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Meno Europa, il totem che resiste

Per la sua rentrée politica dopo le vacanze pugliesi, Giorgia Meloni ha pronunciato un articolato intervento dal palco riminese del 46° Meeting di Comunione e Liberazione. Considerata la platea e il titolo stesso dell’edizione, una citazione del poeta e premio Nobel per la letteratura, il conservatore T.S. Eliot («nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi»), la Presidente del Consiglio è parsa particolarmente a suo agio. Sin dall’apertura non ha celato la consonanza di posizioni con i richiami all’importanza della dimensione spirituale e comunitaria così centrali nell’universo culturale ed ideologico dei militanti di CL.

La parte più interessante del discorso è parsa quella dedicata al ruolo dell’Italia nel mondo, considerati i cambiamenti epocali in atto e la drammaticità dei molti dossier internazionali. Negli oramai tre anni trascorsi a Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio si sarebbe innanzitutto spesa per costruire, con «mattoni nuovi», una nuova postura internazionale per il Paese. E tutto ciò sarebbe stato perseguito prima di tutto tramutando il pragmatismo ed il realismo in vera e propria arte di governo. In un significativo passaggio Meloni ha ribadito come sia per lei fondamentale rifuggire il campo delle ideologie, per concentrarsi sulle persone e sulle iniziative che hanno contribuito a trasformare l’Italia da «malata d’Europa» a quella che oramai le agenzie di rating e i principali osservatori economici considerano una «anomalia positiva».

Dopo aver esaltato il realismo e il buonsenso come armi di governo, Meloni si è poi concentrata sull’evoluzione dell’Unione europea e il ruolo di Roma nella complicata congiuntura. In questo caso il punto di partenza è stato un richiamo al recente intervento di Mario Draghi, pronunciato dallo stesso palco. Meloni ha sottoscritto le critiche mosse da Draghi ad un’Unione europea incapace, a detta dell’ex presidente della Bce ed ex capo del governo italiano, di rispondere alle sfide geopolitiche in atto, almeno quanto a quelle di competitività economica e tecnologica. In questa nuova veste di «draghiana di ferro» (dopo essere stata all’opposizione solitaria all’epoca del governo Draghi…), Meloni ha poi aggiunto due considerazioni che ci dicono non poco della sua evoluzione ideologica e culturale sui temi dell’europeismo.

Da un lato evocando il «prezzo da pagare per la propria libertà», nel momento in cui si parla di difesa europea e presentando un nuovo rapporto euro-atlantico nel quale gli Usa sono destinati a cessare il loro ruolo di garanti per la sicurezza in Europa come ultima istanza. Senza naturalmente arrivare a descrivere una vera e propria autonomia strategica europea (modello Macron…), Meloni si è implicitamente fatta portatrice di un’evoluzione nella quale le due sponde dell’Atlantico sono destinate ad allontanarsi piuttosto che ad avvicinarsi.

Dall’altro lato ha richiamato la classica contrapposizione burocrazia versus politica, per delineare l’evoluzione perversa alla quale si sarebbe destinata l’Ue. Ad essere interessante di questa parte è la definitiva certificazione del percorso fatto da Giorgia Meloni dalle posizioni dure, euro-scettiche per non dire eurofobiche, al desiderio di presentarsi come portatrice di un euro-criticismo ancora una volta pragmatico, realista e soprattutto ragionevole.

Se come ha affermato in maniera ripetuta «le regolamentazioni e le ideologie cieche vanno contrastate», il tutto va svolto lavorando all’interno dell’edificio comunitario. Affermando di voler andare oltre il dibattito che divide chi vorrebbe «più Europa» da chi ritiene che sia necessaria «meno Europa», Meloni sembra aver abbandonato ogni velleità reazionaria, perlomeno in relazione ai temi del processo di integrazione europea, per fare propria la bandiera di un conservatorismo che cerca, sono ancora le sue parole, di «innovare, ma non utilizzando mattoni vecchi», insomma un conservatorismo proiettato nel futuro.

È proprio su questo ultimo passaggio che si innesta però una fondamentale contraddizione. Meloni conclude con l’immagine, già altre volte tratteggiata, dell’Unione europea che dovrebbe «fare meno e fare meglio», lasciando però il ragionamento incompiuto: con chi vuole costruire questa nuova Europa? Quali sono i suoi riferimenti a livello continentale? La presidente della Commissione europea e il Cancelliere tedesco? Il suo discorso deve dunque essere ascritto ad una marcia di avvicinamento ad un popolarismo europeo, del quale ha intenzione di prendere la guida? La sua proposta di reinventare un europeismo di stampo occidentalista non potrà certo essere perseguita con accanto gli amici polacchi del Pis, né tanto meno portando dalla sua parte i Patrioti di Salvini, Le Pen e Orban.

Ecco la vera carenza nell’analisi di Giorgia Meloni e soprattutto nella sua proposta per rimettere mano all’evoluzione in atto del processo di integrazione europeo. La sua concezione realista e pragmatica applicata all’evoluzione dell’Ue dovrebbe condurla a portare alle estreme conseguenze quello che è un approccio classico intergovernativo. La sua idea di costruzione europea è fondata su una visione di matrice “gollista”, da “Europa delle patrie”, basata su accordi al vertice tra capi di Stato e di governo che delegano alle istituzioni europee solo il minimo indispensabile.

Ma anche in questo caso non mancano le contraddizioni: è possibile pensare ad un’evoluzione di questo genere dopo le crisi che lo spazio europeo ha affrontato nell’ultimo quindicennio? Cioè dopo la crisi dell’area euro, quella migratoria, quella del Covid e quella in atto relativa all’invasione dell’Ucraina? Il livello di integrazione e di condivisione tra i Paesi membri non ha raggiunto un punto dal quale è più complicato retrocedere che avanzare? E infine siamo davvero convinti che il pragmatismo e la fuga da qualsiasi richiamo all’ideologia costituiscano davvero l’Alfa e l’Omega dell’agire politico di Giorgia Meloni?

Nel rapportarsi a non pochi partner europei, si pensi alla Spagna di Sanchez e alla Francia di Macron, ma anche al Regno Unito del laburista Starmer seppur non più parte dell’Ue, il pragmatismo spesso ha lasciato spazio alla polemica ideologica. In fondo il pragmatismo vero, e non quello propagandato, si mostra nella sua essenza nel momento in cui ci si deve confrontare con partner non affini proprio da un punto di vista ideologico. Il socialdemocratico Schimdt e il liberal-conservatore Giscard d’Estaing mostrarono pragmatismo nello strutturare il Sistema monetario europeo. Così come il socialista Mitterrand e il cristiano-democratico Kohl fecero lo stesso nel gestire riunificazione tedesca e moneta comune. Esiste qualcosa di simile all’orizzonte con protagonista la nostra Presidente del Consiglio?

Ecco allora che nell’importante discorso pronunciato a Rimini Meloni ha da un lato evidenziato tutti i notevoli passi avanti fatti in questi anni al governo del Paese. Non vi è palestra migliore delle responsabilità di governo per smussare gli angoli e assumere atteggiamenti realisti e ispirati al buonsenso e all’equilibrio. Su questo fronte Meloni ha maturato un importante senso dello Stato e delle istituzioni.

Dall’altro lato ha però confermato anche tutti i suoi limiti e soprattutto il suo trovarsi ancora in mezzo al guado, senza aver realmente deciso cosa vorrà fare e chi vorrà essere da grande. Sul palco osannante di Rimini è apparsa in bilico tra un passato da Europa delle patrie e delle nazioni, che di sicuro non tornerà, ed un futuro di sovranità e autonomia strategica dell’Europa tutto da scrivere, ammantato di incertezze, ma unica possibile evoluzione per offrire una chance di sopravvivenza a quell’Occidente che ella stessa ha più volte evocato. Prima possibile Meloni dovrà scegliere il percorso definitivo e naturalmente i compagni di viaggio. L’Italia potrà svolgere un ruolo di rilievo, a patto che il guado sia oltrepassato.

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