Il segretario di Forza Italia ipotizza un percorso condiviso con Azione alle prossime amministrative nelle due città. L’ipotesi è quella della convergenza su un nome civico, anche al di fuori del perimetro del centrodestra. Sullo sfondo c’è la legge elettorale
Antonio Tajani, il segretario di partito, ha un piano. E non teme di dirlo a voce alta. Lo ha fatto nelle ultime ore di lavoro della Camera prima della pausa dei lavori. “Con Carlo Calenda andremo a proporre un candidato civico condiviso per il sindaco di Milano e di Torino. Come è già successo in Basilicata per il governatore Bardi”. Detta così, da una fonte così autorevole, la faccenda acquista un peso ben diverso dei soliti retroscena un po’ furtivi recuperati sempre in Transatlantico tra un capannello e l’altro e con la promessa dell’off the record.
La strategia
Il gioco di Tajani e di Forza Italia è abbastanza chiaro: allargare l’area di consenso andando a pescare voti in quell’area moderata del paese che in parte non va a votare e in parte è rimasta orfana di quel terzo polo di Renzi, Calenda, Magi e Della Vedova (+ Europa) che non è decollato per le ben note faccende interne. Tajani sa benissimo che puntare a quell’area avendo un’alleanza strutturata con la destra di Meloni e Salvini è un’impresa quasi impossibile. E però ci prova. Deve farlo anche perché è la richiesta che arriva dai fratelli Berlusconi che vogliono una Forza Italia più lib, più dem, più europea e riformista.
La replica
La fiche Calenda è anche l’unica che Tajani può giocare. Il leader di Azione lo sa bene e si comporta di conseguenza, alza il prezzo e gioca al terzo forno. Così se Tajani lo invita alla festa di partito, Calenda va e quando qualcuno gli chiede “pronto ad entrare in Forza Italia”, la risposta è: “Più facile che Tajani venga da noi e lasci Meloni e Salvini”. A marzo è in calendario il lancio della piattaforma politica Drin-drin che dovrebbe vedere insieme Calenda, Marattin, Fondazione Einaudi e chi ci sta in quell’area.
I candidati civici
Questo attivismo politico spiega la chiarezza con cui Tajani sta giocando giocato la fiche Calenda: per mettere le mani avanti e vedere quanto gioco muove. Parlare oggi dei sindaci di Torino e Milano può sembrare in effetti prematuro – si voterà nella primavera 2027 e potrebbe essere un election day con le politiche – ma non lo è perché le alleanze hanno bisogno di tempo per radicarsi e convincere. La questione dei candidati civici alla guida delle due grandi città del nord pare abbia scaldato i telefoni dello staff di Azione in questi giorni sebbene di festa. E non c’è dubbio che in entrambe le città si possano creare condizioni favorevoli perchè questo accada.
Il caso di Milano
A Milano, spiegano fonti calendiane – “noi siamo rigorosamente con la giunta Sala anche se il Pd ha messo il veto sul rimpasto di giunta che doveva far entrare Azione nel governo della città”. Questo vuole dire che siete pronti ad un’alleanza con Forza Italia (e quindi con Meloni e Salvini) nella scelta del sindaco? “Neanche per idea, nessun laboratorio” la risposta tranchant “anche se potrebbe essere Forza Italia che decide di appoggiare un civico al di fuori del perimetro della maggioranza”. Gira un nome, ed è quello di Ferruccio Resta, 57 anni, ingenere, ex rettore del Politecnico di Milano ed ex rettore della Crui. Così come il centrosinistra sta investendo su un altro “civico” come il giornalista Mario Calabresi. Calenda è netto: “La formula per rivincere Milano è avere un candidato pragmatico. Non fare una campagna ideologica ma farla sulla base dei problemi che la città ha. Se l’obbiettivo del Partito democratico, come sembra, è metterci fuori dalla coalizione, sono fatti loro”.
La situazione a Torino
Anche il Piemonte è a suo modo un laboratorio per Forza Italia, per il centrosinistra e per le alchimie di Calenda. La sintonia tra il sindaco Lo Russo – riformista, moderato, legata alla tradizione renziana – e il governatore Cirio sta producendo una delle migliori stagioni della regione che sta richiamando eventi e turismo. Non sfugge che Cirio, oltre che vicepresidente di Fi, è anche uno dei volti nuovi su cui Marina e Piersilvio puntano per il rinnovamento del partito, rinnovamento di cui Tajani si sente motore e non certo comparsa. “Io sono come quel ciclista che negli anni sessanta non ha mai vinto una tappa ma vinse il giro d’Italia per ben due volte, si chiamava Franco Balmanion”.
La legge elettorale
Le grandi manovre sui lib-dem moderati, al di là delle tattiche di ciascuna parte interessata, devono fare i conti con la legge elettorale. A gennaio si comincerà a fare sul serio nel senso che le trattative usciranno dai corridoi dei palazzi dove sono state in questi sei mesi e approderanno ad un vero tavolo. I tempi sono più che maturi perché le nuove regole del gioco, che il Pd e il centrosinistra non vorrebbero cambiare, dovranno essere pronte entro l’autunno.
Le ipotesi
Anche su questa partita Calenda è molto corteggiato. Ufficialmente non vorrebbe cambiare il Rosatellum. Un sistema proporzionale puro, senza i collegi uninominali (che nel Rosatellum assegnano un terzo dei seggi) potrebbe diventare però interessante con soglie di ingresso basse, al 3 ma addirittura al 2 per cento. Attirare Azione nel perimetro del centrodestra – e l’esperimento sindaci-civici potrebbe essere un’ottimo laboratorio – può sembrare velleitario e dirompente per l’unità della base di Azione che si spaccherebbe. Convincere il partito di Calenda ad andare da soli dicendo addio per sempre al campo largo o come si chiamerà potrebbe essere decisivo per non far vincere il centrosinistra.


















