Il cantiere della legge di Bilancio ha già aperto i battenti, i partiti della maggioranza hanno fatto l’elenco delle priorità – tutt’altro che coincidenti – issando le bandierine sotto cui sperano di raccogliere il maggior numero possibile di elettori in vista della tornata elettorale per le regionali di autunno. La Lega ha messo sul tavolo il dossier delle pensioni. Ne parliamo con la professoressa Elsa Fornero, già ministro del Lavoro e autrice della riforma del sistema pensionistico da sempre nel mirino del Carroccio.
Professoressa, anche quest’anno lo smantellamento della riforma Fornero promesso da Matteo Salvini non sembra all’ordine del giorno…
«Non lo è semplicemente perché è impossibile con i vincoli di bilancio che abbiamo. Il nostro debito pubblico è elevato, i vincoli di bilancio ci sono, la guerra russoucraina ci chiede di spendere di più per difesa, e quindi è estremamente difficile trovare risorse per gli anticipi dell’età pensionistica, in un momento in cui dovremmo spendere per quello che produce crescita, come istruzione, formazione professionale, ricerca, innovazione, sanità e così via».
La Lega promette il congelamento per un biennio dell’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, scongiurando quindi l’innalzamento da 67 a 67 e 3 mesi dell’età minima che scatterebbe nel 2027, una misura che costerebbe tra i 2 e 3 miliardi.
«La Lega dovrebbe fare i conti soprattutto con se stessa, perché è un partito che soprattutto attraverso il suo segretario, ha sempre detto che avrebbe distrutto la riforma e non ha potuto farlo, ma non perché quella riforma fosse perfetta, ma semplicemente perché era necessaria. La Lega non ha mai considerato forse il fattore più importante nel determinare quella necessità, e cioè il cambiamento demografico: quando noi abbiamo un sistema pensionistico che è finanziato da chi lavora, e a beneficio di chi è in quiescenza, abbiamo un futuro nel quale il numero di coloro che lavorano rispetto a quelli che sono in pensione, se non cambiamo, se non si mantiene quella riforma, aumenterà. Giorgetti sa bene che l’unico modo per tenere buoni i mercati finanziari rispetto al nostro debito pubblico è non fare politiche avventate, come sarebbe una generalizzata riduzione dell’età pensionabile. Si manda avanti Durigon che ha un passato da sindacalista, usa un linguaggio da sindacalista e ha promesso l’abbassamento dell’età di pensionamento a 64 anni e ora ha messo in piedi una serie di misure mascherandole come regali del governo, quando in realtà si chiede ai lavoratori di pagare per ciò che ottengono, questa è una cosa che va detta con piena onestà».
Ci spieghi.
«La possibilità di destinare la liquidazione, cioè il trattamento di più di rapporto ai fondi pensioni è un grado di libertà in più e può anche andare bene. Ma non si dica che è una generosa elargizione del governo. Non so se molti lavoratori crederanno che questo sia un vero vantaggio, credo che sarà destinato allo stesso successo di Quota 103».
Sul congelamento dello scalino si è formato un partito trasversale, la misura incontra infatti il favore anche di Pd, M5s e Avs.
«Si tratta di un partito che in questi anni ha sempre sostenuto una sorta di controriforma rispetto a quella del 2011, e ha appoggiato direttamente o indirettamente le varie quote. Quindi non mi stupisce. Detto questo, la responsabilità nei confronti delle generazioni future richiederebbe da parte di tutti il riconoscimento che certe cose non si possono fare. É vero che tre mesi in più possono pesare, lo capisco, è anche vero che se lo scatto verrà congelato qualcuno dovrebbe pagare questo maggiore costo, ovvero la nuova generazione. È facile fare i generosi mettendo a debito di altri che non hanno tanta possibilità di opporsi il costo di queste operazioni. Bisogna riconoscere apertamente che la vita si allunga, se si consente il pensionamento anticipato si rischia di fare dei futuri pensionati poveri. Questo ormai le persone l’hanno capito e hanno capito anche che se lavorano di più potranno essere più sereni nella loro vita da pensionati».
C’è un rischio di sostenibilità del sistema pensionistico ma anche di creare uno scontro tra generazioni, mettendo in atto quello che molti definiscono un “furto” da parte delle persone anziane, un bacino elettorale molto consistente, ai danni dei giovani.
«È importante che il sistema pensionistico – che è l’emblema di questo patto generazionale – venga sottratto alle logiche elettorali di breve periodo. Purtroppo non ci si riesce e quindi ciascuno cerca di sfruttare certi aspetti meno graditi all’elettorato per proporre cambiamenti che se non affrontano i veri problemi, come l’invecchiamento della popolazione, non sono semplicemente sostenibili. Bisognerebbe mandare il messaggio che in una situazione nella quale non ci troviamo la cosa importante è aumentare il tasso di occupazione, oggi tra i bassi d’Europa, anche se è cresciuto, e aumentare i salari. Se non facciamo queste cose il sistema delle pensioni smotta in alta misura perché non è dalle regole politiche che viene la sostenibilità del sistema pensionistico ma dai fondamentali della democrazia e dell’economia».
Tra le priorità della Lega c’è la rottamazione, la quinta, delle cartelle esattoriali. Salvini sembra aver spuntato il via libera del ministro Giorgetti che finora ha tenuto alta la guardia sui conti pubblici.
«Giorgetti sa che occorre prudenza anche delle parole (il riferimento è a certe «incursioni» del vicepremier Salvini nella politica estera, ndr) per evitare che i mercati finanziari che hanno il nostro debito diventino sospettosi della stabilità politica del Paese. Ma, essendo un rappresentante del partito, ogni tanto deve cedere qualcosa. La rottamazione è veramente ingiusta, dovrebbero essere gli italiani che pagano le imposte a ribellarsi. Senza contare il fatto che funzionano poco perché si aspetta sempre la prossima, e quindi è veramente una politica miope, e me lo lasci dire, dissennata».
L’Istat ha confermato la battuta d’arresto del Pil nel secondo trimestre su base congiunturale -1% – +0,4% su base tendenziale – con una crescita acquisita per il 2025 che si attesta allo 0,5%. Intanto il carrello della spesa vola al +3,5%. Il mercato del lavoro regge, la premier di fronte alla platea di Cl ha festeggiato il raggiungimento la soglia di un milione di posti di lavoro in più in mille giorni di governo.
«La premier dovrebbe ricordare che sarebbe drammatico se non ci fosse stato questo aumento di posti di lavoro con tutto il debito che abbiamo acquisito dall’Europa con il Pnrr per fare le due cose che i governi politici italiani non vogliono tanto fare, investimenti, ovvero spendere per migliorare il futuro, e le riforme, che vuol dire togliere molti di quei lacci e lacciuoli che impediscono al Paese di esprimere al meglio le sue potenzialità. Anziché prendersi tutto il merito di un discreto risultato dovrebbe ricordare che viene da riforme precedenti e da questo programma volta al futuro. Se non avessimo risultati, beh l’operazione Pnrr sarebbe stata fallimentare».
Meloni ha annunciato un intervento a favore del ceto medio che dovrebbe sostanziarsi nel taglio delle aliquote sul secondo scaglione Irpef. Che ne pensa.
«Credo che l’aumento dei salari dovrebbe avvenire attraverso un aumento di produttività e per aumentare la produttività occorre investire. Uno degli investimenti più importanti è quello nell’istruzione che non mi sembra che il governo la metta al primo posto, lo stesso per l’innovazione delle imprese e la ricerca. Spese necessarie per creare sviluppo che rischiamo fare e che adesso con l’aumento delle spese per la difesa sarà ancora più difficile fare, quindi ci troviamo con queste crescita asfittica 0,5 0,6%, speriamo che diventi 0,7% che però è molto bassa. Ancora non riusciamo a uscire da quella è che la nostra crisi strutturale di lungo termine, che non non è colpa di questo governo, viene da prima viene da molti errori fatti negli ultimi decenni».
Meloni ha promesso anche il taglio dei costi dell’energia per le imprese.
«Si tratta di ridurre almeno il carico fiscale che grava sui costi dell’energia. Ricordiamoci però che si parla di uscire dalla procedura di debito eccessivo, di stare entro il 3%, a partire dal prossimo anno, ma questa uscita richiede o un aumento delle imposte o una riduzione della spesa. Non si possono promettere tutte le cose. Nel suo discorso Meloni è stata molto generosa, il brutto degli economisti che devono sempre dire da dove vengono le risorse per finanziare certi programmi, come gli aiuti per la casa. Ma cosa rinunciamo, o dove prendiamo i soldi? Siete disposti fare una patrimoniale? Tutti saltano sulla sedia se solo si pronuncia questo termine, però non dicono mai come fanno poi a far quadrare il cerchio».
Che ne pensa del nuovo “pizzicotto” alle banche ipotizzato dal ministro Giorgetti e fortemente sostenuto da Salvini?
«È la solita sceneggiata pre legge di Bilancio. Personalmente ritengo che le banche, come associazione bancaria, potrebbero dire loro che fanno qualcosa per il Paese. Dicono che pagano le imposte, hanno concesso l’anticipo del credito di imposte che avrebbero ricevuto, va bene, ma potrebbero fare qualcosa in più. Detto questo, quella sugli extraprofitti è una discussione surreale perché non sono una categoria concettualmente definita, meno che mai dal punto di vista normativo. Non è che se uno fa profitti, ad esempio, sopra il 15% sono extra e li tasso, la tassazione è stabilita preventivamente e c’è modo di di imporre una progressività che fa sì che se tu guadagni molto di più paghi progressivamente parecchio di più».
Ma allora a quali risorse si potrà attingere?
«Secondo me non cambierà nulla e non potranno mantenere le promesse che stanno facendo. È campagna elettorale, ed è anche deprimente vedere che non hanno alcuna fiducia nella capacità di discernere dei cittadini, ma come recita il famoso detto di Lincoln “si può ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non si può ingannare tutti per sempre”».
Che legge di Bilancio sarà?
«Credo che Giorgetti resterà fermo, qualche pizzico di populismo lo introdurrà ma non ci saranno grandi cambiamenti. Si giocherà sul livello delle aliquote ma poi la porzione di reddito nazionale che viene assortita dal fisco deve essere quella necessaria per finanziare la spesa, altrimenti aumenta il disavanzo e di conseguenza aumenta il debito che ci siamo impegnati a ridurre».