6 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Feb, 2026

La Bce lascia i tassi invariati al 2 % e irrita i mercati

Lagarde non ha dato indicazioni sui prossimi passi, ma se l’euro dovesse correre troppo a marzo si potrebbe discutere di un allentamento


Avanti con calma raccomanda Christine Lagarde dopo aver annunciato che il consiglio Bce, all’unanimità ha deciso di tenere i tassi fermi al 2%. Calma sull’euro, calma sui tassi, calma persino sull’inflazione. Una calma olimpica, tanto per restare sul tema dominante di questi giorni, mentre fuori dal palazzo di Francoforte il mondo è una trottola impazzita: guerre, dazi, tensioni commerciali e il dollaro che si sgonfia come palloncini lasciati al sole.

L’economia tiene nonostante le tensioni geopolitiche e commerciali


La presidente della Bce si presenta così. Con l’aria di chi ha visto crisi peggiori uscendone sempre con il tailleur intatto: l’eurozona è «sostanzialmente equilibrata». Che, tradotto dal “bancocentralese” significa: non stiamo affondando, non stiamo volando, stiamo galleggiando con una certa dignità. E soprattutto: i tassi vanno bene così. Il consiglio direttivo, unanime come raramente accade quando venti Paesi devono mettersi d’accordo su qualcosa, decide di tenere fermi i tassi. Restano al 2%. Da giugno è tutto fermo. Una specie di fotografia incorniciata: non si tocca, non si sposta, non si discute.

Lagarde guarda i numeri e li trova confortanti. L’economia europea, dice, mostra una buona capacità di tenuta in un contesto mondiale che definire «difficile» è un eufemismo. La disoccupazione resta bassa, i bilanci del settore privato sono solidi, la spesa pubblica corre – soprattutto su difesa e infrastrutture – e perfino i vecchi tagli dei tassi cominciano a fare il loro mestiere, come medicine a lento rilascio.

C’è persino spazio per un mezzo sorriso: nuovi accordi commerciali e una maggiore integrazione del mercato unico europeo potrebbero spingere la crescita oltre le attuali aspettative. Non una promessa, per carità, ma una possibilità messa lì, come una finestra socchiusa. In ogni caso manderà un elenco (da mantenere rigorosamente segreto) a tutti i governi europei per spiegare quello che serve per rilanciare la competitività europea. Poi arriva l’inflazione, che a gennaio scende all’1,7% dal 2% di dicembre. L’energia crolla del 4,1%, gli alimentari invece fanno i capricci e salgono al 2,7%, l’inflazione di fondo si assesta al 2,2%. Ma tutto è «coerente» con l’obiettivo del 2% nel medio termine. Coerente è la parola chiave: nella grammatica Bce significa non perfetto, ma accettabile. E tanto basta.

L’euro forte è un’incognita


Certo, i rischi non sono spariti. Lagarde lo dice con la stessa naturalezza con cui si dice che in inverno può piovere. I dazi, i conflitti, le frizioni nel commercio internazionale possono inceppare le catene di approvvigionamento, ridurre le esportazioni, indebolire consumi e investimenti. E poi c’è la geopolitica, quella vera, con la guerra della Russia contro l’Ucraina che continua a stare lì, come un rumore di fondo che non se ne va mai. Ma il tema che fa drizzare le antenne a giornalisti e analisti è sempre lo stesso: l’euro. Forte, tonico, attorno a quota 1,20 sul dollaro.

Lagarde rassicura: le proiezioni contemplano i rischi

Lagarde rassicura: se ne parla da un anno, non è una novità, non è un colpo di testa dei mercati. Il dollaro si indebolisce da marzo, il cambio è dentro un range preciso, in linea con la media storica. Nulla di isterico, nulla di anomalo. Certo – ammette, con quel mezzo passo indietro che è un classico delle conferenze stampa Bce – un ulteriore rafforzamento dell’euro potrebbe abbassare l’inflazione. Importazioni più convenienti, export meno competitivo. Ma anche questo rischio, dice Lagarde, è già dentro le proiezioni. Tranquilli, è tutto sotto controllo. E qui arriva il mantra, ripetuto come una formula scaramantica: «Siamo dipendenti dai dati».

Nessuna indicazione sui prossimi passi, nessuna anticipazione. Però il sottotesto è chiaro: se l’euro dovesse davvero uscire dal “range”, se dovesse correre troppo, allora sì, a marzo si potrebbe parlare di allentamento dei tassi. Per ora, però, la situazione resta «favorevole» e la Bce è in una «buona posizione”. Espressione che a Francoforte equivale a dire: non muoviamo un dito. Anche perché, rispetto a dicembre, il dollaro ha già dato qualche segnale di risveglio. Quanto basta per rafforzare le previsioni degli analisti: tassi fermi ancora a lungo, probabilmente per buona parte del 2026. Niente colpi di scena, niente sorprese.

Il nuovo corso della Fed


L’incognita vera arriva da Oltreoceano e ha un nome preciso: Kevin Warsh. Falco dell’inflazione per fama e curriculum, presidente in pectore della Federal Reserve, possibile successore di Jerome Powell da maggio. Negli ultimi tempi ha ammorbidito i toni, ha strizzato l’occhio a Trump, ha rivisto qualche certezza. E Lagarde, diplomatica fino all’ultimo bottone della giacca, lo accoglie così: lo conosco da molto tempo, fin dalla grande crisi finanziaria, la sua nomina è benvenuta. Insomma vedremo. Con calma ovviamente. Perché mentre il mondo accelera, la Bce continua a fare quello che sa fare meglio: camminare lentamente, guardando i dati, e lasciando che siano i mercati a perdere la pazienza.

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