4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Gen, 2026

Cinesi e lingua italiana: l’inclusione a metà dello Stato

Intermediari a pagamento, traduzioni di fortuna, figli che fanno da interpreti ai genitori: la comunità cinese è stabile e radicata in Italia, ma resta un paradosso linguistico e amministrativo. Quando lo Stato non si fa capire, l’inclusione resta a metà


Cinesi e lingua italiana, un’inclusione a metà. L’Italia convive con una contraddizione: una comunità numerosa, stabile e centrale nell’economia viene ancora trattata, nei rapporti con lo Stato, come se fosse un’eccezione comunicativa. È la comunità cinese. Secondo il Rapporto 2025 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (dati al 31 dicembre 2024), i cittadini cinesi regolarmente soggiornanti sono 288.661, in aumento dell’8,1% in un solo anno. Il dato che misura il radicamento più di qualunque slogan è un altro: il 65% è titolare del permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo.

Anche la struttura per età racconta stabilità. I minori sono 55.600, pari al 19,3% del totale; nel 2024 i bambini cinesi nati in Italia risultano 1.798, cioè il 4,2% dei nati con cittadinanza non comunitaria. La scuola è il ponte culturale più importante: nel 2023/2024 gli alunni con cittadinanza cinese iscritti nelle scuole italiane sono 47.950, pari al 6,3% degli studenti non comunitari, e la presenza è più concentrata nelle secondarie (31,3% alle superiori e 25,9% alle medie). Un altro dato ufficiale, relativo al 2022/2023, indica che tra gli alunni con cittadinanza cinese l’89,5% è nato in Italia (43.208 su 48.282): un segnale inequivocabile di una seconda generazione che cresce dentro la lingua e i codici italiani.

Imprese: boom per commercio e manufatturiero

Sul lavoro e sull’impresa i numeri sono altrettanto netti. Nel 2024 il tasso di occupazione dei cittadini cinesi è 72,6% e la disoccupazione 2,9%, contro 61,3% e 10,2% per il complesso dei non comunitari; tra le donne, l’occupazione è 68,5% contro 46,5%. L’imprenditoria è un tratto strutturale: i titolari di imprese individuali nati in Cina sono 50.027, pari al 12,7% di tutte le imprese individuali non comunitarie. I settori più rappresentati sono commercio (34%) e manifatturiero (31,6%). Anche l’università registra una presenza consistente: nel 2023/2024 gli studenti universitari cinesi sono 8.501, l’8,1% degli universitari non comunitari, con un aumento del 5% sull’anno accademico precedente.

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Con questi numeri, il punto non è chiedersi se la comunità “esista” o sia “integrabile”: esiste già ed è parte dell’Italia. Il corto circuito sta nella capacità dello Stato di comunicare e includere in modo ordinario. La lingua non è un interruttore: tra “capire una conversazione” e “reggere una procedura” c’è una distanza che può durare anni, specie per chi lavora molto, vive in reti sociali della propria comunità e ha poco tempo per la formazione linguistica.

Le evidenze statistiche disponibili indicano che, soprattutto nella prima generazione, l’italiano può restare meno usato in alcuni contesti: un’indagine Istat del 2014 rilevava che parlava italiano in famiglia il 9,5% dei cittadini cinesi (contro il 38,5% del totale stranieri), con gli amici il 30,8% (contro 60%) e al lavoro il 51% (contro 91,3%). E anche tra le seconde generazioni, un indicatore Istat riferito al 2015 mostrava che i ragazzi di cittadinanza cinese che dichiarano di parlare “molto bene” l’italiano erano il 28,1%, a fronte di una media del 60,0%.

Lingua e status: il paradosso amministrativo

Qui emerge un paradosso amministrativo. Lo Stato collega formalmente status e lingua: per il permesso Ue di lungo periodo è previsto un test di italiano almeno A2; per molte procedure di cittadinanza, dopo le modifiche introdotte nel 2018, è richiesta una certificazione almeno B1. Sono requisiti che danno un messaggio chiaro: la lingua conta.

Ma nella vita quotidiana, se la mediazione è intermittente o affidata a soluzioni informali, il costo dell’integrazione si sposta sui singoli: intermediari a pagamento, traduzioni “di fortuna”, figli chiamati a tradurre per i genitori, rinunce a pratiche e diritti.
In pratica, il problema non è soltanto “che lingua parliamo”, ma quale lingua parla l’amministrazione. Si può cavarsela in una conversazione, e perfino superare un test di livello A2, ma inciampare nell’italiano amministrativo: modulistica densa, istruzioni implicite, termini giuridici, scadenze e allegati che cambiano da ufficio a ufficio.

Qui l’integrazione si misura con la prevedibilità delle procedure: sapere quali documenti servono, in che ordine, con quali costi e tempi; poter chiedere chiarimenti senza dipendere da reti informali; ricevere comunicazioni comprensibili su scuola, sanità, lavoro, fisco.

Chinatruck, processo impossibile senza interpreti

Per questo la mediazione non dovrebbe essere un servizio episodico, ma parte dell’ordinario funzionamento della PA nei territori dove la presenza è più rilevante. Non significa rinunciare all’italiano: significa accompagnare la transizione linguistica e rendere le procedure più chiare. In un Paese con centinaia di migliaia di residenti cinesi e decine di migliaia di studenti, è un investimento nella cittadinanza quotidiana.

In questo quadro si può richiamare, con tutte le cautele necessarie per evitare letture distorte e criminalizzanti, un esempio paradossale e macroscopico che riguarda lo Stato, non “la comunità”.

Nel maxi-processo “Chinatruck” a Prato, dopo sette anni ancora non è stato possibile avviare il dibattimento. Tra le cause principali dello stallo c’è un motivo è linguistico e culturale che dà l’idea dell’arretratezza istituzionale: la difficoltà di reperire interpreti affidabili di lingua cinese. Un problema di tali dimensioni, che le autorità stanno pensando di far ricorso a strumenti tecnologici, parliamo dell’Intelligenza Artificiale, per gestire traduzioni e trascrizioni.

Ma la complessità della lingua è ancora difficilmente gestibile in automatico, anche per le sue molte declinazioni regionali e idiomatiche. È un caso estremo: non dice nulla sull’identità dei cittadini cinesi, ma rende visibile quanto la macchina pubblica dipenda, nei fatti, dall’esistenza di una mediazione linguistica professionale.

Uno Stato comprensibile

Un sistema del genere funziona solo se ci sono professionisti disponibili, e per averli servono compensi adeguati. Oggi, invece, gli interpreti e i traduttori chiamati dai tribunali vengono pagati secondo tariffe fissate da un decreto del 2002: 14,68 euro per le prime due ore di lavoro e 8,15 euro per ogni blocco di due ore successive.

Nel 2025 anche la Corte costituzionale (sentenza n. 16/2025) è intervenuta su questo meccanismo, richiamando proprio questi importi. Può sembrare un dettaglio, ma aiuta a capire perché competenze rare non si trovano dall’oggi al domani e perché, quando mancano, lo Stato finisce per cercare scorciatoie. La soluzione, però, non può essere ridotta a “solo tecnologia” o a “solo imparare l’italiano”.

È un lavoro a due direzioni: formazione linguistica accessibile e continua, e amministrazione capace di farsi capire con strumenti professionali e stabili. Alcuni enti locali hanno provato a muoversi: nel 2018 il Comune di Prato ha aperto un profilo ufficiale su WeChat per comunicare con la comunità cinese, riconoscendo che l’informazione civica deve arrivare dove i cittadini la cercano. È un gesto minimo, ma indica la direzione. Con quasi 289 mila regolari, una quota elevata di lungosoggiornanti, una presenza forte in scuola, università, lavoro e impresa, la comunità cinese non è un “mondo a parte”. Rendere lo Stato comprensibile, e dunque praticabile, non è un favore: è, o dovrebbe essere, amministrazione ordinaria.

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