16 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

1 Gen, 2026

Sofia, 25 anni, dal buio alla laurea: «Chiedendo aiuto ho vinto la paura»

Dalla stanza chiusa al giorno della proclamazione: la storia di Sofia, 25 anni, che grazie alla terapia e al supporto psicologico ha superato ansia e depressione ed è arrivata alla laurea


C’è un rumore che, chi soffre, impara a conoscere meglio di chiunque altro: il silenzio della propria stanza alle tre del pomeriggio. Un silenzio denso, polveroso, che ti entra nelle orecchie e ti convince che il mondo fuori non ti stia aspettando, anzi, che stia andando avanti benissimo senza di te.

Fino a diciotto mesi fa, Sofia, 25 anni, viveva immersa in quel silenzio. Le tapparelle della sua camera, a Catanzaro, erano perennemente abbassate, i manuali di psicologia clinica e neuroscienze impilati come mattoni di un muro invalicabile contro cui si era schiantata la sua ambizione. Questa non è solo la storia di una laurea. È il racconto di un’emergenza silenziosa che ha travolto un’intera generazione: secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Nazionale Salute Mentale, nel 2025 oltre 700mila under 25 in Italia hanno richiesto supporto per disturbi d’ansia o depressivi. Sofia è una di loro.

Ma è anche colei che, oggi, sta girando gli atenei italiani per dire che quel muro di mattoni si può smontare e che per farlo esistono tante soluzioni: il bonus psicologico e i servizi di counseling universitario, ad esempio. L’abbiamo incontrata subito dopo la proclamazione.

Sofia, partiamo dalla fine. La sua tesi ha una dedica particolare, che ha fatto commuovere mezza aula. Ce la legge?

«Certo. C’è scritto: “A chi mi ha insegnato che i crolli strutturali non sono la fine dell’edificio, ma l’inizio del restauro. Che non è debole chi chiede aiuto, ma chi finge di non averne bisogno. Al dottor Marco, per avermi prestato la vista quando io vedevo solo buio”. È stato naturale dedicargliela: se oggi sono psicologa lo devo anche a lui. In qualche modo, questa è la nostra laurea».

Facciamo un passo indietro. Oggi tutti la vedono sorridente in toga, ma lei stessa racconta che c’è stato un momento in cui pensava di non arrivarci mai. Cosa era successo?

«Che mi ero spenta. Non è stato un evento traumatico improvviso, è stato più come un’erosione lenta. Avevo iniziato l’università piena di entusiasmo, volevo “salvare il mondo”. Poi sono arrivati gli esami difficili, il confronto continuo con gli altri, la sensazione di non essere mai abbastanza. Ho iniziato a non dormire, a saltare le lezioni, a rimandare gli esami. Ogni bocciatura sembrava una conferma: “sei incapace”.

A un certo punto non riuscivo più ad alzarmi dal letto. Vedevo i miei compagni laurearsi sui social e io mi sentivo ferma, bloccata. Avevo scelto psicologia, ma ero io quella che stava affondando».

E poi è arrivato l’incontro con il dottor Marco. Come è avvenuto?

«Per disperazione… e per amore di mia madre. Lei aveva letto del bonus psicologo e del fatto che sempre più studenti lo usavano per affrontare ansia e depressione. Ha insistito perché facessi domanda. All’inizio mi vergognavo tantissimo: pensavo “ma come, studio psicologia e ho bisogno di uno psicologo?”. È un paradosso che in realtà è molto comune. Poi un giorno ho toccato il fondo: un attacco di panico in tram, andando all’università. Sono scesa alla prima fermata, mi sono appoggiata a un muro e ho capito che da sola non ce la facevo. Quella sera ho prenotato il primo colloquio».

Cosa ricorda di quella prima seduta?

«Ricordo che piangevo e mi scusavo. Continuavo a dirgli: “Mi dispiace, sono un disastro, sto buttando via tutto”. Lui mi ha ascoltata in silenzio e poi mi ha detto una frase che non dimenticherò mai: “Sofia, oggi non sei venuta qui a buttare via qualcosa. Sei venuta a raccoglierlo”. Non mi ha fatto promesse facili, non mi ha detto che sarebbe stato semplice. Mi ha solo assicurato che non avrei più dovuto farcela da sola. È stato il primo momento in cui ho sentito che forse c’era una via d’uscita».

Nel suo racconto pubblico, dici spesso che lui è diventato una “sfida” per lei. In che senso?

«Dopo alcuni mesi di terapia, quando stavo un po’ meglio ma la paura di tornare all’università era ancora enorme, lui mi ha fatto una domanda che mi ha spiazzata: “Sofia, se un giorno una ragazza come te si siederà davanti alla tua scrivania e ti dirà: ‘sto mollando l’università perché ho troppa ansia’, cosa le vorrai rispondere? Che farcela è impossibile?”. Ho sentito quella frase come una sfida personale. Mi sono immaginata dall’altra parte della scrivania, come psicologa. E mi sono detta: “Non voglio diventare una professionista che ha rinunciato ai propri sogni per paura”. Da lì ho iniziato a usare il percorso non solo per “stare meglio”, ma per costruire la Sofia che volevo diventare».

È stato un percorso lineare da quel momento in poi?

«No, per niente. Ci sono stati esami rimandati, qualche bocciatura, giornate in cui tornavo a sentirmi un fallimento. La differenza è che non scappavo più: portavo quei momenti in seduta. Lavoravamo sulla mia tendenza al perfezionismo, sulla paura del giudizio, su quella vocina interiore che mi diceva “se non sei la migliore, non vali niente”. Ogni esame dato era una piccola vittoria terapeutica oltre che accademica. Ho iniziato a vivere l’università non come un tribunale, ma come un percorso. E questo ha cambiato tutto».

Nel frattempo, in Italia cresce l’attenzione alla salute mentale degli studenti. Ti senti parte di questo cambiamento?

«Sì, e ne sono orgogliosa. Negli ultimi anni molte università hanno attivato sportelli di counseling psicologico gratuito, ci sono progetti nelle scuole e nelle facoltà per parlare di ansia, stress, burnout. Io stessa ho iniziato a collaborare con un’associazione che fa incontri nelle aule su questi temi. Quando racconto che ho avuto attacchi di panico, che ho pensato di mollare tutto, vedo negli occhi dei ragazzi un sollievo enorme: “Allora non sono l’unico”. Penso che la mia generazione stia facendo una rivoluzione silenziosa: sta normalizzando il fatto di andare in terapia. E questo, per una futura psicologa, è il segno che stiamo andando nella direzione giusta».

Oggi è dottoressa in psicologia. Ha appena finito di ringraziare il tuo psicologo davanti a tutti. Che significato ha per lei questa laurea?

«È molto più di un titolo. È una risposta. È la prova che i periodi bui non definiscono chi sei per sempre. Questa laurea per me significa: “Ce l’hai fatta senza tradire te stessa”. Non ho dovuto fare finta di essere forte, ho imparato a riconoscere la mia fragilità e a lavorarci. E poi ha un valore simbolico enorme: ho scelto una professione d’aiuto proprio partendo dal fatto che io per prima ho avuto bisogno di aiuto. Non mi vergogno di dirlo, anzi: penso che mi renderà una psicologa più empatica».

Adesso sta iniziando il tirocinio post lauream e continua a girare per le università a raccontare la sua storia. Cosa dice ai ragazzi che si sentono come ti sentiva?

«Dico loro che non sono sbagliati perché stanno male. Che non sono “meno intelligenti” o “meno capaci” solo perché fanno fatica. Ricordo sempre che chiedere supporto non significa arrendersi, ma scegliere di non combattere più da soli. Dico loro: “Se ti sei rotto un braccio, non ti vergogni di andare al pronto soccorso. Se ti senti spezzato dentro, hai lo stesso diritto di essere curato”.

Se potesse tornare in quella stanza buia, quando passava le giornate con le tapparelle abbassate, cosa direbbe a Sofia di allora?

«Le direi: “Non sei finita, sei solo stanca”. Le direi che fra qualche anno sarà lei quella con il camice addosso, ad ascoltare altre ragazze come lei. Che il dolore di oggi diventerà la lingua con cui saprà parlare al dolore degli altri. E le direi anche: “Quel biglietto per lo studio del dottor Marco è il regalo più grande che farai alla te del futuro. Non buttarlo”».

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