Dopo il caso Glovo, la Procura di Milano dispone il controllo giudiziario per Deliveroo: ipotesi di caporalato su migliaia di riders, compensi sotto la soglia di povertà e gestione algoritmica delle prestazioni
Il caporalato sui riders di Deliveroo finisce al centro di un nuovo provvedimento della Procura di Milano. Dopo il caso Glovo, il pm Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per Deliveroo Italy srl, ipotizzando lo sfruttamento di migliaia di riders impiegati nel delivery.
Secondo l’accusa, tra i 3 mila rider su Milano e fino a 20 mila a livello nazionale avrebbero avuto compensi in alcuni casi inferiori fino al 90% rispetto alla soglia di povertà e ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva. Somme che, si legge negli atti, non garantirebbero una “esistenza libera e dignitosa”.
Indagato per caporalato l’amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi. Nominato amministratore giudiziario Massimiliano Poppi, con il compito di regolarizzare le posizioni lavorative.

Riders, Del Conte: «Stop alla nuova schiavitù. Salario minimo? No, serve la contrattazione collettiva»
“Fa tutto l’algoritmo”
Nel provvedimento d’urgenza di 60 pagine si parla di una politica aziendale che avrebbe “rinnegato le esigenze di rispetto della legalità”. Le indagini dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro descrivono una gestione digitale della prestazione: ordini assegnati tramite app, monitoraggio costante tramite Gps, valutazioni su tempi e performance.
“Fa tutto l’algoritmo”, ha dichiarato uno dei rider. Le retribuzioni oscillerebbero tra i 3 e i 4 euro a consegna. Alcuni arrivano a 1.100 euro al mese, altri si fermano a 500-600 euro, lavorando fino a 9-10 ore al giorno per sei giorni a settimana.
Le penalizzazioni sarebbero automatiche in caso di assenze o rifiuto delle consegne.
McDonald’s, Burger King ed Esselunga
Su disposizione della Procura, i carabinieri hanno acquisito documenti anche presso sette società in rapporti contrattuali con Deliveroo, tra cui McDonald’s Italia, Burger King Restaurants Italia ed Esselunga.
Al momento le aziende non risultano indagate. Gli investigatori hanno chiesto documentazione sui modelli organizzativi e sui sistemi di controllo interni.
“Lavoriamo giorno e notte”
Dalle carte emergono decine di testimonianze. Un rider ha raccontato di lavorare dalle 11 del mattino alle 22, sette giorni su sette, svolgendo poi un secondo impiego notturno. “La mia paga non è sufficiente, devo mandare 600 euro alla mia famiglia in Nigeria”. Un altro ha dichiarato di percorrere fino a 150 chilometri al giorno per dieci consegne. “Sono costretto sempre a lavorare per pagare le spese”, è una delle frasi ricorrenti nei verbali.
La Procura ha esaminato finora un campione di 55 rider. In media i lavoratori sostengono costi annui di circa mille euro per svolgere l’attività. Il provvedimento dovrà ora essere valutato dal gip, ma segna un nuovo capitolo nelle inchieste milanesi sul lavoro digitale e sulla gestione algoritmica delle piattaforme di delivery.
















