23 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

23 Gen, 2026

Uganda, troppi bambini e nessuno Stato: la violenza cresce in strada

Uganda, ragazzini di strada

Uganda ha un’età media intorno ai 17 anni e una popolazione che ha superato i 51 milioni di abitanti, con la metà sotto i 18 anni. Gli street kids sono ragazzi da combattimento, usati per rivolte, caos e per mantenere l’instabilità politica


La Generazione più giovane del continente più giovane. Parliamo dei bambini e degli adolescenti dell’Uganda, il Paese che vive il paradosso di essere eternamente demograficamente verde: un’età media intorno ai 17 anni e una popolazione che ha superato i 51 milioni di abitanti, con la metà sotto i 18 anni. Un laboratorio demografico permanente dove la freschezza delle nuove generazioni fa da spina dorsale al Paese nel Bene e nel male.

Un laboratorio demografico permanente dove la freschezza delle nuove generazioni fa da spina dorsale al Paese nel Bene e nel male.

Uno stuolo di ragazzi utilizzato per la loro presenza fisica in strada. In Uganda oggi non si parla di bambini soldato: non c’è una guerra dichiarata, non ci sono armi da fuoco in mano ai minori, come accadeva negli anni dell’orrore di Joseph Kony, che aveva costruito un esercito personale di bambini rapiti, addestrati e costretti a uccidere.

Voglia di giocare, costretti a uccidere

Oggi il fenomeno che scuote Kampala ha un altro nome: street kids. Bambini e adolescenti che vivono stabilmente per strada, senza famiglie e fuori dai percorsi scolastici. Si muovono in bande mobili che occupano quartieri, incroci, mercati. Sopravvivono con ciò che trovano o con ciò che viene loro fornito. Mattoni, bastoni, pietre: strumenti rudimentali ma sufficienti a ferire, a creare scontri localizzati, a rendere instabili alcune aree urbane. Gli episodi sono brevi, ripetuti, difficili da ricondurre a un’unica regia.

Per capire perché oggi le strade ugandesi sono preda di baby gang armate di mattoni bisogna allontanarsi dalla capitale e risalire verso nord. A Gulu, presso l’ospedale comboniano, lavora una nostra fonte italiana, medico di medicina d’urgenza. Non ne riportiamo il nome. Il Paese vive una campagna elettorale in pieno fermento all’interno di un sistema guidato da Yoweri Museveni da quasi quarant’anni. Durante i momenti più delicati, Internet viene spento o fortemente rallentato, ufficialmente per ragioni di sicurezza.

«Senza famiglia e senza cibo»

Secondo il medico, il punto di partenza è quasi sempre lo stesso. «C’è un grande problema di solitudine e abbandono», racconta. «Qui, se non hai un clan alle spalle, sei esposto. Senza famiglia, senza protezione, sei destinato alla strada. Ho visto genitori morire soli nella loro urina nell’ospedale dove lavoro, con infermieri troppo pieni di pazienti per prendersi cura di loro, i bambini ovviamente vengono lasciati al loro destino».

«Molti di questi ragazzi arrivano dal nord-est del Paese, dalla regione di Karamoja, abitata dal popolo Karamojong, storicamente nomade. Li potremmo paragonare agli indiani d’America. Negli ultimi anni il governo ha provato a trasformare una comunità nomade in sedentaria. Nella pratica significa spostamenti forzati, perdita delle terre, rottura dei legami tradizionali».

«Quando perdi famiglia, clan e bestiame, perdi tutto. E quando una comunità nomade viene spezzata, i più giovani restano senza nulla. Così partono. Vanno a Gulu, a Kampala. Cercano cibo e fortuna».

Il cibo arriva attraverso canali governativi informali. Distribuzioni sporadiche nei quartieri periferici, consegne non riconducibili a programmi pubblici. I ragazzi restano in strada perché restano riforniti. Non vengono inseriti in strutture di accoglienza, non vengono presi in carico dai servizi sociali.

Giovanissimi usati per creare instabilità

Utilizzati per mantenere instabilità nel paese e creare caos durante la campagna elettorale, la presenza delle baby gang aumenta nelle aree sensibili: mercati, snodi stradali, zone di passaggio dei cortei politici. Le forze di sicurezza intervengono in modo diseguale. In alcuni casi presidiano, in altri si limitano a osservare. In ospedale non arrivano i ragazzi delle bande, arrivano le persone aggredite.

«Le ferite sono quasi sempre da agguato, spesso da mattoni. Non sono episodi casuali. Sono gruppi che si muovono, che presidiano zone precise, per portare a termine rapine o semplicemente sfogare l’istinto. Nessuno li comanda apertamente, ma tutti sanno quando è il momento di farsi trovare in strada».

Boda boda, i taxi su moto

Nel pronto soccorso il flusso è continuo. Adulti colpiti alle gambe o alla testa. Donne ferite mentre tornano a casa. Uomini picchiati perché hanno attraversato il quartiere sbagliato. «Sono ragazzi soli. E quando sei solo, affamato e abbandonato finisci per seguire chi ti fa sentire meno invisibile, io stesso ho paura ad attraversare certe strade di notte, prego che non si fermi il nostro taxi improvvisato su moto, i cosiddetti boda boda».

Dal Governo solo parole

Su questo terreno si innesta la finzione del governo. Durante la campagna elettorale, il tema della violenza giovanile diventa centrale nel discorso pubblico. A esporsi è la First Lady, Janet Museveni, che sui giornali locali condanna apertamente la violenza e invita i giovani alla disciplina. Dichiarazioni nette, rassicuranti, che occupano lo spazio mediatico.
Nel frattempo, sul terreno, non cambia nulla. Gli street kids continuano a muoversi negli stessi quartieri, con le stesse modalità. Vengono nutriti in modo informale e tollerati, soprattutto nei periodi di maggiore tensione politica.

La violenza ai cortei politici

Il medico segnala un andamento ricorrente. «Durante manifestazioni o spostamenti politici importanti, gli accessi al pronto soccorso aumentano. Gli episodi si concentrano lungo i percorsi dei cortei, nelle aree di passaggio, nei pressi dei mercati. Quando passa una figura pubblica, quando si muove una scorta, compresa quella di Bobi Wine, cantante diventato leader dell’opposizione, la tensione sale. Succede sempre allo stesso modo».

A colmare i vuoti lasciati dallo Stato intervengono i missionari comboniani. «Fanno quello che possono, ma si tratta di supplenze.

Tentano di coprire funzioni sociali che il governo oggi non garantisce». Il risultato è visibile nei reparti d’urgenza. Feriti che arrivano a ondate. Quartieri che si svuotano e si riempiono a seconda del calendario politico. Ragazzi che restano in strada perché non esiste un passaggio strutturato che li porti altrove.

Quello che emerge è il profilo di una generazione Alpha ugandese esposta a dinamiche di povertà mischiate a controllo politico dittatoriale. Gli effetti sono disastrosi e concreti, misurabili, quotidiani. E passano, ogni giorno, dalle corsie degli ospedali.

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