«Sul numero dei morti le autorità erano vaghe. Il che, appunto, è indizio di autorità». Con queste parole Giorgio Manganelli annotava il complesso rapporto tra numeri e Potere. Quell’epigramma sembra scritto oggi. E sembra scritto per i suicidi in carcere: anche qui il Potere, come un prestigiatore stanco, cela sotto imbarazzate statistiche oscillanti il nocciolo insostenibile dell’evidenza. Vaghi i numeri, ondivaghi i comunicati, evanescenti le smentite di questa contabilità funebre. Il recente rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale è stato accolto dal Ministero della Giustizia con la prontezza di chi teme la parola “allarme”: un rapido comunicato ministeriale ha subito negato l’evidenza, smentendo perfino la semantica del lutto. Secondo il ministro Nordio, infatti, non ci sarebbe “nessun allarme suicidi” nelle carceri italiane, perché nei primi sette mesi del 2025 si sarebbe tolto la vita un numero “sotto la media nazionale dell’ultimo triennio”. Pare una contabilità da trapezista, che ignora però come l’unico numero ammissibile sia lo Zero.
Eppure, solo pochi mesi fa, il Presidente della Repubblica ricordava che il carcere non può essere una cava di disperazione e che la dignità dei reclusi è banco di prova della civiltà. L’Unione delle Camere Penali, l’associazione Antigone, docenti di diritto penale hanno alzato nuovamente la voce.
Il suicidio, dicono i clinici, è «evento sentinella»: non fatalità metafisica, ma morte evitabile che obbliga a interrogare l’architettura invisibile delle cause, le crepe istituzionali, le omissioni che lo hanno preparato. Nei nostri istituti di pena, però, le condizioni non dissuadono da quel gesto: sembrano piuttosto predisporlo, come se quei luoghi fossero ormai complici silenziosi, teatri predisposti al dramma. Celle stipate, muri che trasudano umidità, malattie, psicosi e dipendenze trattate come incognite incomprensibili e sopra ogni cosa, un’assenza strutturale di dignità. In questo scenario il Governo annuncia rimedi che suonano come formule sbrigative: più cemento, più mura, più spazio per più corpi. Come se la risposta alla solitudine e all’abbandono fosse la geometria e come se le prospettive di una nuova vita futura trovassero garanzia nel calcestruzzo.
Dunque ecco la ricetta governativa: si costruiscono nuove carceri, si ampliano quelle esistenti, si informatizzano fascicoli per accelerare la liberazione anticipata. Ma i tempi dell’edilizia sono lenti e i tempi del dolore rapidi: tra un cantiere e un decreto, altri detenuti potrebbero non farcela. Ammettiamolo: si preferisce insistere in una logica carcerocentrica. Lo Stato appare incapace di immaginare alternative alla cella, come se la società intera fosse ipnotizzata dalla Divinità muraria, convinta che la giustizia si misuri in metri quadri di cemento. Freud scrisse che la civiltà si riconosce dalle sue rinunce pulsionali. Qui sembra invece riconoscersi dal suo bisogno di mura. Eppure, i suicidi non si originano soltanto dal sovraffollamento, ma anche dal processo di spersonalizzazione che il carcere compie: la trasformazione dell’individuo in numero, in pratica, in fascicolo, la sua progressiva infantilizzazione, la collettivizzazione della sua identità. È un rito d’iniziazione dall’Io al Nulla. Chi entra in carcere perde nome e volto, diventa categoria, “scoria sociale” da stivare. Lo aveva spiegato il sociologo statunitense Erving Goffman nel 1961, quando con “Asylums” aprì lo sguardo sulle “istituzioni totali”. E Franco Basaglia, introducendo l’edizione italiana del 1968 per i tipi di Einaudi, definiva il carcere come macchina che rinnega la sua funzione di servizio e si rivela dispositivo di esclusione. Dopo quasi 60 anni la lezione è rimasta inascoltata.
Nel tentativo di sottrarsi alla verità, si sono prodotte spiegazioni lunari, secondo le quali la causa dei suicidi sarebbe sempre altrove, mai nell’ossatura del carcere stesso. Apprendiamo così da un’intervista del Procuratore della Repubblica di Napoli che i boss, esercitando il loro dominio anche tra le mura carcerarie, renderebbero insopportabile la vita dei compagni, sospingendo i più fragili verso il gesto estremo. E persino davanti a un diciassettenne tunisino che si impicca in cella, le responsabilità sono sempre personali: “se una persona intende suicidarsi, in carcere o fuori, non c’è modo di impedirlo”, sintetizza il Ministro Nordio. Il carcere sarebbe dunque un fondale neutro, semplice scenografia senza parte nel dramma. Una dichiarazione, questa, quasi teologale: il suicidio traslato in destino metafisico, sottratto a ogni responsabilità terrena.
Intanto la magistratura di sorveglianza, già schiacciata da arretrati mastodontici come Sisifo sotto le sue pietre, si vedrà affidare l’ennesimo fardello: accelerare le pratiche di liberazione anticipata, secondo il disegno governativo. È la miopia di una politica che, per estinguere l’incendio dei suicidi, getta benzina d’inchiostro, affidando a un apparato già in affanno il compito di contenere il collasso. Curare la malattia del carcere aumentando la febbre burocratica: una liturgia dell’assurdo.
In questo scenario di decadenza e stasi, si fa strada un processo insidioso e implacabile: la necrosi semantica delle parole, quelle stesse parole che hanno la funzione nobile e urgente di denunciare la condizione inumana e disumana delle carceri italiane. Parole come “riabilitazione”, “reinserimento”, “dignità”, “allarme”, “suicidi” stanno perennemente rischiando di svuotarsi di ogni senso, di ridursi a mere ombre di sé stesse, gusci vuoti che non racchiudono più nulla. Così come avvertiva Mallarmé, quelle parole sembrano essersi svuotate a tal punto che, nel loro incessante scambio, non resta che il metallo opaco, che non porta più alcuna effigie, nessun simbolo, nessun significato visibile. La loro sostanza è ormai stata consumata, la loro forma messa in discussione dal peso stesso della reiterazione.
Gadda, con la sua intelligenza acuta e disperata, ammoniva sulla necessità di restituire spessore alle parole, di strapparle alla morsa della loro ripetizione sterile e del loro significato esaurito. Ma questa necrosi delle parole è già in corso e il rischio di una lingua che perde la sua forza espressiva è ormai tangibile. “Carcere”, una volta un termine carico di significato, di dolore e di verità, è oggi un vocabolo esausto, maltrattato dal Governo, che lo adopera come un feticcio retorico privo di contenuto da recitare negli interventi sui social. E mentre si celebra l’assurdo paradosso di “decuplicare le celle”, le parole si svuotano sempre più, incagliandosi nella ripetizione e nel vuoto delle dichiarazioni ufficiali.
In fondo, basterebbe leggere l’articolo 27 della Costituzione, inciso con la sobrietà di un teorema, che vieta pene contrarie al senso di umanità e pretende che la detenzione abbia una funzione rieducativa. La Carta, come le parole di Mallarmé ridotta a reliquia, sopravvive come spettro giuridico che nessuno osa guardare in faccia. Il paradosso è che lo Stato, invece di orientarsi con quella bussola, ha scelto di navigare senza mappa, affidandosi a slogan e palliativi.