Home / Italia / Meloni, l’autunno caldo tra riforme, soldati, dazi. Ma l’incognita è la Lega

Meloni, l’autunno caldo tra riforme, soldati, dazi. Ma l’incognita è la Lega

Si dovrebbe capire subito, domani, che intenzioni ha Giorgia Meloni. Il Festival di Comunione e Liberazione a Rimini le ha offerto 40 minuti di platea (ore 12) per rispondere alla tante questioni sospese del suo governo e della sua maggioranza. Se non sarà Rimini, si tratta di aspettare Cernobbio (5-6-7 settembre) il tradizionale appuntamento economico del Forum Ambrosetti. Come ogni anno, la fede “pragmatica” di Cl e il capitalismo di villa d’Este riaprono la stagione politica italiana. E a quel punto le carte dovrebbero essere più o meno in tavola. Quanto meno, indicare il cammino. Al netto, ovviamente, delle tante variabili che arrivano dal contesto internazionale, a cominciare da Mosca e Washington.

A prescindere da quello che dirà la premier domani a Rimini (indiscrezioni di maggioranza dicono che affronterà questioni soprattutto economiche) e visto che al momento non è ancora prevista la sua presenza a Cernobbio (ma ci sarà tutto il governo e anche l’opposizione), l’agenda di governo e di maggiorana segnala almeno sette questioni che solo una buona dose di ottimismo può definire “passaggi stretti”.

Sullo sfondo, a tirare le fila, ci sono sempre Matteo Salvini e la Lega. Sull’ultima intemerata contro il presidente francese Emmanuel Macron, Meloni non si è ancora pronunciata e il silenzio ha un significato doppio: sei “nulla”, caro Salvini, e devi imparare a stare al posto tuo come ti ha detto l’altro vicepremier Tajani; oppure il chi tace acconsente, ovvero «caro Matteo, anch’io la penso come te ma non lo posso dire, dunque taccio che è meglio».

È probabile che sarà il Capo dello Stato Sergio Mattarella a mettere una pezza, una volta di più. Il punto è perchè Salvini agita tempeste usando presupposti tra l’altro errati: dire che Macron vuole mandare i soldati europei al fronte ucraino è semplicemente una bugia. Assai più vero che al leader della Lega non frega nulla di Kiev e dell’Europa mentre flirta da Roma con Trump e Putin. Salvini dunque cerca in modo assai goffo – visto che ormai le sue parole valgono quanto il 2 a briscola – di attirare l’attenzione, di avere titoli sui giornali, di muovere consenso pigiando i tasti facili del populismo, dalla pace ai no-vax.

I motivi sono vari e a Meloni tutti noti: la vuole spostare a destra a livello europeo mentre lei cerca di fare esattamente il contrario; vuole avere buone carte in mano per trattare sulla candidatura in Veneto (ancora non definita); si oppone in tutti i modi ad una legge elettorale di tipo proporzionale che alle prossime politiche (primavera 2027 ma non si esclude ancora il 2026) significherebbe la “morte” politica della Lega che rischia di diventare la terza forza di governo dopo Forza Italia (da qui anche il dualismo sempre più feroce con Tajani); piazzare qualche misura bandiera nella legge di bilancio visto che Forza Italia ha già messo il cappello sull’unica misura che potrà arrivare in fondo: il taglio dell’Irpef per i redditi fino a 60 mila euro. Tradotto: meno tasse per il ceto medio.

Fissati bene questi punti, ecco su cosa fibrillerà la politica dalla ripresa alla pausa di fine anno. Sul dossier Ucraina, speriamo tutti che l’Europa, e quindi anche l’Italia, siano chiamati presto a organizzare quelle garanzie di sicurezza per Kiev che potranno essere messe in campo solo e soltanto quando ci sarà una tregua o la pace. A quel punto, escludendo a priori per ovvi motivi il cappello Nato e quello Onu, l’unica protezione possibile sarà quella europea con il coordinamento logistico, di intelligence e aereo degli Usa. Anche l’Italia dovrà partecipare – Tajani ieri ha indicato la strada furba degli sminatori – e il Parlamento dovrà votare su precise regole d’ingaggio. Che metteranno fine ad equivoci e strumentalizzazioni.

Salvini, e la Lega, non possono perdere la guida politica del Veneto che Meloni rivendica per Fratelli d’Italia. Al tempo stesso la premier non può perdere le Marche perché il governatore uscente Acquaroli ha sul volto la maschera di Meloni e quello delle Marche è un sondaggio sulla premier e il suo governo. Un bilancio di quattro regioni al centrosinistra e due al centro destra, sarebbe un’ottima notizia per Elly Schlein e il suo zoppicante centrosinistra e una pessima notizia per l’alleanza di destra.

Interessante vedere anche come il governo uscirà dal voto in Parlamento (4 ottobre) sull’autorizzazione a procedere nei confronti di due ministri di primo piano come Piantedosi e Nordio e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano da cui dipendono i nostri apparati di sicurezza che escono a pezzi dalla carte dell’inchiesta.

In tempi brevi la premier dovrà esprimersi anche nei confronti del ministro tecnico da lei prescelto per guidare la Sanità. Salvini ha attaccato Orazio Schillaci che ha sciolto la commissione vaccini perchè dentro c’erano finiti anche due profili (indicati dalla Lega) da lui ritenuti non idonei al ruolo. Schillaci non sarà a Rimini (solo un videomessaggio) e ancora aspetta spiegazioni dalla premier su Salvini, sugli attacchi no vax e sul no dell’Italia (e degli Usa) al piano antipandemico dell’Oms. Il ministro ha fatto capire di non essere disposto a tutto, il giuramento di Ippocrate è insuperabile. È in grado la premier di tenere testa a questi attacchi armati dal suo vicepremier? O lei stessa deve dare da mangiare al proprio elettorato no vax?

Sembra senza pathos il cammino della riforma costituzionale che separa le carriere di giudici e pm. La terza e la quarta lettura sono previste entro la fine dell’anno e saranno un pro forma (non sono possibili cambiamenti al testo) anche perché, per quanto la riforma sia targata Forza Italia, Salvini non può che rivendicarla. Ma come tutte le occasioni con grande ribalta, può diventare l’occasione per mandare messaggi. Lo stesso dicasi della legge di bilancio su cui Salvini è destinato a non toccare palla nè sulle pensioni nè sulla rottamazione numero 5 delle cartelle.

Vedremo. Sapendo di dover leggere questa lunga e complicata agenda avendo in controluce il dossier legge elettorale. È quello maggiormente sullo sfondo. Ma è quello che più di tutti tormenta Salvini che non può fare concessioni. Una legge proporzionale , senza collegi uninominali, vorrebbe dire ridimensionare ancora di più la Lega, perdere una trentina tra senatori e deputati. Una questione di vita o di morte rispetto alla quale tutto può succedere.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *