Una crescita ferma allo “zero virgola”, con l’eccezione del Sud e delle medie imprese. Impasse dell’automotive
C’è una lettera che sta conquistando le scrivanie degli economisti: la K. Non quella di Kafka — anche se qualche affinità c’è — ma quella che descrive un’economia che si biforca. Una gamba sale, l’altra scende. E il corpo resta lì, in equilibrio precario, cercando di non cadere.
L’Italia, naturalmente, è dentro quella K. Anzi: ci vive. Partiamo dalla gamba che zoppica, come si fa nelle diagnosi serie, affrontando le cattive notizie prima di concederci il dessert.
Pil tra lo 0,4 e lo 0,6% a fine 2025
Il 2025 si chiude con una crescita del PIL compresa tra lo 0,4% e lo 0,6%, a seconda di chi batte i numeri sulla calcolatrice — Commissione europea o Istat, per non far torto a nessuno. È poco. È pochissimo. È il genere di numero che non scalda i cuori e nemmeno i motori di un Paese che, all’uscita dalla pandemia, si era convinto di essere entrato nel “secondo miracolo economico”. Forse non un miracolo, ma almeno un prodigio minore. Invece no. Dieci trimestri consecutivi con una crescita che non arriva all’1% sono una statistica che racconta più di mille editoriali: l’Italia corre, sì, ma sul tapis roulant.
Turismo ed edilizia, produttività tiepida
A trainare l’economia nel 2025 sono stati turismo ed edilizia. Settori vitali, per carità, ma non esattamente fabbriche di produttività. Il turismo ha superato i 100 milioni di visitatori, ha portato quasi un punto percentuale di Pil e ha riempito aeroporti, treni e centri storici.
Ma resta un settore frammentato, fatto di micro-imprese, con cicli stagionali che tengono il capitale fermo per metà dell’anno e con una caratteristica tutta italiana: il valore spesso finisce nelle rendite – chi possiede i muri – più che nel lavoro. L’edilizia, dal canto suo, resiste grazie alla flebo del Pnrr. Finita l’era dei superbonus, il residenziale perde slancio (-5,6%) e il settore resta in piedi grazie ai finanziamenti europei che però hanno una data di scadenza: metà 2026. Il risultato è un Pil cresciuto di “zero virgola”, con la produttività che resta inchiodata e il valore aggiunto industriale che arretra dello 0,3%. Non esattamente la base per rilanciare un Paese manifatturiero.
Export, incognita dazi
A complicare il quadro arrivano i dazi. Washington rispolvera il protezionismo come un vecchio cappotto che non passa mai di moda, e l’Italia — export-oriented per vocazione — ne paga il conto. Le esportazioni nette sottraggono tra 0,6 e 0,7 punti alla crescita. Le imprese reagiscono, come sempre, cercando nuove rotte: Vietnam, Singapore, Marocco. Numeri interessanti, ma la riconfigurazione delle catene del valore non è un click su Google Maps. Serve tempo. Intanto l’euro forte non aiuta. Se c’è un settore che sintetizza tutte le contraddizioni italiane ed europee, quello è l’automotive. Un paziente in terapia intensiva, circondato da specialisti che non si mettono d’accordo sulla diagnosi. La transizione elettrica procede a passo di lumaca, la neutralità tecnologica è stata archiviata, la concorrenza cinese avanza e Stellantis annuncia tagli – anche in Francia – mentre la produzione cala.
Automotive, manca la bussola
È una ristrutturazione senza bussola, un settore che ha perso la strada prima ancora di trovarne una nuova. La guida autonoma sarebbe il futuro, se non fosse che Tesla, Waymo e i marchi cinesi sono già sul mercato, mentre l’Europa è ancora impegnata a scrivere il regolamento. L’Italia, nel frattempo, resta fanalino di coda. Anche per proteggere i taxi.
La ferita più profonda, però, resta quella del reddito disponibile cui il governo sta cerando di mettere una pezza tagliando l’Irpef. I salari crescono poco, la pressione fiscale torna tra le più alte d’Europa (43% del Pil) e i salari reali sono ancora sotto i livelli del 2021. L’inflazione è scesa, ma quel che resta (1,7%) basta a erodere guadagni già magri. Le famiglie fanno quello che sanno fare quando hanno paura: risparmiano. I consumi privati crescono dello 0,8%. Non proprio benzina per una ripartenza.
Medie imprese: qui si cresce
Eppure, come in ogni storia italiana che si rispetti, arriva il “però”. Ed è un però che non fa rumore, non finisce nei titoli, ma lavora. È il mondo delle medie imprese, lontane dai riflettori macroeconomici, che continuano a innovare, esportare, crescere. Le statistiche, si sa, sono come i lampioni per gli ubriachi: servono più per reggersi che per vedere. Molto di ciò che accade nel tessuto produttivo italiano sfugge ai radar ufficiali. Le PMI sono il 98% delle imprese, le medie generano oltre il 15% del valore aggiunto manifatturiero e aumentano la quota di produzioni ad alta intensità tecnologica. Altro che declino.
Sud, passi in avanti grazie al Pnrr
E poi c’è il Sud. Quella metà d’Italia che si racconta sempre come problema e sempre meno come soluzione. Due imprese meridionali su tre puntano alla crescita nel biennio 2025-2026. Il 65% ha investito negli ultimi tre anni, il 40% in innovazione. Numeri che stonano con la narrazione del ritardo permanente.
E il 2026? Le previsioni parlano di una crescita tra lo 0,8% e l’1%. Non un miracolo, ma un passo avanti. Gli investimenti del PNRR continueranno a sostenere l’economia, i consumi dovrebbero ripartire lentamente, il deficit scendere al 3%, l’inflazione restare sotto controllo, la disoccupazione avvicinarsi al 6%.
È uno scenario tiepido. Né troppo caldo, né troppo freddo. Sufficiente per scommettere, non per brindare. I rischi restano: i dazi americani potrebbero sottrarre altri decimali, anche se l’esperienza insegna che tra minacce e realtà c’è sempre di mezzo la realtà.
Piazza Affari in alta quota
Intanto Piazza Affari chiude il 2025 in alta quota: +31%, quasi 45.000 punti. Il mercato non guarda più ai massimi del 2007 o del 2008, già archiviati, né a quelli del 2001, fino a ieri un tabù. L’orizzonte punta oltre i 50.000 punti, record assoluto del millennio. Tre anni fa l’indice arrancava sopra i 24.000. Oggi capitalizza oltre mille miliardi. Lo spread resta intorno a 70 punti, come un cane che finalmente ha smesso di abbaiare.
Non sarà un anno memorabile. Ma potrebbe essere, per una volta, un anno dignitoso. E in Italia, di questi tempi, non è poco.
Non resta che augurare — e augurarci — un buon 2026. Con la K ben visibile. E possibilmente con la gamba giusta che comincia a tirare l’altra.


















