Per il professore della Bocconi le risorse del Pnrr per l’occupazione rischiano di rivelarsi un’occasione persa: «E’ mancata la capacità di fare una riforma dei servizi dei servizi per il lavoro e la formazione»
Paghe sotto la soglia della povertà, dodici ore di lavoro, lavoratori “sempre controllati e puniti”: sono le ragioni per cui la Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho Srl, la società che gestisce il servizio di consegne a domicilio di Glovo. Ne parliamo con Maurizio Del Conte, giuslavorista e professore ordinario di Diritto del Lavoro all’Università Bocconi.
Professore, siamo di fronte a una nuova schiavitù?
«Lo strumento utilizzato dalla Procura è il combinato disposto dalla legge sul caporalato e sullo sfruttamento del lavoro. Situazioni come queste sono una patologia del sistema. L’intervento della magistratura, diciamo così, caso per caso, può essere un intervento chirurgico, ma non è la terapia per la soluzione del problema, perché quando l’amministrazione giudiziaria finisce si rischia di tornare al punto partenza. Allora, evidentemente c’è un problema che non possiamo pensare di delegare alla magistratura».
Quale può essere la soluzione?
«Credo risieda nell’uso degli strumenti che la legge mette a disposizione, in particolare quello della contrattazione collettiva anche per questi lavoratori, che non sono lavoratori subordinati. Per cui delle due l’una, o hanno modalità che nei fatti possono essere ricondotte alla tutela del lavoro subordinato, e a questo punto si applicano le tutele previste. O si applica la contrattazione collettiva. C’è stato in passato anche un tentativo di arrivare a un contratto collettivo per i rider, ma era scarsamente rappresentativo perché Cgil e Cisl e Uil non lo hanno sottoscritto, lo ha fatto solo l’Ugl».
E quindi?
«Se le parti riuscissero a trovare un punto di equilibrio fra l’esigenza dell’impresa e la tutela dei lavoratori, allora si potrebbe arrivare a una soluzione rispettosa dei principi, in particolare del principio costituzionale dell’articolo 36, al quale si riferisce anche questo provvedimento della magistratura, nel senso che il giudice interviene quando in materia di retribuzione vede che non sono rispettati quei criteri di proporzionalità e sufficienza a garantire al lavoratore un’esistenza libera e dignitosa. E nel caso in esame evidentemente non lo sono. O le imprese decidono accettano l’idea di alzare queste retribuzioni, migliorare le condizioni di lavoro e quindi sottoscrivere un contratto collettivo in condizioni del tutto diverse da quelle che sono oggi. Oppure non c’è alternativa a quella di ricondurre questo tipo di lavoro nell’alveo della subordinazione, e quindi applicare i contratti collettivi previsti. Sono abbastanza drastico su questo: penso sia utile mantenere un’opportunità di lavoro come questa, ma bisogna garantire un salario dignitoso e condizioni di lavoro dignitose. Una terza via non esiste: non è obbligatorio fare i servizi di delivery, mentre lo è rispettare le condizioni di dignità del lavoro. Non possiamo tollerare che ci si siano nuovi schiavi».
Il salario minimo potrebbe essere una soluzione?
«Nel caso di genere funzionerebbe molto male, in quanto applicato a un lavoro discontinuo, come quello dei riders, non garantisce comunque la sufficienza che può far uscire il lavoratore dalla situazione di povertà: se anche mettessimo un salario minimo a 10 euro all’ora, persone che fanno 20 ore alla settimana non arriverebbero a mettere insieme un salario dignitoso. Partire dai rider per ragionare sul salario minimo sarebbe proprio il punto d’attacco più sbagliato. In questo caso si rischierebbe di creare un ghetto, una sottocategoria del lavoro».
Che dovrebbe fare il governo?
«In prima battuta dovrebbe sollecitare la contrattazione collettiva a farsi carico di questo tema. Se le parti non dovessero trovare un accordo, potrebbe decidere di regolare questo particolare contratto a determinate condizioni. Per esempio, indicando che deve avere una certa durata, determinate caratteristiche, e se non applichi quelle caratteristiche sei fuori legge. Ma, ripeto, la soluzione dovrebbe passare dalla convergenza fra sindacati e imprese che gestiscono questi servizi, perché sicuramente sono in grado di dare una soluzione più rispondente ai problemi reali di chi lavora e molto più dinamica nel tempo, perché le cose cambiano: questo mestiere sta diventando sempre più un complesso, sta diventando una nuova forma di delivery urbano, ibridata fra cibo, servizi alla persona, e tanto altro. Potrebbe essere l’occasione per costruire una nuova figura che a quel punto ha anche una funzione sociale. Non solo rider».
È recente lo studio della Confcommercio che ha contato oltre 200 contratti pirata.
«Per disboscare questa giungla bisognerebbe dare efficacia erga omnes ai contratti collettivi firmati dai sindacati più rappresentativi, in questo modo si farebbero fuori i contratti al ribasso. Il nostro mercato del lavoro soffre di due problemi, la concorrenza a ribasso del lavoro nero e di questi contratti pirata: ci sono dei contratti firmati da associazioni improbabili che riescono a far scendere il costo delle retribuzioni fino al 30%, è chiaro che se noi lasciamo al mercato la possibilità di scegliere contratti che costano il 30% in meno, il risultato sarà quello di incentivare le imprese a sfilarsi dai contratti più tradizionali per entrare in queste nuove forme di dumping salariale».
Un fenomeno che sta diventando sempre più rilevante.
«Stiamo andando verso una competizione sul basso costo del lavoro, già lo facciamo da 30 anni, ahimè, per via della bassa produttività, della scarsa capacità di innovazione e di controllare il lavoro nero».
Con quali conseguenze?
«E’ chiaro che si va su questo tipo di retribuzioni si perdono tutti i talenti migliori, i giovani che se ne vanno all’estero, la possibilità di investire in formazione, si fa veramente l’economia a basso costo, ci si trasforma in un Paese in via di sviluppo».
Intanto, i salari reali sono ancora al di sotto dei livelli pre-Covid.
«Siamo sette punti sotto il livello pre Covid e, cosa più drammatica, 3 sotto la media del 1997, perché in 30 anni invece di crescere siamo riusciti a scendere, un unicum europeo. L’errore è stato pensare che potessimo diventare competitivi non sul valore aggiunto prodotto dalle imprese, ma sul minor costo del lavoro. Ma, se competiamo sul minor costo del lavoro competiamo anche sul minor valore del prodotto, quindi non facciamo più prodotti a valore aggiunto ma a basso valore, molto seriali. E’ una spirale negativa che innesca un circolo vizioso pericolosissimo che va interrotto, altrimenti veramente il declino diventa un tracollo».
Come si fa?
«Da un lato con una politica che smetta di dare incentivi a pioggia. Non lo interrompe una mentalità del piccolo e bello perché purtroppo la piccola impresa può produrre un piccolo valore, mentre una grande impresa può produrre innovazione e sviluppo. Lo interrompe una politica della formazione professionale completamente diversa da quella che è stata fatta finora, dove sostanzialmente si danno i soldi anche qui a pioggia a chiunque faccia formazione generica, magari sulla lingua straniera o sul pacchetto di Word o di Excel invece che formare sulle nuove tecnologie, sulle nuove discipline, sui nuovi saperi che spingono l’economia. Abbiamo fatto un Pnrr sulla transizione digitale e green ma non abbiamo allocato sufficienti risorse sul creare le persone e le competenze che potessero andare ad accompagnare questa transizione. La Germania ha fatto il vero salto facendo un enorme investimento attraverso le riforme Hartz, quelle riforme infrastrutturali che mettono al centro le politiche attive del lavoro, una rete nazionale di formazione professionale, cosiddetta duale, cioè dove tu fai un pezzo in classe e un pezzo in azienda, e quando finisci il tuo percorso formativo hai le competenze che servono all’azienda. Noi oggi ci lamentiamo del fatto che abbiamo pochi ITS, facciamo circa 10.000 diplomati ITS in Germania, sono circa 500.000, siamo in ordine di grandezze nemmeno commensurabili. Questo vuol dire credere in un Paese che fa del capitale umano il suo asset fondamentale, non avendo asset di risorse naturali come il nostro. Il turismo da solo non ce la può fare».
Il governo sta facendo abbastanza in questo senso?
«Credo che sul lavoro si stia facendo ancora molto poco ancora. Abbiamo avuto l’occasione del Pnrr che destinava alla missione lavoro e formazione 4,7 miliardi, il risultato sarà certamente più di zero, ma rispetto all’investimento non c’è un ritorno adeguato, perché invece di ripensare complessivamente il nostro sistema, abbiamo buttato tutti questi soldi nello status quo, abbiamo gonfiato il numero di corsi di formazione professionale, di persone addette ai centri per l’impiego. Per carità tutto utile, ma non in grado di generare la profonda riforma dei servizi, sia per il lavoro che per la formazione professionale, che quelle risorse ci avrebbero consentito di fare».
Il lavoro povero si riflette sulla bassa crescita.
«Sì, assolutamente sì. La curva del Pil, della produttività e dei salari sono tutte e tre piatte da trent’anni, la loro traiettoria è perfettamente orizzontale e correlata. Se noi prendiamo questi stessi tre fattori e li collochiamo nel panorama europeo, vediamo che ugualmente è correlata la divaricazione rispetto agli altri Paesi Europei. Ci siamo illusi di poter fare il Paese a basso costo d’Europa, a basso costo di produzione, si può fare però poi ti tieni un’economia sostanzialmente subordinata agli altri».
Siamo la Cina d’Europa?
«Non volevo dirlo, e non fosse che non siamo neanche stati capaci di mantenere il manufatturiero ai livelli della Cina, almeno la Cina è cresciuta. Perché più che altro noi abbiamo spostato moltissima parte della nostra economia dalla manifattura al mondo dei servizi, dove si annida gran parte del lavoro povero, perché non stiamo parlando di servizi come l’informatica o l’intelligenza artificiale, ma di pulizie, ristorazione, hotellerie, cose che purtroppo non producono valore aggiunto perché sono sostituibili, non c’è ricerca e sviluppo, non ci sono ampi margini di crescita».


















