Streaming, stress da troppa offerta: troppe piattaforme sul mercato
L’ultima piattaforma streaming arrivata in Italia, lo scorso 13 gennaio, è HBO Max. Di proprietà del gruppo Warner Bros. Discovery, promette di portare scompiglio sul mercato. Lo fa con la consapevolezza di debuttare per ultima in un mercato già quasi saturo, in cui Netflix, Prime Video e Disney+ gareggiano a suon di ultime uscite, ma con un chiaro asset strategico: puntare, da last mover, su un posizionamento distintivo, orientato a un pubblico adulto e familiare.
Serie iconiche e nuovi film
Già sinonimo di serie iconiche come I Soprano, Six feet under, Succession e Game of thrones, ha debuttato rendendo disponibili film come Una battaglia dopo l’altra e serie come A Knight of the Seven Kingdoms (spin-off proprio di Game of Thrones), The Pitt (vincitrice del premio come Miglior serie Tv drammatica ai Golden Globe 2026), l’intramontabile Friends e Heated Rivalry (il fenomeno del momento, la tormentata storia d’amore tra due giocatori di hockey rivali in arrivo in esclusiva il 13 febbraio).
Attesa per Portobello di Bellocchio
Ci sarà spazio anche per contenuti realizzati ad hoc, come Portobello, l’attesissima miniserie diretta da Marco Bellocchio e già acclamata alla 82° Mostra del Cinema di Venezia, e 500 battiti, medical drama ad alta tensione. La piattaforma arriva nel nostro Paese in un momento delicato per la casa madre, al centro di una complicata partita per il controllo che vede contrapposti Netflix (che aveva già raggiunto un accordo) e Paramount (che non intende fare marcia indietro).
Nuovi abbonamenti, vecchie regole
I tre piani di abbonamento disponibili ricordano, per struttura e logica commerciale, quelli già consolidati dai competitor: un’offerta base con pubblicità (a cui HBO Max punta per conquistare gli utenti più sensibili al prezzo), una versione standard senza interruzioni pubblicitarie e un piano premium con contenuti in 4K. Nulla di rivoluzionario, insomma: la piattaforma replica un modello vincente, già noto al pubblico, differenziandosi unicamente sul catalogo. Ma è proprio qui che emerge il paradosso: l’arrivo di HBO Max, per quanto atteso dagli appassionati di serie tv di qualità, rischia di essere l’ennesima goccia in un vaso già colmo.
Stanchezza nel sovraccarico
Perché se fino a qualche anno fa l’abbondanza di piattaforme sembrava una benedizione – più scelta, più contenuti, addio ai palinsesti rigidi della tv tradizionale – oggi quella stessa abbondanza si è trasformata in “streaming fatigue”, una vera e propria stanchezza da sovraccarico.
Gli utenti si ritrovano a destreggiarsi tra abbonamenti multipli, algoritmi che propongono sempre più contenuti simili e la sensazione crescente di non riuscire più a “stare dietro” a tutto.
Tempo, attenzione e senso di colpa
Non riguarda solo la sottoscrizione di troppi abbonamenti, né la possibilità di accedere facilmente a troppi contenuti: è qualcosa di più sottile e pervasivo, inerente al cambiamento nel nostro rapporto con i contenuti audiovisivi che ha a che fare con il tempo, l’attenzione e, persino, con la socialità e il senso di colpa. Arriva, quasi inevitabilmente, il momento in cui lo streaming smette di essere una liberazione e diventa un peso: accade quando apri un’app qualunque per la quinta sera consecutiva, scorri il catalogo per venti minuti senza trovare nulla che ti convinca davvero e alla fine spegni tutto con una vaga sensazione di frustrazione.
Oppure quando realizzi di avere tre serie “in sospeso”, ferme al terzo, quinto, settimo episodio, che probabilmente non finirai mai, ma che continuano a fissarti dalla sezione “Continua a guardare” come un rimprovero silenzioso. Oppure, ancora, quando sei a cena con gli amici che non smettono di parlare di quell’ultima uscita entusiasmante, imperdibile, e la curiosità lascia spazio all’angoscia di non aver abbastanza tempo.
Espansione globale e binge-watching
Dieci anni fa, quando Netflix iniziava la sua espansione globale in Italia, il binge-watching sembrava la risposta a tutto: niente più attese settimanali, niente pubblicità, niente palinsesti serrati. Potevi divorare un’intera stagione di House of Cards in un weekend e sentirti potente, padrone del tuo tempo libero.
Oggi, quella stessa libertà si è trasformata in un’aspettativa opprimente: le serie escono tutte insieme e il dibattito pubblico attorno a loro brucia in 72 ore. Se non hai visto subito l’ultima stagione di Stranger Things o The Bear, rischi gli spoiler; se non stai al passo, resti fuori dalle conversazioni. Il binge-watching diventa quasi un obbligo sociale.
Lo streaming fatigue, questione di generazione
E poi c’è il senso di colpa, quello strano disagio che provi quando hai pagato un abbonamento e non lo stai sfruttando abbastanza, o quando aggiungi l’ennesimo titolo alla tua lista sapendo benissimo che non lo guarderai mai.
La streaming fatigue, però, non colpisce tutti allo stesso modo. C’è una differenza sostanziale tra chi ha vissuto la tv tradizionale e chi è nato con un tablet in mano. I Millennial, cresciuti a pane e Carramba che sorpresa!, con il varietà, con l’appuntamento fisso del sabato sera e la videocassetta da restituire al Blockbuster, vivono lo streaming come una conquista che sta degenerando.
Hanno visto la promessa della libertà trasformarsi in caos: per loro, la nostalgia non è solo per Friends o The O.C., ma per un tempo in cui guardare la tv era un’attività condivisa, scandita da ritmi collettivi. Non a caso è proprio questa la generazione a risentire di più della frammentazione: vorrebbero avere tutto in un unico posto, come ai vecchi tempi. La Gen Z, invece, è nata già nell’epoca dell’abbondanza. Per loro lo streaming non è mai stato una novità, ma la normalità.
E i giovanissimi riscoprono la tv
Eppure, anche loro stanno sviluppando una forma di stanchezza legata all’algoritmo che ti conosce troppo bene e propone contenuti simili tra loro, scatenando così la frustrazione di scoprire che quella serie di cui tutti parlano è su una piattaforma che non hai. E, soprattutto, la consapevolezza cinica e precoce che dietro ogni contenuto spacciato come esclusivo c’è solo una strategia di marketing. Non è un caso che molti giovanissimi stiano riscoprendo la televisione lineare, o che TikTok sia diventato il loro modo preferito di “guardare” serie tv attraverso spezzoni di 60 secondi, riassunti, reaction.
Quantità a scapito della qualità
C’è, poi, un problema che attraversa tutte le generazioni: l’eccesso di quantità, a scapito della qualità. Le piattaforme, per giustificare gli abbonamenti mensili, devono continuamente alimentare i cataloghi. Netflix da sola produce centinaia di contenuti originali all’anno, Disney+ sforna una serie Marvel o Star Wars ogni due mesi e di certo Prime Video non sta a guardare. Il risultato? Un mercato inflazionato, in cui diventa sempre più difficile distinguere cosa vale davvero la pena guardare. Algoritmi e homepage personalizzate non aiutano perché mostrano quello che presumibilmente ti piace, intrappolandoti in una bolla. Non possiamo non tenere conto della questione economica, quella più concreta.
Facciamo due conti: Netflix (piano standard) circa 13 euro, Prime Video 5 euro, Disney+ 9 euro, Now 15 euro, DAZN 35 euro. Siamo già a quasi 80 euro al mese, senza contare HBO Max, Apple TV+, Paramount+. Per una famiglia, significa quasi mille euro l’anno solo per guardare serie tv e film. Molti utenti hanno iniziato a fare una rotazione strategica: attivano un abbonamento per due mesi, guardano ciò che li incuriosisce, cancellano la sottoscrizione, ne attivano un’altra. È un’ottimizzazione razionale, che però trasforma la fruizione in un esercizio di contabilità domestica. Non scelgono cosa guardare in base a cosa gradiscono, ma in base a cosa hanno pagato quel mese.
Rischio pirateria dietro l’angolo
Altri, semplicemente, rinunciano. O meglio, tornano a una vecchia abitudine di certo non è morta né e sepolta: la pirateria. Secondo i dati FAPAV, nel 2024 gli accessi italiani a siti di streaming illegale sono aumentati del 12% rispetto all’anno precedente. Tornano così i torrent, i siti di streaming pirata, il cosiddetto “pezzotto” e le VPN per aggirare i blocchi.
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Si ribalta, così, la narrazione degli ultimi dieci anni: lo streaming legale doveva uccidere la pirateria offrendo comodità e legalità; frammentandosi invece in decine di piattaforme diverse e alzando progressivamente i prezzi, sta riportando gli utenti esattamente dove erano partiti. Il paradosso è evidente: le piattaforme hanno vinto la guerra contro la tv tradizionale, ma rischiano di perdere quella contro se stesse.




















