7 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

5 Gen, 2026

Giustizia, la riforma non è un derby

Il Sì e il No al referendum sulla seprazione delle carriere non possono essere scambiati per un consenso o un attacco al governo

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Durante le feste, oltre al contatore dell’elettricità, ce n’è un altro che non ha mai smesso di girare sulla piattaforma pubblica delle firme. In pochi giorni le sottoscrizioni per chiedere il referendum confermativo sulla riforma della magistratura sono diventate decine di migliaia. Non è folclore digitale. È una richiesta di tempo: tempo per capire, tempo per discutere, tempo per non trasformare un voto costituzionale in un derby. Il referendum sarebbe scattato comunque su richiesta di un quinto dei membri di una delle due Camere, come consente l’articolo 138 della Costituzione. Questa alta partecipazione popolare conferma che sulla Giustizia, da qualche decennio, si consuma in Italia una battaglia politica che spesso evita di entrare nel merito delle questioni dibattute. Nel merito, la questione è meno nebulosa di come viene spesso raccontata.

Separare significa chiarire i ruoli

Separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri non è un capriccio ideologico: è igiene istituzionale. Chi accusa è una parte del processo; chi giudica deve essere, e apparire, terzo. E in giustizia l’apparire conta quasi quanto l’essere: se la terzietà non è visibile, smette di essere credibile, e la sentenza – anche quando è giusta – perde autorevolezza.
Per anni abbiamo finto di non vedere l’effetto collaterale della promiscuità: non perché “giudici e pm si parlano”, ma perché condividono una casa comune, un percorso, un’autopercezione. Il processo finisce per somigliare alla prosecuzione dell’indagine, e l’indagine alla prova generale del processo. È una torsione culturale prima ancora che normativa. Separare le carriere significa anche separare le mentalità, chiarire i ruoli, restituire al giudice la distanza necessaria. La riforma approvata nel 2025 prova a tradurre questa esigenza in architettura: due Consigli superiori distinti (uno per i giudici e uno per i pm) e una Alta Corte disciplinare. Un disegno coerente, almeno nella direzione.

Referendum, un voto sulla giustizia, non sull’esecutivo


Ma il referendum non chiede di votare un’intenzione: chiede di votare un testo, e soprattutto il clima in cui quel testo viene offerto al Paese. Qui si sta preparando l’equivoco più comodo: far passare il “No” come un “No” alla separazione delle carriere, quando in larga parte è – legittimamente – un “No” al governo Meloni. Dare un segnale politico a un esecutivo è una scelta lecita. Chiamare quel segnale “difesa dell’assetto della giustizia”, invece, è un cortocircuito: confonde gli elettori e abbassa il livello del confronto. Il governo non è sottoposto a referendum; le riforme della Costituzione sì. E i due piani, se si rispettano, si rafforzano; se si mischiano, si avvelenano a vicenda.

I nodi della riforma


L’abbiamo visto anche di recente: l’8 e il 9 giugno 2025 gli italiani hanno votato cinque referendum abrogativi su lavoro e cittadinanza. Nessuno, con un minimo di serietà istituzionale, li ha letti come un plebiscito pro o contro il governo in carica. Erano quesiti, non una fiducia. Lo stesso criterio dovrebbe valere ora, a maggior ragione: qui non si corregge una legge ordinaria, si decide una regola di sistema. Chi vuole dire “No a Meloni” ha sedi politiche per farlo; qui, invece, si decide se la terzietà debba diventare una regola più netta, e quindi più credibile. Questo non significa che le obiezioni vadano archiviate come conservatorismo. Al contrario: proprio perché la separazione delle carriere è necessaria, le critiche diventano utili. Costringono a rendere la riforma più solida, più blindata, meno sospettabile.

Csm e autogoverno, sorteggio e correnti


Primo nodo: l’autogoverno. Due Csm separati possono spegnere un’ambiguità originaria; ma l’idea del sorteggio come cura del correntismo è un’arma a doppio taglio. Le correnti non sono una calamità naturale: sono potere organizzato. E il potere si riduce con criteri leggibili per gli incarichi, valutazioni verificabili, incompatibilità trattate senza ipocrisie. Se l’antidoto diventa la casualità, il rischio è di dare l’illusione di avere “tolto la politica” senza avere tolto i meccanismi che la generano.

Disciplina e indipendenza dei giudici


Secondo nodo: la disciplina. Un’Alta Corte disciplinare può rafforzare responsabilità e fiducia; ma la disciplina è materia infiammabile. Può essere garanzia per i cittadini o può diventare pressione indiretta. Il confine è sottile, e non lo presidiano gli slogan. Lo presidiano regole chiare, gradi di giudizio credibili, e un’etica pubblica che non scambi l’indipendenza per un fastidio.

I tempi che servono al confonto


Terzo nodo: i tempi del confronto. L’ipotesi di una data ravvicinata, “a campagna corta”, sarebbe un autogol per chi crede davvero nella riforma. La Costituzione non si cambia per inerzia di calendario. Se la separazione è un passo di civiltà, allora deve essere difesa con il metodo: spiegazione, contraddittorio, tempo. Anche per togliere ossigeno alla narrazione più facile: “o con noi o contro di noi”.

Arretrato, organici e informatizzazione


Poi c’è il tema che nessun referendum risolve da solo, ma che pesa più di ogni architettura: la giustizia quotidiana. Arretrato, organici, cancellerie, edilizia giudiziaria, informatizzazione, avvocatura schiacciata da adempimenti, carceri in sofferenza. È vero: la separazione delle carriere non accorcia automaticamente i processi. Ma questo non è un argomento contro la separazione; è un argomento per non fermarsi alla separazione. Se il cittadino continua ad aspettare anni, se l’udienza salta perché mancano persone, spazi e strumenti, o perché l’organizzazione procede a singhiozzo, qualsiasi architettura – anche la più razionale – rischia di restare una bandiera.

La separazione non deve minare l’autonomia del pm


C’è, infine, l’attenzione decisiva: separare non deve significare subordinare. L’autonomia del pubblico ministero è un contrappeso delicatissimo. Se domani qualcuno provasse a usare l’attuazione per “spostare” il pm sotto un controllo politico, trasformerebbe una riforma di chiarezza in una riforma di sospetto. La separazione deve aumentare terzietà, non aprire un fronte nuovo. Per questo il referendum andrebbe raccontato senza trucchi. Il “Sì” – sul principio – è una scommessa sulla chiarezza dei ruoli e sulla terzietà. Il “No” può essere dissenso sul testo, sui contrappesi, sui meccanismi; oppure può essere dissenso politico verso l’esecutivo che lo ha promosso. Tutte posizioni legittime, a patto di non travestirle. Perché travestire un “No al governo” da “No alla separazione” è un’operazione furba ma scorretta verso i cittadini: promette un risultato simbolico e consegna un equivoco istituzionale, e l’equivoco – in democrazia – prima o poi presenta il conto. Il 2026, insomma, chiede un gesto più difficile del tifo: distinguere. Distinguere tra giudizio su un governo – sempre revocabile alle elezioni – e giudizio su una regola costituzionale, che resta anche quando cambiano i ministri. Distinguere è l’unico modo per non scambiare una riforma necessaria, già esistente in molti Paesi democratici senza che nessuno gridi al “golpe“, con una resa dei conti politica, e una critica legittima con un inganno verso gli elettori.

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