Il verdetto delle regionali spinge la premier ad accelerare anche a costo di accontentare gli alleati con i listini bloccati
L’ultima tornata di regionali è stata solo una conferma: “Con questa legge elettorale alle politiche si rischia il pareggio, dobbiamo cambiarla”. L’allarme è scattato nella sede di Fratelli d’Italia. E il cantiere da mesi, già durante l’estate, tenuto sottobanco è diventato in poche la cosa di cui tuti parlano.
Elly Schlein va dritta: “Ci temono”. Ma la segretaria non vuole cadere nell’errore di parlare di legge elettorale mentre è in corso la sessione di bilancio. “Non faremo loro il favore di parlare di legge elettorale, referendum o di consiglieri del Quirinale e non parlare, invece, di una manovra sbagliata nella quale si ammette che la crescita dell’Italia sarà zero”. Giovanni Donzelli, che da mesi cura di persona o con intermediari la faccenda con colloqui informali e anche trasversali – cioè al fuori dal perimetro della coalizione – la mette così: “Il nostro obiettivo è fare in modo che chiunque vinca le prossime elezioni posso governare per cinque anni. La stabilità è un bene supremo”.
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Il rischio di un pareggio
Il problema è che ieri anche l’istituto Cattaneo ha messo nero su bianco lo scenario più probabile con questa legge elettorale mista tra collegi uninominali e proporzionale: un sostanziale pareggio tra le due coalizioni. Perché sì, la cosa che da ieri è più chiara è che il centrosinistra ha imparato la lezione e ha capito che uniti può competere con il centrodestra.
“La tendenza è abbastanza chiara – si legge nel report dell’Istituto Cattaneo – la dimostrata possibilità di far confluire i voti dei partiti del centrosinistra su candidati comuni (cosa non scontata), soprattutto nel Sud, riapre la competizione anche a livello nazionale”.
Lo scarto ridotto
Alle regionali, il governo Meloni “non è stato battuto e il centrodestra continua ad avere buone probabilità di rivincere le elezioni politiche. Ma, mentre alle elezioni del 2022 il centrodestra ottenne 98 seggi in più delle varie componenti del centrosinistra, in base ai risultati delle regionali, questo vantaggio si ridurrebbe a circa 34, con la eventualità che si riduca ulteriormente o venga di poco ribaltato”, si spiega.
Poiché le regionali, soprattutto in Campania e in Puglia, costituivano “un test importante della competitività del centrosinistra allargato ai 5 Stelle nelle prossime elezioni politiche”, gli analisti del Cattaneo hanno elaborato una stima “di ciò che potrebbe accadere alle elezioni politiche nazionali se il sistema elettorale rimanesse invariato e le performance del centrodestra e del centrosinistra allargato fossero simili a quelle registrate nel ciclo delle elezioni regionali svolte dal 2022 ad oggi”. Il risultato è, appunto, una distanza di 34 seggi. Cioè, nulla.
La trattativa con gli alleati
A questo punto sono scattate sirene e allarmi sonori di varia natura. Il cantiere, come si diceva, è già molto avanti. Fratelli d’Italia ma anche Forza Italia e Lega sono al lavoro su un proporzionale puro, sbarramento al 42% per avere il premio al 55%. La soglia d’ingresso al 3% (per la gioia dei più piccoli ad esempio Calenda che certamente è stato contattato sul tema) e una serie di listini bloccati per garantire Lega e Forza Italia.
I due junior partner della coalizione, soprattutto la Lega, non avrebbero intenzione di rinunciare ai collegi in cui si procede con il maggioritario perché sanno di avere un buon radicamento al nord (Lega) e al sud (Forza Italia) tale per cui avrebbero una serie di eletti garantiti. La soluzione sarebbero alcuni listini bloccati per mettere in sicurezza quei 15/20 nomi per parte che non hanno voglia di mettersi a fare una corsa sul territorio per raccogliere le preferenze. L’indicazione del premier nel simbolo, opzione ostacolata anche dentro Fdi nel terrore di essere cannibalizzati dal loro capo, dovrebbe essere risolta in altro modo, ad esempio mettendo il nome del premier nel programma politico depositato al Viminale.
Chi si oppone al Melonellum
Tutto questo ieri è diventato il Melonellum. Rispetto al quale tutte le opposizioni, ma non Azione e neppure i lib-dem di Marattin, stanno alzando le barricate. La segretaria del Pd ieri ha fatto una conferenza stampa per “chiudere” la fase della costruzione del centrosinistra allargato (“testardamente unitari è la strada che dobbiamo seguire, da Renzi a Avs, passando per i 5 Stelle tutti sono importanti”) e lanciare la campagna per le prossime politiche. “Il governo è contendibile, la partita delle politiche è apertissima” ha detto e “noi possiamo andare a vincere con la linea testardamente unitaria”. Qualcuno nota che non è stato citato Carlo Calenda. Lo staff corregge: “Siamo aperti a tutti, nessun veto”.
I contatti
Legge elettorale, dunque. “I contatti” con Giorgia Meloni, sebbene raccontati in qualche retroscena, “non ci sono stati”. E poi insiste: “Mi sembra strano che la destra abbia il tempo di aprire un dibattito sulla legge elettorale, mentre ancora non ha spiegato come correggere una pessima legge di bilancio. Non ci interessa discutere le priorità di Meloni ma quelle degli italiani, che non sono la legge elettorale, ma il bilancio”. Nelle stese ore, ieri, anche Matteo Renzi ha riuniti i suoi per parlare delle legge di bilancio, “brutta senz’anima, la peggiore degli ultimi trent’anni”. Stare sul pezzo, sulla vita reale: questo la priorità del centrosinistra.
Al voto prima del 2027?
La sensazione è che questa accelerazione sulla legge elettorale sia dovuta anche all’ipotesi, non così remota, che la legislatura possa finire prima del 2027. Il referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pm potrebbe essere l’accelerazione che nessuno vorrebbe ma che ad un certo punto s’impone. La maggioranza vuole essere pronta. “Perché mai ieri Ignazio La Russa avrebbe tirato fuori nuovamente il caso Garofani, il consigliere del Quirinale sorpreso a ragionare sugli sviluppi politici della legislatura, se non per precostituire l’alibi per chiedere il voto anticipato?” si chiedevano ieri alcuni deputati di centrosinistra.
Riccardo Magi, segretario di +Europa non ha dubbi: “Governo e maggioranza intervengono su una delle leggi fondamentali della democrazia per conservare il potere. Meloni, sconfitta alle elezioni regionali, si prepara a cambiare la legge elettorale per restare a palazzo Chigi. Uno scenario da fine impero che fa rabbrividire”. Il cantiere sulla legge elettorale è ufficialmente aperto. Per la maggioranza ci lavorano Giovanni Donzelli per Fratelli d’Italia, Alessandro Battilocchio per Forza Italia, Roberto Calderoli per la Lega. I 5 Stelle sono stati consultati in questi mesi. A loro il proporzionale non dispiace. Ma, ha chiarito ieri Ricciardi, “di certo non faremo un favore alla maggioranza”.















