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Mastella: «Meloni ora rischia ma il Centrosinistra è senza strategia»

Il sindaco di Benevento ed ex ministro della giustizia Clemente Mastella commenta il voto in Campania

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La sua lista, “Noi di centro”, è stata la più votata nella circoscrizione di Benevento. Il figlio Pellegrino ha fatto il pieno di voti ed è entrato in consiglio regionale. Clemente Mastella, attuale sindaco di Benevento ed ex ministro della Giustizia, non può non ritenersi soddisfatto dell’esito del voto in Campania.

I cinquestelle sono crollati nonostante esprimessero il candidato.

«Che ci fosse un calo era inevitabile, ma hanno retto, anche perché il loro voto va sommato a quello della lista di Fico».

C’è chi ha visto nel voto in Campania un monito alla premier. È così?

«Il suo gruppo dirigente in Campania è piuttosto modesto. Questo è il suo limite, c’è una frattura tra lei, che è una Ferrari, e la Topolino che le sta dietro».

Alla fine tutto secondo i pronostici: un pareggio 3 a 3.

«Va considerato il peso delle regioni. Il numero di abitanti tra Campania, Puglia e Toscana è circa il doppio delle altre tre. E poi c’è il valore strategico delle regioni».

A livello nazionale si tornerà presto a parlare di legge elettorale. Con l’attuale sistema Meloni rischia?

«Dopo i risultati delle regionali, il rischio del pareggio o addirittura della sconfitta della premier è concreto».

Il dato più impressionante è ancora quello dell’astensione. Come lo spiega?

«Non è solo disaffezione. E’ un fenomeno mondiale. In Italia lo accusiamo maggiormente perché eravamo quelli che votavano di più. Negli Stati Uniti il presidente viene eletto di fatto con il 25% dei voti. Sono cicli della storia».

Quindi va ridimensionata la portata tragica del fenomeno?

«In parte va ridimensionata, in parte va recuperata la copertura del territorio e il radicamento. Oggi i parlamentari non li conosce più nessuno. Non c’è più dialogo: quali sono le sedi in cui si discute, si parla e si ascolta? Non ci sono, ma la gente chiede di essere ascoltata».

Auspica una legge elettorale che consenta di recuperare il legame tra rappresentanti e rappresentati?

«Se si vuole fare il proporzionale, a mio avviso la cosa migliore è mettere le preferenze».

La sua lista si chiama “Noi di centro”. Proprio il centro sta assumendo una certa rilevanza politica, con Calenda che strizza l’occhio al centrodestra e Conte che tenta di smarcarsi dal massimalismo della Schlein.

«Sono cose che non interessano ai cittadini. Io spero che le regionali in Campania possano esercitare una funzione pedagogica. Si cercano le condizioni per stare insieme, dopo di che si candida quello che ha maggiore capacità attrattiva, chiunque esso sia».

Ma perché c’è questa rincorsa verso il centro?

«Perché si sta capendo che il radicalismo non porta alla vittoria. Anche gli entusiasmi per la vittorio di Mamdani a New York e l’illusione che quel modello possa essere trasferito in Italia non hanno senso».

Nel campo largo si moltiplicano le correnti, i riformisti del Pd provano a riorganizzarsi. È possibile che si strutturi una forte area riformista?

«In quell’area vedo tanti vagiti ma senza quella forza che caratterizzava le correnti democristiane, le quali si alternavano e determinavano la strategia generale del partito. Tutto questo nel centrosinistra attuale non accade. Non si tratta tanto di mettere in discussione il leader del momento, ma di dare un’indicazione. Moro aveva meno del 10% in consiglio nazionale ed esercitava una guida politica che valeva per tutti».

A dividere gli schieramenti ci sono poi i temi di politica internazionale.

«È una questione decisiva, ed è un vantaggio che il centrosinistra non acquisisce. Visto che a destra Salvini strizza costantemente l’occhio alla Russia, il centrosinistra dovrebbe trovare una politica estera comune, che però non c’è».

Ora siamo proiettati verso il referendum sulla giustizia. Come valuta la riforma?

«Il problema in Italia è la durata del processo. La riforma rischia poi di rendere più “cattivi” i pm, anche perché si creerà una forma di antagonismo tra il pm da un lato e i giudici dall’altro».

La riforma cerca però di correggere un’anomalia.

«È giusto che ci siano dei correttivi, ma avrei cercato dei correttivi un po’ diversi».

Quali?

«Si sarebbe dovuto trovare un sistema diverso per la valutazione dei giudici, in cui parte dei giudici stessi possano valutare l’operato di quei pm che hanno avuto atteggiamenti scorretti. E’ stato così anche con me: si è arrivati al punto di accusare il mio partito di essere un’associazione a delinquere. Neanche con Mani Pulite si arrivò a tanto. Nessuno dei miei è stato condannato per aver preso soldi, ma quei pm hanno fatto carriera. Questo è inaccettabile».

Ha deciso se voterà sì o no al referendum?

«Ci devo pensare».

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