14 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Gen, 2026

Minori online, l’esperto: servono regole e non divieti

A tu per tu con il neuropsichiatra infantile Stefano Vicari e lo psicoanalista Luigi Zoja


«Nel 2019 prima della pandemia eravamo a 1.050, oggi siamo a 1.650 l’anno. Rispetto a 13 anni fa c’è stato un aumento del 500% dei casi in urgenza». Stefano Vicari, Professore Ordinario di neuropsichiatra infantile all’Università Cattolica, evidenzia un dato macroscopico della sua esperienza clinica al Bambino Gesù di Roma: nel 2012-2013 gli accessi psichiatrici di minori in pronto soccorso erano circa 230 l’anno, poi sono cresciuti fino alla soglia attuale. Nella sua lettura, la diffusione di massa dello smartphone e dei social coincide con un abbassamento dell’età di ingresso nel digitale e con un aumento di fragilità che arriva in emergenza. «Anche per guidare una macchina, che comporta dei pericoli, occorre una determinata età e un esame», sottolinea Vicari. Da qui la richiesta di spostare il dibattito dal “tutto o niente” alla protezione. «Quindi il tema non è il divieto in assoluto, il tema è stabilire un’età minima in cui si accede allo strumento».

Educare vuol dir dare delle regole


La soglia può essere oggetto di discussione, ma il principio resta: consegnare autonomia troppo presto significa pretendere autocontrollo da una mente che lo sta ancora costruendo, dentro ambienti progettati per catturare attenzione e spingere al confronto. Il limite anagrafico, però, secondo Vicari non basta se resta un enunciato. Il secondo livello è ciò che succede nella quotidianità. «Educare vuol dire dare delle regole». Regole pratiche, ripetute e verificabili: tempi, orari, priorità (sonno, scuola, sport, relazioni), e presenza adulta. In assenza di cornici, lo smartphone tende a diventare il primo regolatore emotivo: la scorciatoia che consola, distrae, anestetizza, ma anche il luogo dove si accumulano pressione sociale, aggressività e isolamento.

I social amplificano i disagi


Nello studio clinico, dice Vicari, gli esiti diventano evidenti quando si incrina il funzionamento: ritiro, irritabilità, discontinuità scolastica, disturbi del sonno. E cita un fenomeno che ormai vede con frequenza: «L’autolesionismo è l’altro fenomeno molto diffuso tra i ragazzi». Non è corretto ridurre tutto ai social, ma ignorare il contesto digitale significa perdere un pezzo della diagnosi: il confronto permanente, la vergogna amplificata, l’accesso a contenuti non adatti, la velocità con cui si entra in circuiti chiusi. Vicari richiama anche il peso delle dinamiche relazionali online: conflitti che un tempo restavano nel cortile o in classe oggi continuano sullo schermo, spesso senza pause e senza adulti presenti. In questo senso cyberbullismo, umiliazioni e minacce non sono un capitolo a parte, ma un amplificatore che può trasformare un disagio in emergenza, soprattutto quando si somma a fragilità preesistenti.

Il rischio più alto resta la pornografia


Il fronte più spiazzante è quello della pornografia, perché riguarda età sempre più precoci e perché il dispositivo è personale e non mediato. Vicari porta un esempio netto: «Io sto seguendo dei bambini che non stanno andando più a scuola, in particolare due maschi, che sono diventati dipendenti dal porno». Qui la discussione esce dall’astratto: l’esposizione non è un incidente isolato, può diventare un’abitudine compulsiva con effetti su scuola, sonno e relazioni, e con un carico di vergogna che rende più difficile chiedere aiuto.

Leggi anche: Reputazione digitale, il danno è reale

La regola deve essere accompagnata dall’esempio


Dal canto suo Luigi Zoja, psicoanalista e saggista, concorda sul fatto che servano limiti, concentrando il focus del problema sul contesto culturale. Per lui il punto preliminare è la credibilità degli adulti, oltre le eventuali disposizioni legislative: una regola non regge se chi la propone non la incarna. «Il genitore che dice al figlio non devi fumare, ti fa male, mentre ha la sigaretta in bocca non ha detto niente». Applicata al digitale, questa frase diventa una critica all’incoerenza diffusa: adulti iperconnessi chiedono misura ai minori senza praticarla, e finiscono per svuotare di senso ogni confine. Zoja lega questa incoerenza a una società che, a suo avviso, fatica a produrre autonomia e responsabilità. «Una quantità spaventosa di ragazzi che vivono con i genitori a 30, a 40 anni».

Ragazze a rischio autolesionismo per modelli irraggiungibili


Se l’età adulta si indebolisce come modello, la “maturità digitale” rischia di essere una finzione: si pretende autocontrollo da chi cresce mentre attorno a lui la responsabilità viene rinviata e la dipendenza normalizzata. Dentro i social, aggiunge Zoja, la pressione non è soltanto quantitativa, ma simbolica: le immagini producono standard e gerarchie, e l’identità in formazione ne paga il prezzo. «Le ragazze si autodanneggiano perché vedono nei social queste altre immagini di altre ragazze che sono così belle». Fino a rendere insopportabile il confronto. «È cresciuto esponenzialmente il numero di quelle che si tagliano, le braccia, le gambe».

Il digitale mette alla prova l’autostima


In questa prospettiva il digitale non è solo intrattenimento: è un ambiente che può trasformare l’autostima in una valutazione continua e crudele. Resa quasi impossibile, se il metro di paragone è qualcosa che non esiste nella realtà.
Sia Vicari che Zoja denunciano il contatto precocissimo con la pornografia come un vero spartiacque: per Vicari può diventare dipendenza e ritiro dalla scuola; per Zoja produce un immaginario che scavalca l’esperienza reale. Anche Zoja denuncia la pornografia precoce, ma insiste soprattutto sulla distorsione dei modelli offerti. «Un ragazzo vede uno stallone, 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, sempre pronto al sesso». E precisa: «Un modello assolutamente irreale».

Necessaria l’educazione affettiva e sessuale


Quando l’educazione affettiva e sessuale viene sostituita da materiale illimitato e distorto, dicono entrambi gli specialisti, la relazione reale può arrivare dopo, come prova di inadeguatezza e ansia invece che come scoperta graduale. Se il danno è insieme clinico e culturale, la responsabilità non può restare confinata nella famiglia. E le piattaforme non sono neutrali: organizzano visibilità e attenzione, selezionano ciò che appare, premiano la permanenza e spingono verso contenuti sempre più estremi o polarizzanti. Se i minori sono anche un segmento di mercato, chiedere alla sola buona volontà domestica di competere con prodotti progettati per intrattenere è irrealistico. Servono misure pubbliche: limiti d’età per l’accesso autonomo, verifiche credibili dell’età, impostazioni di default più protettive, e obblighi di riduzione del rischio per i servizi digitali frequentati da minori. Occorre anche una responsabilità di progetto: ridurre le traiettorie che portano rapidamente a contenuti sessuali o violenti, rendere trasparenti le logiche di raccomandazione, e garantire canali rapidi di segnalazione e rimozione quando c’è un danno.

La politica deve mettere al centro l’interesse dei bambini


La politica, in altre parole, dovrebbe mettere al centro l’interesse dei bambini, anche quando questo significa chiedere alle piattaforme di rinunciare a una parte di engagement. E di denaro.
Accanto alla norma, serve un investimento sociale che renda praticabile un’alternativa al tempo-schermo. Vicari lo dice in modo diretto: «Per lo stesso motivo dovremmo investire sulla scuola, ad esempio». Scuola, sport, spazi educativi, presidi territoriali: se non esistono luoghi e tempi di relazione reale, lo smartphone diventa la soluzione standard per riempire vuoti e solitudini. E significa sostenere i genitori prima che il conflitto esploda: informazione precoce, alleanze educative tra scuola e famiglia, e una cultura che non confonda la comodità del telefono con un bisogno del bambino. Questo è anche il senso del suo libro Adolescenti interrotti (Feltrinelli): quando una crescita si spezza, la risposta non è un colpevole unico, ma una rete di cornici che protegga prima dell’urgenza.

L’alfabetizzazione digitale non è un accessorio


Zoja, autore a sua volta di un testo importante, Il declino del desiderio (Einaudi), allarga ulteriormente l’orizzonte: la questione non è soltanto “proteggere dal danno”, ma comprendere come l’ambiente digitale rimodella immaginario, relazione e desiderio. E, oltre ai limiti, richiama la necessità di formazione come competenza civica: «Sotto Biden è nata quella che in America si chiama Digital Literacy». L’alfabetizzazione digitale, in questa prospettiva, non è un accessorio: è la condizione perché l’accesso non coincida con dipendenza, e perché la libertà non venga scambiata con l’assenza di regole. Senza adulti credibili, senza piattaforme responsabilizzate e senza governi disposti a regolare e investire, i numeri dell’urgenza rischiano di restare l’unico modo con cui ci accorgiamo del problema, quando invece dovrebbero essere il segnale preciso che impone di intervenire prima.

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