voce dalle piazze. Da un lato i Cinque Stelle ufficiali, prudenti, istituzionali, europeizzati; dall’altro i fuoriusciti, i reduci, i delusi, che con Di Battista parlano apertamente di manovra petrolifera americana e condannano Washington senza se e senza ma. È la sinistra ex parlamentare che si fa extraparlamentare per necessità, più che per scelta. E intanto Cuba osserva.
Tra chi cerca il centro modrato e chi vuole distruggerlo
Perché senza il Venezuela, senza il petrolio chavista, l’isola rischia di crollare da sola, lentamente, nel silenzio generale. Un dettaglio che pesa come un macigno nelle analisi di chi continua a leggere l’America Latina come un blocco unico, ideologico, impermeabile alla storia. Il punto, però, non è assolvere Maduro né santificarlo. Il punto è la sproporzione. È l’uso selettivo dell’indignazione. È l’idea che un sequestro di Stato possa diventare accettabile se il soggetto è stato preventivamente ridotto a “regime”. È la stessa dinamica vista con la Palestina: prima la delegittimazione, poi l’eccezione, infine la normalità. Così la sinistra italiana si ritrova di nuovo divisa davanti allo specchio.
Una parte si chiede come non perdere il centro. L’altra come distruggere il centro stesso. In mezzo resta un vuoto politico. Il paradosso è tutto qui. Se al posto di Maduro e della “primera combatiente” Cilia Flores fosse stato rapito un presidente anti-comunista, come avrebbe reagito questa sinistra di piazza? E come avrebbe reagito quella istituzionale? Le saccature non sono solo politiche, sono generazionali, culturali, cognitive. Da una parte chi rincorre i moderati e l’ordine mondiale esistente. Dall’altra chi combatte quell’ordine in blocco e quando si vota resta a casa.


















