4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Gen, 2026

Ucraini in Italia, la guerra vista da qui

Ucraini in Italia, la guerra vista da qui. Una comunità quasi tutta al femminile



Gli ucraini in Italia, una comunità numerosa ma soprattutto longeva. Una presenza stabile nel Paese da molto prima del tragico 24 febbraio 2022, data di inizio dell’invasione russa. La guerra li ha resi improvvisamente più visibili, ma erano già qui da oltre vent’anni. Una migrazione silenziosa, cresciuta fuori dal dibattito pubblico, radicata nel lavoro e nei legami familiari.
Per capire chi sono oggi gli ucraini in Italia, occorre quindi partire da più lontano, ante conflitto. Da un processo migratorio avviato all’inizio degli anni Duemila, a forte prevalenza femminile.

Il 77% degli ucraini in Italia è donna


Secondo i dati elaborati da Neodemos, su base Istat e Ministero dell’Interno, all’inizio del 2021 i cittadini ucraini residenti in Italia sono circa 236 mila. Se si includono le persone che nel tempo hanno acquisito la cittadinanza italiana, il totale sale a circa 265 mila unità, collocando la comunità ucraina tra le prime cinque comunità straniere presenti nel Paese.
Dal punto di vista demografico, come ricostruiscono i demografi Corrado Bonifazi e Salvatore Strozza, si tratta di un gruppo fortemente sbilanciato sul piano di genere: circa il 77% è composto da donne, con un’età media relativamente elevata, prossima ai 45 anni.

Lavoro, soprattutto colf e badanti


Una migrazione legata prevalentemente al lavoro domestico e di assistenza familiare: colf, badanti, cura di persone anziane o non autosufficienti. Donne arrivate in Italia da sole e che, come mostrano le serie Istat sui ricongiungimenti familiari, nel corso degli anni hanno poi fatto arrivare figli minori e, in misura più ridotta, uomini adulti.
Una dinamica complessivamente “felice”, che ha prodotto una forma di integrazione insolita per cittadini extra-Ue: un’elevata stabilità giuridica. A confermare questo quadro è anche un’analisi del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Alla vigilia dell’invasione russa, infatti, i cittadini ucraini titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo avevano raggiunto circa l’81% del totale, un valore nettamente superiore a quello di molte altre comunità non appartenenti all’Unione dei Ventisette.

Più numerosi in Lombardia, Campania, Emilia-Romagna e Lazio


Anche la distribuzione geografica è indicativa e restituisce l’immagine di un radicamento storico: come mostrano i dati Istat, le regioni con il numero più elevato di residenti ucraini sono, nell’ordine, Lombardia, Campania, Emilia-Romagna e Lazio, ovvero i principali poli di attrazione economica e occupazionale del Paese.
Dopo l’inizio del conflitto su larga scala, la composizione della comunità cambia in modo radicale e repentino. Alle persone già residenti si affianca un numero elevato di profughi in fuga dalla guerra, accolti attraverso il meccanismo europeo di protezione temporanea. Uno strumento attivato dal Consiglio dell’Unione europea, che consente l’ingresso e il soggiorno immediato senza il passaggio attraverso le procedure ordinarie di asilo, garantendo l’accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

Asilo e protezione, l’immigrazione post conflitto


I numeri vengono aggiornati due anni dopo dal Ministero dell’Interno. Al 31 dicembre 2024, i cittadini ucraini regolarmente soggiornanti in Italia risultano 392.389. A differenza della fase prebellica, la maggioranza dei titoli di soggiorno risulta però a scadenza: i permessi rilasciati per asilo e protezione rappresentano circa il 75,9% del totale, quelli per lavoro il 13,5%, quelli per motivi familiari il 9,6%. La quota di minori sale al 17,7%.

Barriera linguistic e difficoltà burocratiche


Sul piano dell’inserimento sociale ed economico tuttavia, emergono criticità diffuse. Secondo un’indagine dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, la difficoltà principale rimane la barriera linguistica, unita alla complessità burocratica: entrambe sono indicate come ostacolo principale da oltre il 70% degli intervistati, seguite dalla difficoltà di accesso a un lavoro stabile e da forme di isolamento sociale. Sempre secondo l’osservatorio, una parte consistente dei rifugiati risulta impiegata in attività sottoqualificate rispetto al proprio livello di istruzione, mentre una fetta importante rimane disoccupata o inattiva, spesso per motivi legati al titolo di studio, alla necessità di prendersi cura dei figli, l’incertezza futura o lo status sociale.


“La vita sembra in pausa”

L’ingresso dei più piccoli e adolescenti nel sistema scolastico avviene in tempi generalmente rapidi, ma è accompagnato da difficoltà di adattamento legate sempre all’apprendimento dell’idioma, al contesto emotivo e alla discontinuità dei percorsi formativi. In diversi casi sono riportate situazioni di fragilità che incidono sulla continuità scolastica e sull’integrazione nel lungo periodo. «La vita sembra in pausa», riassume così la sua situazione Polina, rifugiata ucraina intervistata dall’OBC Transeuropa. La sicurezza di poter vivere senza droni sopra la testa, conquistata con la fuga, non coincide con una stabilità reale. Il tempo, raccontano in molti, ha smesso di scorrere in modo lineare: settimane diventate mesi, mesi diventati anni, senza una prospettiva definita.

La fase emergenziale resta aperta


Sul piano giuridico, la fase emergenziale dovuta alla guerra resta aperta. Nel giugno 2024, come comunicato dal Consiglio dell’Unione europea, la protezione temporanea per i cittadini ucraini è stata prorogata fino al 4 marzo 2026, riconoscendo che le condizioni per un rientro sicuro non sono ancora garantite. In Italia, il quadro è stato ulteriormente esteso: il Decreto legge 201/2025, secondo quanto indicato da fonti del Ministero dell’Interno, consente il rinnovo dei permessi di soggiorno per protezione speciale fino al 4 marzo 2027, sia per chi era già presente sul territorio prima del 24 febbraio 2022 sia per chi è arrivato successivamente come sfollato.

Un dopo che fatica ad arrivare


Alla fine del 2024, come riportano Eurostat e il portale integrazionemigranti.gov.it, i beneficiari di protezione temporanea censiti in Italia sono 56.490, pari a circa l’1,3% del totale europeo, a fronte di oltre 170 mila ingressi registrati nei primi mesi del conflitto. Tradotto: una parte rilevante dei profughi ha lasciato il Paese preferendo spostarsi verso altri Stati membri.
Il conflitto tra Mosca e Kiev ha dunque alzato il sipario su una migrazione e su una comunità a lungo invisibile.
L’emergenza, tuttavia, più che risolversi, sembra essersi dilatata e cristallizzata nel tempo. I dispositivi straordinari restano in vigore, le prospettive rimangono incerte, le vite sospese. Il “dopo” esiste solo nei decreti. Nella realtà, non è ancora cominciato.

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