L’economista, già capo di gabinetto del commissario europeo Gentiloni, commenta le conseguenze economiche della crisi geopolitica e offre una valutazione della politica economica del governo italiano
«La tregua tra Stati Uniti e Iran ridurrà le tensioni perché viene meno per il momento il rischio legato al blocco dello Stretto di Hormuz. Ma parliamo di andamenti di mercato legati ai future, ovvero a ciò che ci si aspetta nel breve-medio termine. Non sono andamenti effettivi dell’offerta e domanda di energia. Gli effetti del blocco dell’ultimo mese si sentiranno nelle prossime settimane: i container che hanno attraversato lo stretto e arrivano adesso erano già passati prima del blocco».
LEGGI Tregua Iran-Usa, secondo giorno: Hormuz fermo, razzi Hezbollah su Israele
L’economista Marco Buti, docente all’Istituto Universitario Europeo, già direttore generale per gli affari economici e finanziari dell’Ue e capo di gabinetto del commissario europeo Paolo Gentiloni, fa il punto sull’economia frastornata dai venti di guerra. «I mercati considerano la tregua temporanea: senza accordi di lungo periodo resta la volatilità. C’è il rischio che l’aver superato un momento di panico possa dar luogo a un compiacimento che impedisce di fare le cose necessarie. Siccome volatilità e weaponizzazione degli scambi si intensificheranno, è fondamentale allungare l’orizzonte temporale dei governi».
Messaggio molto chiaro, direi. Tra le cose necessarie da fare adesso c’è anche la ricerca della sicurezza energetica?
«Certo, dipendere dalle fonti di energia di una regione che resta epicentro di instabilità è una politica miope. Se si paragona questa crisi con quella del 2022 – l’aggressione russa all’Ucraina – l’Italia sta sicuramente meglio perché ha ridotto la dipendenza da fonti energetiche russe. Ma siamo ancora troppo dipendenti dal Medio Oriente. Per l’Europa il gas naturale che arriva dal Qatar costituisce appena l’8% delle forniture totali, per l’Italia rappresenta un terzo del totale. Siamo vulnerabili».
C’è qualcosa che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto?
«La miopia degli ultimi anni, provocata dall’accusa di ideologismo, ha rallentato la spinta verso le energie rinnovabili. Se ci fosse stato un avanzamento oggi saremmo in una posizione molto più favorevole. Basta osservare, sul punto, le differenze tra Italia e Spagna».
Quali?
«Nel 2026 il costo dell’elettricità in Spagna è stato ridotto attraverso le rinnovabili. La Spagna è avanti di 10 punti rispetto all’Italia quanto a incidenza delle rinnovabili: Madrid ha fatto dal 2022 dei progressi veloci. Il risultato è che il numero delle ore in cui il prezzo dell’elettricità dipende dal costo marginale del gas è in Spagna solo del 15%. In Italia siamo al 50%. L’investimento sulle rinnovabili provoca un effetto moltiplicativo sulla determinazione del prezzo dell’elettricità: oggi la Spagna gode di questo vantaggio. La battaglia contro il Green Deal e la riduzione delle ambizioni europee ci rendono più vulnerabili».
Il ritardo riguarda anche il nucleare…
«In prospettiva sarà una questione da affrontare assolutamente. Grazie agli avanzamenti tecnologici, il nucleare sarà una fonte da valutare in futuro. Sarà importante superare le contrapposizioni ideologiche grazie alle potenzialità delle piccole centrali».
Che bilancio fa dell’azione economica del governo Meloni?
«Il governo ha messo l’accento sul mantenimento della disciplina di bilancio: prudenza e stabilità dei conti pubblici sono stati premiati dalle agenzie di rating e dai mercati. Ma questa medaglia ha un risvolto: la stabilità si è trasformata in staticità. Le riforme strutturali che avrebbero dovuto far la differenza su crescita e produttività non sono venute».
Nessun intervento da salvare?
«Gli interventi più efficaci sono stati la rimodulazione dell’Irpef per i redditi tra i 28mila e i 50mila euro e gli incentivi all’assunzione: vanno nella buona direzione, ma non sono incorporati in una strategia di riforme generale. Manca la strategia di reindustrializzazione dell’economia: siamo fermi da 20 anni. Anche quando tutti i fondi del Pnrr saranno spesi resteremo con una crescita che, dopo il rimbalzo, è tornata allo “zero virgola”: non è soddisfacente né per l’economia italiana, né per la sostenibilità del debito».
Che altro servirebbe per rendere il fisco italiano più equo ed efficiente?
«Bisogna dare priorità alla lotta all’evasione fiscale attraverso, in particolare, la digitalizzazione dei pagamenti. Tuttavia chi predica riduzioni generalizzate della pressione fiscale inganna i cittadini. Viste le pressioni dal lato della spesa, nel futuro bisognerà investire su risorse umane, pubblica amministrazione e difesa. È probabile inoltre che i tassi di interesse aumentino nel futuro, mentre nei prossimi mesi assisteremo a un aumento del costo del rifinanziamento del debito. Non c’è dunque una possibilità di riduzione generalizzata della pressione fiscale a parte la rimodulazione interna in termini di equità e di efficienza».
Le misure contro l’inflazione sono state sufficienti o ne servono di più incisive?
«Capisco bene le difficoltà che gravano sulle autorità di politica economica, ma da economista osservo che gli aiuti a pioggia e la riduzione generale delle accise non vanno nella buona direzione. Dopo la crisi del Covid, soprattutto in Italia siamo scivolati in un regime di “sussidiopoli”. I sussidi senza interventi di tipo strutturale sono misure regressive che aiutano i redditi più alti rispetto a quelli più bassi: per esempio, incentivano la domanda di energia, invece dovremmo passare a un modello di consumo meno energivoro».
La critica vale anche per il superbonus del governo Conte?
«Il bonus 110% è la quintessenza di sussidiopoli».
Qual è l’alternativa?
«In primo luogo, dovremmo offrire degli aiuti più mirati che aiutino le famiglie davvero in difficoltà. Servono considerazioni di equità e misure strutturali: bonus mamme e buoni pasto rispondono a pressioni di breve termine ma non risolvono il problema alla fonte. E poi bisognerebbe intervenire sui salari».
Giusto, ma con quali misure?
«Il cuneo fiscale va ridotto in modo permanente. Servono poi rinnovi contrattuali più generosi: sindacati e Confindustria dovrebbero fare una valutazione onesta delle politiche degli ultimi anni. Infine, l’introduzione del salario minimo legale: si può disegnare in modo da non creare disincentivi per le imprese, ma assicurando un “pavimento” sotto i salari».
C’è un’agenda realistica dell’economia per l’ultimo anno di legislatura?
«Il rischio di un’ottica di breve termine che impedisce di fare le cose necessarie esiste. Sul tema della reindustrializzazione, il libro bianco del ministero delle imprese sulla politica industriale indica i temi da affrontare, meno le soluzioni. Ma una strategia industriale coerente sarebbe essenziale per l’ultimo anno del governo – e per i governi che verranno. Non sono ottimista ma bisognerebbe investire qui quel residuo di capitale politico che ancora c’è».
LEGGI ANCHE Un decimale fuori dall’Europa. Ora il pericolo è la crescita zero
E nella dimensione europea?
«Il governo dovrebbe risolvere le sue contraddizioni e farsi portatore di una strategia credibile basata su tre punti: la spinta per un bilancio europeo post 2027 molto più ambizioso (oggi è appena l’1% del pil), un forte accento sugli investimenti sulla competitività nel solco dei dossier realizzati da Mario Draghi e da Enrico Letta (inclusi gli eurobond), gli investimenti sulla difesa comune, essenziale visto quello che succede intorno a noi. Tutto ciò supporterebbe le iniziative nazionali. Anche nella gestione della crisi energetica, il governo dovrebbe insistere per acquisti comuni a livello europeo. Aggiungo infine un'”eresia”…»
Prego.
«Per rafforzare la credibilità di questo approccio, il governo dovrebbe mettere sul tavolo la questione della ratifica del Mes che ad oggi resta un’ombra sulla sua credibilità in Europa visto che è l’unico esecutivo nazionale a non averlo ratificato. Il governo ne avrebbe un vantaggio».
Ha margini oggi l’Italia nel conciliare crescita e vincoli europei?
«Non è una buona idea chiedere la sospensione delle regole. Nella sua strategia di prudenza sui conti pubblici, il governo aveva l’obiettivo di uscire dalla procedura di deficit eccessivo sulla base del risultato del 3%. Ma si è fermato al 3,1%: uno 0,1 fa una grande differenza. In questa situazione, come si rispetteranno gli impegni sulle spese per la difesa? Il nuovo patto tratta l’aumento per le spese della difesa in maniera favorevole, ma dà incentivi ai paesi che sono fuori dalla procedura di deficit eccessivo. È una limitazione, eppure è importante che il governo rispetti gli impegni per le spese militari. È vero che non si uscirà dalla procedura per un anno o due, ma i mercati potrebbero tollerare il rispetto di quegli impegni. In ogni caso, la prudenza fiscale rimarrà all’ordine del giorno nei prossimi anni, specie dopo la fine del paracadute del Pnrr nel 2026».
Quali sono i principali rischi economici per l’Italia nei prossimi 2-3 anni, e cosa dovrebbe fare il governo per prevenirli?
«Sono tutti rischi collegati alla situazione geopolitica mondiale. Alcuni erano stati alleviati dal Pnrr, ma ritorneranno sul tavolo. Con il rischio di stagnazione economica e una crescita di mezzo punto sarà difficile mettere il debito su una traiettoria sostenibile. Inoltre, se si lascia il compito di combattere la spinta all’inflazione alla Bce, il rialzo dei tassi di interesse avrebbe effetti negativi sulla crescita e il costo del debito sarebbe difficilmente sostenibile».
Come dobbiamo attrezzarci di fronte a queste sfide?
«Con una strategia di reindustrializzazione e di crescita: bisogna puntare tutto sulla produttività e bisogna abbracciare l’innovazione. Il governo dovrebbe farsi portavoce di questa strategia anche a livello europeo: questo potrebbe essere anche un terreno di incontro tra maggioranza e opposizione, sebbene una convergenza di vedute appare difficile in questo anno di campagna elettorale. Sarebbe però una dimostrazione di maturità che gli elettori potrebbero premiare».



















