L’Italia non esce dalla procedura d’infrazione per lo 0,1%. Intanto Banca d’Italia lancia l’allarme sulla crescita
C’è un numero, piccolo piccolo, quasi insignificante, che tiene l’Italia appesa sul filo della disciplina europea. Uno zero virgola uno. Non un punto di Pil, non una manovra, non una riforma epocale. No: uno 0,1%. Tanto basta per restare dentro la procedura d’infrazione.
I dati Istat
I dati dell’Istat sono di quelli che, letti distrattamente, sembrano perfino confortanti. La pressione fiscale sale al 43,1% – che già di suo è una cifra che meriterebbe un commento a parte, magari accompagnato da un analgesico – mentre il rapporto deficit/Pil scende dal 3,4% al 3,1%. Scende, sì, ma non abbastanza. Così il Paese si ritrova nella più italiana delle situazioni: migliorare senza essere premiato, fare i compiti senza ottenere la sufficienza, correre ma restare fermi. Nel frattempo, mentre il contribuente osserva con crescente filosofia il 43,1% di pressione fiscale – una percentuale che più che un dato sembra una prova di resistenza – succede qualcosa di curioso. Il reddito disponibile delle famiglie cresce, i consumi aumentano, ma la propensione al risparmio cala e gli investimenti arrancano. È il ritratto perfetto di un Paese che guadagna un po’ di più, spende un po’ di più, ma crede un po’ di meno nel futuro.
Una sorta di ottimismo di giornata, senza prenotazione a lungo termine. In questo quadro, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si muove come un ragioniere in trincea. Sa che quel famoso 0,1% pesa come un macigno e sa anche che il contesto non aiuta. Anzi, complica. Perché mentre Roma cerca di convincere Bruxelles che “stavolta è diverso”, il mondo intorno sembra aver deciso di peggiorare la situazione con ostinazione quasi didattica.
Le previsioni di Bankitalia
E così, con una certa dose di realismo, Giorgetti lascia intendere ciò che fino a qualche anno fa sarebbe stato considerato eresia: con la guerra in corso, il Patto di Stabilità potrebbe anche finire in pausa. Il problema è che mentre la politica discute di regole, i numeri iniziano a raccontare una storia meno rassicurante. Ed è qui che entra in scena Banca d’Italia nell’aggiornamento delle previsioni economiche. Il quadro che esce da Via Nazionale è, per usare un eufemismo, poco incoraggiante. Nello scenario base, l’Italia cresce dello 0,5%. Che già non è esattamente una cavalcata trionfale, ma almeno è crescita. Nello scenario avverso, invece, si entra in un territorio più familiare: crescita zero oggi, e una contrazione dello 0,6% nel 2027. Insomma stagnazione con vista sulla recessione. Il tutto, naturalmente, se il prezzo del petrolio decidesse di fare ciò che la storia insegna: salire quando meno serve. Sopra i 150 dollari al barile quest’anno, sopra i 120 nei prossimi. E il gas stabilmente oltre i 120 euro a megawattora. Numeri che trasformano qualsiasi previsione economica in un esercizio di ottimismo creativo.
Ma il punto non sono solo i prezzi. È l’effetto domino. Più energia cara significa meno domanda interna, meno consumi, meno investimenti, meno export. Una compressione lenta ma costante, come una morsa che si stringe trimestre dopo trimestre. E infatti Banca d’Italia lo dice chiaramente: il conflitto e il rialzo delle materie prime “comprimono la domanda interna”. Che è un modo elegante per dire che famiglie e imprese iniziano a tirare i remi in barca. E quando famiglie e imprese smettono di remare, la barca rallenta. Sempre.
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L’inflazione
Anche l’inflazione, che sembrava essersi presa una pausa, è pronta a tornare protagonista. Oggi è all’1,5%, domani – con l’energia in salita – può risalire al 2,6%. Non un’esplosione, ma abbastanza per erodere il reddito reale e alimentare quel “peggioramento della fiducia” che gli economisti citano con la stessa leggerezza con cui i medici parlano di febbre alta. Il risultato è un’economia che si muove con prudenza, quasi con sospetto. I consumi crescono poco, gli investimenti rallentano, soprattutto quelli in macchinari e attrezzature. Restano le costruzioni, sostenute dal Pnrr, come ultimo baluardo di una crescita che altrimenti rischierebbe di sfilacciarsi. E sopra tutto questo aleggia una parola che Banca d’Italia usa con una certa parsimonia, ma che stavolta compare senza troppi filtri: incertezza. “Eccezionalmente elevata”, per essere precisi. Che, nel linguaggio felpato delle istituzioni, equivale a dire: non abbiamo idea di come andrà a finire, e questo è già un problema.
Tra un decimale e la guerra
Così l’Italia si ritrova sospesa tra un decimale e una guerra, tra un parametro europeo e un barile di petrolio. Da un lato Bruxelles che guarda allo 0,1% di deficit in più, dall’altro i mercati che guardano al Medio Oriente e decidono il prezzo dell’energia. In mezzo, un governo che prova a tenere insieme tutto: conti pubblici, crescita, consenso. È una partita giocata sul filo, dove ogni numero conta e ogni previsione può essere smentita dal giorno dopo. E dove, paradossalmente, la cosa più difficile non è crescere, ma convincere gli altri che si sta crescendo abbastanza.


















