Lo scontro tra Donald Trump e la Federal Reserve sui tassi, i dazi e il dollaro apre scenari di instabilità che possono travolgere l’economia mondiale
I termini delle discussioni di politica economica negli Stati Uniti in questo momento sono all’incirca questi. Da un lato c’è Donald Trump, il quale accusa la Riserva Federale, cioè la Banca Centrale degli Stati Uniti, e in particolare il suo presidente, Jerome Powell, di ostacolare consapevolmente la sua politica economica. La Fed, infatti, si ostinerebbe a tenere tassi di interesse troppo alti, con la conseguenza di scoraggiare quella ripresa degli investimenti che dovrebbe dar luogo a quella “età dell’oro” per gli Stati Uniti. Quella stessa età dell’oro che Trump diceva sarebbe iniziata il giorno della sua rielezione e che invece con tutta evidenza stenta ad emergere.
Trump contro Powell
Dall’altro lato c’è stato, almeno fino ad ora, Jerome Powell, che si è dimostrato molto cauto nella riduzione dei tassi di interesse, perché ritiene che l’inflazione sia ancora minacciosa e quindi sia necessaria molta prudenza. La questione è resa più complicata dai dazi introdotti nel marzo scorso da Trump, che secondo lui stanno arricchendo il bilancio federale americano e stimolando gli investimenti, mentre per Powell e per molti osservatori stanno invece provocando un aumento dei prezzi, dal momento che non è diminuita la domanda di beni di consumo. Sono di ieri i dati della bilancia dei pagamenti americana che mostrerebbe a fine 2025 un deficit considerevole, segno questo che i dazi non hanno ridotto la domanda di beni di importazione.
Inflazione e debito pubblico
La preoccupazione di Powell è che una riduzione dei tassi d’interesse potrebbe riaccendere l’inflazione e provocare, in conseguenza di essa, un aumento dei tassi di interesse che la Fed non riuscirebbe ad evitare, cosicché potrebbe divenire difficile per l’America finanziare sul mercato il rinnovo dell’enorme debito pubblico che si trova a dover gestire. Sono dilemmi che l’Italia conosce bene, dovendo gestire un enorme debito pubblico in rapporto al nostro reddito nazionale. Gli Usa sono ben più ricchi di noi, ma la condizione del loro bilancio è gravissima.
Gli attacchi alla Fed
Trump ha attaccato aspramente in questi mesi Powell senza rendersi conto che questi attacchi potrebbero avere conseguenze destabilizzanti sui mercati finanziari, anche perché è difficile presentare Powell come un nemico politico del Governo. Powell è (o è stato) politicamente vicino al partito repubblicano. Venne scelto alla guida della Fed al posto di Janet Yellen, democratica, dallo stesso Trump nel corso del suo primo mandato. È in un certo senso un garante della stabilità finanziaria. Sostituendolo, Trump potrebbe anche trovarsi a provocare dei riflessi negativi sui mercati finanziari, che in genere considerano l’indipendenza delle banche centrali un pilastro della affidabilità finanziaria dei paesi e dei governi.
In più si deve considerare il fatto le decisioni sui dazi prese da Trump negli scorsi mesi sono destinate a provocare un aumento dell’inflazione – questa è un’opinione generale fra gli economisti -. La preoccupazione di Powell è che, se l’inflazione riparte, qualunque cosa faccia la banca centrale i tassi di interesse sono destinati a crescere e, con un paese che ha un debito pubblico gigantesco come gli Usa, i rischi diventano enormi.
La successione a Powell
Ora Trump, valendosi del fatto che in maggio scade l’odiato Powell, ha provveduto a designare il suo successore, convinto che questi metterà la Federal Reserve in linea con i desiderata della Presidenza. Ci sono però due problemi. Il primo è che le decisioni sui tassi di interesse della Fed non dipendono dal solo Presidente, ma dal voto di un organismo in cui siedono molti membri: sono decisioni collegiali, come anche nella Bce. Finora Powell ha goduto del consenso di quest’organo, che raramente si è diviso. Non è detto che basti sostituire il Presidente per cambiare la politica della Fed. Potrebbero esservi delle battaglie molto aspre.
Il nodo Kevin Warsh
Il secondo problema è ancora più complicato. Al successore designato, Kevin Warsh, sono riconosciute doti di competenza, essendo già stato membro del Board della Fed. Warsh è stato un critico molto severo di Powell e della Federal Reserve ma almeno fino a un anno fa le sue critiche verso la banca centrale erano che essa fosse troppo lassista e cioè che tenesse i tassi di interesse troppo bassi e rischiasse così di alimentare l’inflazione.
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Warsh era un falco, nel senso che diamo a questa parola parlando dei banchieri centrali, cioè era convinto che la politica monetaria debba frenare l’inflazione e che non sia compito della politica monetaria sostenere lo sviluppo. È più o meno l’idea che ha dominato, almeno nei primi anni dalla sua costituzione, la Bce fino all’arrivo di Mario Draghi, che ne cambiò profondamente l’orientamento.
Fiducia dei mercati e rischio sistemico
Forse Warsh è stato folgorato da Trump sulla via di Damasco, ma se la sua conversione dovesse apparire come dettata dall’opportunismo, i mercati finanziari potrebbero togliere alla Fed la fiducia che essa aveva con Yellen prima e con Powell poi. Le conseguenze sarebbero spiacevoli per gli Stati Uniti e forse anche per l’inconsapevole Trump.
Dazi, dollaro e illusioni
È quindi molto difficile capire cosa succederà su questo terreno. L’impressione è che le illusioni di Trump sugli effetti positivi dei dazi stiano svanendo. Come del resto gli economisti hanno avevano unanimemente previsto, non sta scendendo il deficit della bilancia dei pagamenti americana, perché la domanda di beni di consumo a rimane molto elevata, e crescono invece i prezzi sostenuti dalla forte domanda interna.
Trump si affanna a dire che le statistiche dell’inflazione sono sbagliate e non si può escludere che promuova la falsificazione delle statistiche, che è una pratica normale nei regimi autoritari. Questa situazione paralizza i nuovi investimenti e genera incertezza. Può darsi che Trump speri che una riduzione dei tassi faccia scendere il valore del dollaro sui mercati internazionali e che questo da un lato scoraggi le importazioni americane e dall’altro favorisca le esportazioni.
Il dollaro come moneta di riserva
Ma c’è un altro rischio che Trump sottovaluta. Il dollaro è o è stato per tutto il dopoguerra una moneta di riserva. Da tutto il mondo i risparmi affluivano negli Usa perché il dollaro era forte e l’economia fortissima. Ma una valuta debole sui mercati finanziari non è una valuta di riserva: cessa di essere percepita come tale. Comincia la fuga del risparmio da quel paese verso beni come l’oro e l’argento o verso altre valute.
È chiaro che Trump odia l’Europa e odia l’euro, che è il segno della forza economica dell’Europa. Ma potrebbe scoprire che molti dei suoi connazionali si libereranno dei dollari e andranno alla ricerca degli euro. Forse oggi se l’Unione europea emettesse i bond, troverebbe molti sottoscrittori fra quelli che ancora ieri compravano i titoli del Tesoro americano.
La lezione di Keynes
Una volta, in un opuscolo del 1923 Keynes irrise Mussolini che voleva una posizione forte per la lira sui mercati internazionali, dicendo che alle monete non si può somministrare l’olio di ricino. È una lezione che domani potrebbe trovarsi ad apprendere lo stesso Trump, che evidentemente crede che la sua volontà sia più forte dei dati economici. Potrebbe scoprire che non è così, ma non vorrei che a farne le spese non fosse lui solo o il suo paese, ma piuttosto tutta l’economia mondiale. Già altre volte, nel 1929 e poi nel 2008, una crisi mondiale è partita dagli States. Speriamo di non dovere ripetere quelle esperienze.


















