11 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Feb, 2026

Cibo, i boomer non sprecano

Cibo, i boomer non sprecano. Bravi a riciclare, riutilizzare e fare la spesa



«Non mi va più…». «Pensa ai bambini poveri». Chi è nato negli anni Sessanta se lo ricorderà, questo dialogo: un ragazzino imbronciato seduto a tavola che non vuole finire la minestra o la “fettina”, che in quegli anni era una sorta di pietra angolare del pasto infantile. Il biasimo del genitore a quel punto rimandava a un villaggio lontano, l’Africa centrale o forse (data l’epoca) anche il Vietnam. Non convinceva tutti, quell’esortazione: nelle famiglie più zelanti la fettina sarebbe finita, tritata, a comporre un più appetitoso polpettone. Altrimenti finiva nella spazzatura.

Spreco alimentare, il caso Italia


Con gli anni Ottanta il richiamo ai bambini poveri per contenere lo spreco alimentare ha perso terreno: difficile sentirlo dire in una tavola d’oggi, ancor meno al ristorante. E però la spettrale indicazione sembra aver prodotto col tempo i suoi effetti: i boomer sprecano meno. Lo dice un rapporto, il “Caso Italia 2026”, a cura dell’Osservatorio Waste Watcher International. In occasione della tredicesima Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, giovedì scorso, arriva una dettagliata indagine, promossa da Spreco Zero e dall’Università di Bologna, dalla quale apprendiamo fra l’altro che in Italia, chi ha più di sessant’anni (i boomer, appunto) spreca molto meno cibo di chi è nato dopo.

La media nazionale sullo spreco è calata, rispetto all’anno scorso, ma secondo il rapporto è comunque alta: ogni settimana buttiamo via 554 grammi di cibo a testa (l’anno scorso il conto era a 618, quindi passi avanti se ne fanno). E però chi è nato prima del 1965 ne butta via solo 352 grammi. “Il dato di 554 grammi a settimana è incoraggiante rispetto al passato, ma resta un segnale d’allarme. Lo spreco domestico si concentra soprattutto in frutta, verdura, pane e latticini. Sono alimenti freschi, spesso acquistati in eccesso o conservati male. Nel caso della verdura, ad esempio, molto del peso buttato è costituito da bucce, gambi e foglie che in realtà sono commestibili e preziosi dal punto di vista nutrizionale.

Scarti? La ricetta per riusarli

Li definiamo scarti solo perché non sappiamo valorizzarli”. È Lisa Casali ad aprirci le porte dell’economia circolare, in rapporto a cibi e alimentazione: scienziata ambientale, scrittrice e anche mamma, si dedica da molti anni al tema del riciclo e del riutilizzo, in cucina e non solo. Il suo ultimo libro è “Genitori green e bambini felici” (Gribaudo), ancora prima ha pubblicato un vero e proprio classico degli avanzi, “Tutto fa brodo” (Mondadori) in cui oltre a una serie di ricette da comporre con quello che normalmente buttiamo, ci fornisce il decalogo per una rivoluzione del nostro modo di consumare.

Infatti, secondo Casali: “La maggior parte dello spreco avviene a monte, cioè al momento della spesa”. Serve controllo su quello che in casa già c’è, e una lista “consapevole”: “Poi è utile imparare a leggere davvero le etichette: ‘da consumarsi preferibilmente entro’ non significa ‘da buttare dopo’. A tavola, invece, impariamo a servire porzioni più piccole: nessuno ci vieta di fare il bis, ma intanto evitiamo che l’eccesso finisca nel bidone”.

Lo spreco è in casa ma anche al ristorante


C’è da ricordare che non tutto lo spreco di cibo avviene dentro casa: la filiera della ristorazione ci mette il suo. In Italia, secondo il rapporto citato in precedenza, il 6 percento dei rifiuti alimentari proviene da ristoranti e mense. In Europa la cifra raddoppia, e si sale al 12 percento, mentre nel mondo è oltre un quarto, il 28 percento: questo perché, per tradizione e cultura, in Italia siamo più abituati a preparare i pasti in casa. Con ciò, proprio su questa filiera è possibile più che altrove allestire interventi normativi, intesi non solo a contenere scarti e rifiuti, ma a trasformare l’eccedenza in un comparto produttivo, cioè il principio alla base dell’economia circolare.


In Italia uno strumento c’è, dal 2016: è la legge Gadda, che promuove soprattutto la confluenza degli avanzi nel circuito di donazioni e terzo settore. Fra le misure, per esempio, c’è una riduzione della tassa sui rifiuti in rapporto alla quantità di cibo donato e certificato.
Ma non basta: “Occorre una riforma dei modelli di recupero che sia sostenuta da strumenti fiscali dedicati e che includa la professionalizzazione degli operatori e il superamento del precariato logistico delle organizzazioni di volontariato, passando dal concetto di favore marginale a quello di lavoro sociale professionale”. Parole di Diego Ciarloni, presidente di Foodbusters, associazione di volontariato che in occasione della Giornata contro lo spreco ha realizzato un’analisi piuttosto lucida nell’intenzione, spiega Ciarloni, di “creare una reale economia circolare del cibo”.

Porzioni troppo grandi e doggie bag


E il cliente? Succede sempre più spesso, soprattutto nelle città d’arte e dove ci vanno tanti turisti, di sedersi in trattoria e vedersi servire porzioni giganti, su un modello più statunitense che europeo. Qui ci soccorre Lisa Casali la quale, fra l’altro, si è sposata con uno chef (e ci perdonerà l’indiscrezione): “A livello personale, anche chi va a mangiare fuori può contribuire: ordinare mezze porzioni, condividere i piatti con familiari e amici, così da evitare avanzi inutili”.

Ormai si è diffusa anche da noi la cosiddetta “Doggie bag”, per portarsi a casa quel che non abbiamo mangiato: “Va benissimo. Ma solo a patto di consumarlo davvero, perché altrimenti rischiamo di trasformare la buona intenzione in un altro tipo di spreco, quello degli imballaggi”. “Ogni volta che scegliamo come acquistare, conservare o cucinare, compiamo un atto politico e ambientale”, ci rammenta in conclusione Casali: “Imparare a usare tutto, dal gambo alla buccia, significa non solo ridurre gli sprechi, ma anche restituire valore al cibo e a chi lo produce”.


L’Italia è un Paese ricco di cibo e acqua, anche per questo in grado – per una volta – di indicare la strada virtuosa e mettere a fuoco un’economia dello scarto alimentare: a parte tutto noi vecchi, quelli che chiamavano in causa i bambini poveri e che oggi sprecano meno, noi sappiamo bene una cosa. Cioè che rispetto alla fettina avanzata, quel polpettone del giorno dopo era non solo virtuoso, ma parecchio più buono.

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