Il politologo della Luiss Giovanni Orsina, in dialogo con l’Altravoce, interpreta gli sconvolgimenti politici dell’anno e dice la sua sul dibattito sorto intorno alla cultura di destra
Il mondo che cambia con la rivoluzione trumpista, il ritorno dell’imperialismo russo e il quarto anno del conflitto ucraino. E poi l’Italia con il governo Meloni sempre in sella e la sinistra che arranca. Con Giovanni Orsina, professore di storia contemporanea e direttore del Dipartimento di scienze politiche all’Università Luiss di Roma, abbiamo fatto un bilancio di questo 2025 che si chiude.
La seconda presidenza Trump incarna la rivoluzione di questo 2025?
In un mondo in cui tutto è apocalittico, sono per l’understatement: Trump non è un rivoluzionario ma un prodotto del cambiamento storico. Dopo la fine della guerra fredda abbiamo sognato un multipolarismo animato da una “moralità” occidentale. Questo progetto è fallito: ora c’è una trasformazione radicale e non sappiamo che ordine mondiale ricostruiremo. Ciascun polo di questo mondo tende a massimizzare i propri interessi, ma senza una grammatica: quella occidentale è stata rifiutata. Trump va letto in questa chiave: amplifica questo processo ma non mi pare che, di per sé, sia in grado di fare un’autentica rivoluzione. Semplicemente, il sogno americano è fallito e ora gli Usa tendono a essere più autocentrati e nazionalisti.
Nel frattempo Trump accentra il potere alla Casa Bianca…
Non è un processo nuovo: del resto, se la politica internazionale diventa più pericolosa c’è bisogno di maggiore efficienza nei processi decisionali interni. Non condivido certi discorsi apocalittici che prospettano la fine della democrazia americana, tanto meno se si concludono caldeggiando opzioni cinesi: posizioni che mi fanno pensare che noi stessi siamo parte del nostro problema.
La reazione di Trump contro la cultura woke è stata radicale.
La cultura woke aveva esagerato. Comincia a uscire una generazione perduta di quarantenni americani che non venivano assunti, nelle professioni intellettuali, perché maschi e bianchi. Ne conosco anche di persona. La storia marciava già nella direzione di una reazione anti-woke: Trump rappresenta un cambiamento, certo, ma non abbiamo la dittatura in America.
Vladimir Putin: l’ideologia del “mondo russo” in eterna lotta contro l’Occidente…
L’errore comune è pensare che il passato non conti. La Russia ha una fortissima vocazione imperiale, solo nell’800 occupa milioni di chilometri in Asia centrale. Vivere a ridosso delle steppe asiatiche non è come vivere protetti dalle Alpi: certe tradizioni geopolitiche condizionano il modo di pensare le relazioni internazionali. Putin ritiene che l’ordine mondiale costruito sull’egemonia dell’occidente non sia neutrale ma penalizzi la Russia. Quindi pensa la Russia come una potenza revisionista: vuole ridisegnare le regole globali per trovarle uno spazio.
Come si risolve la questione ucraina?
Molti paventano l’appeasement, ricordando l’errore fatto con Hitler. Può essere, ma attenzione alle analogie storiche, non è detto che la Russia di Putin sia la Germania di Hitler. Quella del 1939, inoltre, fu una guerra pre-atomica, oggi viviamo in un mondo post-atomico. Trovo anche culturalmente sciatto incentrare tutto sulla personalità di Putin: in Russia c’è un contesto culturale e ideologico alla base di una classe dirigente e di un intero paese.
Che fare, dunque?
Primo, l’Europa deve dotarsi di una forza di dissuasione: oggi è gravemente sottodimensionata. Secondo, con Putin prima o poi bisognerà sedersi e trovare un accordo. I processi di moralizzazione degli ultimi anni non giovano: se trasformi l’avversario in mostro poi non puoi sedertici al tavolo. Ma prima o poi sarai comunque costretto a parlarci. L’isteria collettiva non aiuta: bisogna essere forti per poter trattare da posizioni di forza. Sapendo che Putin non verrà con il capo cosparso di cenere.
Intanto l’Ucraina sembra diventato un paese adulto: lotta per la liberazione e sembra lo specchio in cui si riflette l’Europa…
Sono d’accordo. L’aggressione russa ha sollecitato un senso di identità e di appartenenza. L’Ucraina è un esempio per l’Europa. Quando è stato necessario ha dimostrato di credere in se stessa. Certo, questa voglia di difendersi dipende dal fatto che appartiene a un mondo ancora in grado di pensare la violenza e la guerra. Un atteggiamento simmetrico a quello russo. I due paesi sono in grado di pensare la guerra proprio perché appartengono alla stessa storia. Viceversa, gli europei non sono più disposti a difendersi e, tra questi, gli italiani meno di tutti.
Il conflitto ucraino e la crisi delle relazioni con gli Usa ci mettono alla prova: che ne sarà dell’Europa?
Il quadro è negativo. Nel momento in cui l’ordine multilaterale si sgretola devi essere un soggetto politico. Ma l’Unione europea era pensata per il mondo multilaterale come espansione dei valori occidentali: l’atto unico europeo e Maastricht nascono in quel clima lì. Si può dire che l’Europa nasce tonda per un mondo tondo, ora quel mondo è diventato quadrato. È una “catastrofe identitaria”.
In che senso?
Le nazioni sono troppo deboli e piccole ma l’Europa non è riuscita a sostituirle. Usa, Cina, Russia e Turchia sono soggetti politici, ma in Europa le nazioni impediscono all’Unione di essere un soggetto politico e viceversa. L’Ue ha un problema strutturale di inadeguatezza. La buona notizia è che eppur si muove. Nonostante queste complessità, l’Europa ha compiuto una serie di passaggi: insufficienti, provvisori, sempre un passo indietro rispetto alla storia, ma ci sono.
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In Italia la luna di miele dell’elettorato con Giorgia Meloni regge ancora. Come si spiega?
La luna di miele non è mai finita perché non è mai cominciata: la vittoria di Meloni è stata l’effetto del default di tutti gli altri. Salvini si era “suicidato” al Papeete, i competitori esterni, dem e cinquestelle, si erano separati. Il M5s si è sgonfiato governando. Gli italiani hanno votato Meloni non per entusiasmo ma per rassegnazione. È un matrimonio di interesse, non d’amore, ma proprio per questo è solido. E nel frattempo non si è consolidata un’alternativa.
Meloni è apprezzata all’estero. Come ha conquistato questa fiducia?
Ha fatto molto bene la politica estera: è indiscutibile. Questo mondo è troppo complicato per essere pensato per categorie ideologiche, va pensato pragmaticamente e lei, alla fine, è molto pragmatica. Il suo libro di riferimento – che amo molto anch’io – è “Il signore degli anelli”: ma questo romanzo è una fuga dalla realtà, al massimo un riferimento identitario, non una guida all’azione. La guida per Meloni è l’interesse nazionale, che però vuol dire tutto e niente. Alla fine, rimane il pragmatismo. Lei tiene i piedi per terra, è brava nei rapporti bilaterali, sa essere affidabile. Di fronte al mondo che casca a pezzi, l’Italia è una piccola cosa: quindi va benissimo una figura pragmatica. Lo stellone italiano ci ha dato la persona giusta al momento giusto. Quando ha dovuto scegliere tra l’uso degli asset russi e il debito comune ha scelto il male minore. Il debito comune è più europeista? Pazienza. Tanti all’inizio del suo mandato temevano che l’Italia uscisse dall’Europa. Figuriamoci, dove vuoi che vada?
Nel centrodestra si è apertoundibattito sulla cultura politica tra Giuli e Veneziani: niente di meglio?
Nel centro destra non c’è cultura. Almeno, nulla che sia degno di interesse. In generale, tutto il dibattito culturale globale è sconfortante. Intorno a Trump si fatica a trovare qualcosa di nuovo che non sia completamente folle. Nick Land, filosofo del cyberpunk e dell’accelerazionismo, e Peter Thiel, fondatore di PayPal e teorico della modernità inarrestabile, dicono che dal caos uscirà un nuovo ordine: bello, ma nel frattempo resta il caos. Fra i molti riferimenti culturali di Land c’è la letteratura gotico-horror dei “Miti di Cthulhu” di H.P. Lovecraft. Robe divertenti ma folli.
E in Italia?
In accademia c’è la battuta del barone che per far fuori il candidato dice: “c’è del buono e c’è del nuovo, ma il buono non è nuovo e il nuovo non è buono”. Un certo conservatorismo vuole riproporre la tradizione del “dio, patria, famiglia”, ma come si può tornare lì dopo che questi valori sono stati smontati e gli italiani non si sposano e divorziano? Non basta rifarsi a Roger Scruton come fanno i Fratelli d’Italia. Solo il 15% degli italiani è pronto a morire per la patria: e allora che ci fai con il concetto di patria? Il conservatorismo anglosassone almeno fa riferimento a Edmund Burke, che era un gigante. Noi, con tutto il rispetto, ci accontentiamo di Giuseppe Prezzolini.
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La destra chi dovrebbe rileggere?
Penso a Giovan Battista Vico, Vincenzo Cuoco, Vincenzo Gioberti, Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi e Benedetto Croce. Solo per fare qualche nome. Invece, zero di zero. Non c’è nessun dibattito culturale, né riviste, giornali o fondazioni. Solo rimasticatura di roba vecchia e gestione del potere.
La sinistra è ambigua nella difesa dell’Ucraina e nel sostegno all’estremismo pro-pal. Dov’è finita la vocazione di governo? Elly Schlein ha definitivamente trasformato il Pd?
Il Pd non ha mai preso le misure al M5s. Tutto comincia nel 2013 con l’esplosione di una nuova sinistra populista e radicale che si emancipa dal controllo storico dei partiti postcomunisti. Il Pd riconosce che dentro ci sono elementi della sinistra storica ma non li controlla più. Bersani e Renzi sono tentativi per riassorbire questa anomalia, mentre il governo giallorosso Conte 2 è un tentativo di mangiarseli. I cinquestelle sono scesi al 12% ma restano fondamentali per vincere. Schlein non è che l’ultimo tentativo, recuperarli andando nella loro direzione. Ma così ti radicalizzi, perdi gli elettori di centro senza nemmeno recuperare gli astenuti. Rischia di fallire e lasciare l’egemonia a Conte, ma non possiamo buttarle la croce addosso. È un problema che viene da lontano: tutti hanno fallito.


















