8 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Feb, 2026

Circolarità, il linguaggio dell’era digitale

Un modo di vivere, la circolarità: il linguaggio dell’era digitale


La circolarità è oggi un modo di vivere e non più un semplice metodo di sostenibilità economica.
Sarebbe meglio dire che lo scambio circolare che ottimizza risorse e competenze, integrandole nelle nuove attività in virtù di logiche di scambio sussidiarie, è proprio la base della nuova organizzazione digitale della nostra vita che si articola sulle diverse forme di un unico modello di collaborazione, più o meno forzata, che è lo scambio fra dati e servizi. Uno scambio palesemente diseguale fra calcolanti e calcolati, potremmo dire, ma irrinunciabile, per i primi, che devono rifornirsi costantemente di informazioni identificative della personalità degli utenti, e per i secondi, che ormai non possono rinunciare al supporto di applicazioni e piattaforme in ogni attività sociale.

In questi anni si è affiancato al mercato materiale della produzione di valore una nuvola immateriale che chiamiamo noosfera, dove programmiamo e automatizziamo gran parte dei nostri comportamenti, a cominciare dal modo con cui parliamo, leggiamo e scriviamo. La vera circolarità di questo tempo è quella che riguarda la nostra mente e la verifichiamo attraverso il nostro linguaggio: siamo nel pieno della transizione dal valore di scambio commerciale al valore di riproduzione semantico.

Le parole merce primaria

Sono le nostre parole che diventano la merce primaria, attraverso le quali trasferiamo dati e assumiamo modelli cognitivi. Da questo punto di vista le nuove generazioni sono circolari per istinto. I più maturi, diciamo così, come chi scrive, lo sono diventati per pratica quotidiana.
Un grande filosofo rumeno del ’900, Emil Cioran, ci spiegava che una lingua, ancora più di un paese, si abita, non la si parla semplicemente. Una lingua non è più solo un codice di comunicazione che permette ad una comunità di distinguersi culturalmente, è innanzitutto un ambiente arredato dalle nostre percezioni ed elaborazioni. Abitarla, appunto, indica l’intimità quasi fisica che pensieri e sentimenti che ci caratterizzano sono organizzati con quel sistema di lemmi che registra e comunica questo corredo cognitivo.


Il nostro vocabolario che supporta la nostra lingua nelle nuove pratiche digitali, diventa quello che si chiama capitale semantico. Un vero patrimonio che ci consente di consolidare e proteggere quella fitta rete di sistemi e codici linguistici che identificano la nostra personalità.

Sistemi di calcolo ed emozioni


Oggi questo territorio della nostra intimità è stato abitato, per tornare a Cioran, da sistemi di calcolo e archiviazione che profilano appunto emozioni e pensieri. Questa è la nuova circolarità semantica che dobbiamo indagare e presidiare per non diventare sudditi di questi dispositivi.
Una circolarità semantica che congiunge, ormai, ogni essere umano nel mondo virtuale degli automatismi tecnologici che chiamavamo semplicemente macchine e che ora con l’intelligenza artificiale dobbiamo chiamare bot agentici, ossia sistemi automatici specializzati con un grado di discrezionalità progressivo.
Stiamo parlando di una relazione uomo/macchina che pratichiamo ormai da almeno due decenni, con un permanente meccanismo di scambio, che non riconosciamo ancora con nitidezza e fatichiamo a gestire autonomamente mentre interviene nel nostro metabolismo culturale.


Si tratta, concretamente, di quella procedura ormai del tutto invisibile con la quale noi cediamo a sistemi tecnologici dati che tracciano i nostri comportamenti e le nostre relazioni in cambio dell’efficienza e personalizzazione di servizi pregiati.
Il mezzo, il medium, direbbe MC Luhan, che permette e autorizza questo scambio, è la funzione che simboleggia la nostra specie: il linguaggio, quell’insieme di simboli e espressioni di varia natura – scritta, iconografica o video – che permette la comunicazione umana.

Calvino e le “macchine intelligenti”


Un vettore che oggi si trova stressato da nuove e più poderose funzioni. Innanzitutto deve collegare moltitudini sempre più estese di popolazione: ormai sono più di 5 miliardi i residenti nell’infosfera digitale, dove ambiscono ad essere informati ma anche e soprattutto a informare. E poi deve connettere altre attività che prima erano separate, come appunto l’apprendimento, che era prevalentemente psicologico, e la trasmissione di informazioni, che prima era prevalentemente scritta.
Un linguaggio che per questo deve essere “aumentato”, integrato ed arricchito da protesi e meccanismi che ne accrescono la produzione.


L’automatizzazione del nostro modo di comunicare risponde esattamente a questa espansione esponenziale degli utenti, come intuì quasi 60 anni fa un grande sciamano delle lettere quale fu Italo Calvino nelle sue geniali conferenze intitolate Cibernetica e Fantasmi del 1967 (https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_476.html), dove descriveva, con la meticolosità dello scienziato ma il respiro di un vero epistemologo, come i nostri discorsi e i testi, persino quelli del poeta o del romanziere, quale lui era, sarebbero stati riprodotti e diffusi da macchine intelligenti.

Così scriveva l’autore del Visconte Dimezzato e delle Città Invisibili: “L’uomo sta cominciando a capire come si smonta e si rimonta la più complicata e la più imprevedibile di tutte le sue macchine: il linguaggio… Penso a una macchina scrivente che metta in gioco tutti quegli elementi che siamo soliti considerare i più gelosi attributi dell’intimità psicologica, dell’esperienza vissuta, dell’imprevedibilità degli scatti di umore, i sussulti e gli strazi e le illuminazioni interiori”.

Le macchine modellano la cultura umana


Questa intuizione oggi giunge a uno stadio avanzato che dobbiamo con grande lucidità decifrare e governare. Siamo nel gorgo della circolarità semantica in cui scambiamo in maniera, abbiamo detto asimmetrica, capacità espressive con sistemi di intelligenze artificiali sempre più intrusivi.
Un recentissimo studio dell’Istituto di fisica Max Planck in Germania intitolato “Evidenze empiriche dell’influenza dei modelli linguistici di grandi dimensioni sulla comunicazione parlata umana” ci spiega, sulla scorta di centinaia di migliaia di file analizzati, che ormai siamo immersi in “…uno scenario in cui le macchine, inizialmente addestrate su dati umani e successivamente caratterizzate da propri tratti culturali, finiscono a loro volta per rimodellare in modo misurabile la cultura umana.

Ciò segna l’inizio di un ciclo di retroazione culturale chiuso, in cui i tratti culturali circolano in modo bidirezionale tra esseri umani e macchine. I nostri risultati motivano ulteriori ricerche sull’evoluzione della cultura uomo-macchina e sollevano preoccupazioni riguardo all’erosione della diversità linguistica e culturale, nonché ai rischi di manipolazione su larga scala”.
Un impegno questo a capire e ricercare quali siano gli effetti di questa nuova circolarità semantica che non possiamo lasciare solo agli scienziati.

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