L’ex premier ospite al festival di Feuromed: «Senza unità politica l’Europa perde peso globale. Il rischio è restare schiacciati tra le grandi potenze»
Dalla guida dell’Iri negli anni Ottanta alla presidenza del Consiglio dei ministri, visionario dell’Europa unita economicamente e politicamente, Romano Prodi è il simbolo della sinistra progressista della seconda Repubblica. Da sempre sostenitore di un’Europa più unita e autonoma, in occasione di Feuromed, Prodi ha insistito sulla necessità di superare i limiti dell’unanimità e costruire una vera politica estera e di difesa comune.
Negli ultimi anni è intervenuto nel dibattito pubblico come osservatore autorevole delle dinamiche globali, con particolare attenzione ai rapporti tra Europa, Stati Uniti e Cina e al ruolo strategico del Mediterraneo.
Ed è proprio in questo contesto, in un mondo segnato da nuove tensioni geopolitiche, dalla competizione tra grandi potenze e da profonde trasformazioni economiche, che il futuro dell’Europa torna al centro del dibattito politico. In questo scenario che si inserisce anche il ruolo del Mediterraneo e del Mezzogiorno, tornati negli ultimi anni al centro di nuove dinamiche di crescita.
PER APPROFONDIRE:
Professor Prodi, in questo scenario complesso l’Europa sembra voler accelerare su integrazione, innovazione e transizione energetica. Come giudica l’attuale direzione?
«C’è un elemento che più di altri chiarisce il momento che stiamo vivendo: la crescente autonomia degli Stati Uniti rispetto all’Europa. Vicende recenti, come la crisi iraniana, hanno dimostrato che Washington non tiene conto delle posizioni europee. Questo ha prodotto reazioni diverse tra i Paesi membri: chi ha invocato una risposta dura, chi ha mantenuto una posizione più prudente e chi si è allineato agli Stati Uniti. Il risultato è un’Europa divisa, incapace di esprimere una linea comune. E senza unità politica non si può costruire una vera integrazione».
Il superamento dell’unanimità può rappresentare una svolta?
«È un passaggio fondamentale. Negli ultimi tempi anche la Germania ha iniziato, con cautela, a mettere in discussione questo principio. È un segnale importante, perché l’unanimità blocca qualsiasi decisione. Tuttavia, siamo ancora in una fase interlocutoria: non c’è una scelta definitiva e si teme la creazione di egemonie. Ma senza un cambiamento delle regole decisionali, l’Europa resterà paralizzata di fronte alle grandi sfide globali».
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Se l’unanimità non viene superata, le cooperazioni rafforzate sono una soluzione praticabile?
«Non sono la soluzione ideale, ma sono l’unica possibile nel breve periodo. In un sistema così complesso è inevitabile che si formino gruppi di Paesi che avanzano insieme su singoli temi. L’importante è che questo avvenga in modo strutturato e non occasionale. L’Europa non può procedere sempre a 27 su tutto: serve flessibilità, ma anche una direzione chiara».
Quale dovrebbe essere il nucleo trainante dell’Europa?
«Storicamente sono stati Francia e Germania, ma da soli non bastano più. Serve un gruppo più ampio che includa anche Italia, Spagna e possibilmente Polonia. Bisogna che questo gruppo di Paesi creino sulle grandi questioni un nucleo importante, diventando la forza traente dell’Europa che così può avere una politica. L’Italia, in particolare, ha sempre svolto un ruolo essenziale: non tanto come motore principale, ma come elemento di equilibrio, capace di costruire consenso. Senza questo ruolo di mediazione, molte decisioni non sarebbero mai state prese. È una funzione meno visibile, ma decisiva».
Serve anche una formalizzazione di queste cooperazioni?
«Sì, perché senza regole comuni non si costruisce nulla di duraturo. L’esempio dell’euro è molto chiaro: è nato con un gruppo ristretto di Paesi, ma su basi istituzionali solide, con una banca centrale e regole vincolanti. Questo è il modello da seguire: un nucleo stabile che possa prendere decisioni efficaci e vincolanti per chi ne fa parte».
Sul fronte commerciale, l’Europa si trova tra Stati Uniti, Cina e nuovi mercati emergenti. Qual è la strategia giusta?
«Bisogna partire da un dato: gli Stati Uniti rappresentano una quota importante, ma limitata, del commercio mondiale. Non possiamo pensare che tutto ruoti attorno a quel mercato. Se gli americani scelgono politiche più chiuse, l’Europa deve necessariamente diversificare sentendo il bisogno di aprirsi ad altri mercati, ma sono mercati che si devono ancora formare. Guardando al Mercosur possiamo dire che è un bel passo in avanti ma occorre fare attenzione perchè ancora non è finalizzato del tutto, Guardando ancora all’India e ad altre aree in crescita possiamo dire che c’è potenzialmente qualcosa di grande anche se non si ha ancora la struttura così compatta come quella della Cina, ma è una bella scommessa per il futuro. Questa è una strategia complessa, che richiede tempo, ma è indispensabile».
E la Cina?
«È il nodo più delicato. Il nostro deficit commerciale è molto elevato e riguarda ormai tutti i settori, dalla manifattura tradizionale alle tecnologie avanzate. Se questa situazione continua, rischiamo una rottura. Per evitarlo, serve un accordo che definisca regole condivise su commercio, produzione e concorrenza. Ma per negoziare con la Cina bisogna presentarsi uniti, ed è proprio ciò che oggi manca».
Le sfide interne – innovazione, energia, sicurezza – sono davvero decisive?
«Sono determinanti. I rapporti Draghi e Letta indicano con chiarezza le priorità: rafforzare la capacità innovativa, gestire la transizione energetica senza perdere competitività e costruire una vera sicurezza comune. Se non facciamo progressi su questi tre fronti, l’Europa rischia di perdere progressivamente peso economico e politico. Non è una questione teorica: è una necessità concreta».
C’è anche un problema di ruolo globale dell’Europa?
«Sì, ed è evidente. Dal punto di vista economico siamo paragonabili agli Stati Uniti, il loro pil è di 29mila miliardi di dollari, quello dell’Unione Europea è di 28mila miliardi quindi non siamo lontani, se poi ci aggiungiamo Norvegia, Svizzera e Regno Unito appena fuori dall’Europa ma nell’area economica il dato è pressoché identico, ma non riusciamo a tradurre questa forza in capacità politica e militare. Questo squilibrio ci rende vulnerabili. L’obiettivo deve essere quello di colmare questo divario: diventare un attore completo, capace di incidere nelle dinamiche globali».
Guardando al Mezzogiorno, si registrano segnali di crescita. Sono duraturi?
«Ci sono segnali incoraggianti, soprattutto in alcune città come Napoli e Bari. Ma perché questa crescita diventi strutturale serve una visione più ampia, che rimetta il Mediterraneo al centro delle politiche europee. Senza questa dimensione, lo sviluppo del Sud rischia di restare limitato e discontinuo».
Il Mediterraneo è davvero così strategico?
«Assolutamente sì. È un’area cruciale per l’economia e per la stabilità geopolitica, ma l’Europa non la presidia adeguatamente. Al contrario, altri attori stanno aumentando la loro influenza. Serve una strategia che colleghi lo sviluppo del Mezzogiorno a quello del Nord Africa, creando un sistema integrato».
Il Piano Mattei può rappresentare un cambio di passo?
«È un segnale positivo, perché va nella direzione giusta. Tuttavia, per essere davvero efficace deve essere inserito in una strategia europea. L’Unione è già il principale donatore verso l’Africa, ma agisce in modo frammentato. Senza coordinamento politico, queste iniziative rischiano di perdere efficacia».
Qual è, in sintesi, la sfida principale per l’Europa?
«Diventare finalmente un soggetto politico unitario. Abbiamo le risorse economiche e le competenze, ma senza capacità decisionale restiamo deboli. Il rischio è quello di essere schiacciati tra le grandi potenze. Per evitarlo, serve un salto di qualità nell’integrazione. È una scelta non più rinviabile».






















