Powell, Federal Reserve: bce e grandi banche lo difendono dagli attacchi di Trump. Cresce la tensione negli Usa con effetti sui mercati. Il numero uno di Jp Morgan avverte il presidente del rischio boomerang
La Bce, i governatori delle principali banche centrali del mondo e anche Jamie Dimon capo di Jp Morgan, la più grande banca americana, scendono in campo in difesa di Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, messo sotto accusa da Trump per le spese di ristrutturazione della sede della banca centrale Usa. Un caso che da dossier giudiziario si è trasformato in frattura istituzionale, con effetti che rimbalzano dai palazzi del potere ai mercati finanziari, dove oro e argento aggiornano i massimi storici in un clima di crescente nervosismo.
Donald Trump, però, non arretra. Anzi rilancia. Dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione statunitense, attestata al 2,7%, il presidente torna all’attacco dal suo social Truth.
«Grandi numeri sull’inflazione. Questo significa che Jerome ‘Too Late’ Powell dovrebbe tagliare i tassi significativamente. Se non lo farà continuerà a essere ‘Too Late’», scrive, usando ancora una volta il soprannome con cui accusa Powell di essere sempre in ritardo. E poi c’è il capitolo della ristrutturazione della sede della Fed costata 2,5 miliardi, che Trump trasforma in un’arma politica. «Beh, è fuori budget di miliardi di dollari. Significa che Powell è incompetente, oppure è corrotto. Non so cosa sia, ma certamente non sta facendo un ottimo lavoro», dice ai giornalisti alla Casa Bianca, prima di partire per Detroit. Parole che incendiano i mercati e agitano il mondo della finanza. A guidare la controffensiva diplomatica a favore di Powell è Francoforte.
I governatori a sostegno di Powell e dell’indipendenza della Fed
Il Consiglio direttivo della Bce e i governatori di alcune delle più importanti banche centrali globali – Inghilterra, Canada, Australia, Svizzera, Svezia, Danimarca, Brasile, Corea del Sud e della Banca dei Regolamenti Internazionali – firmano una dichiarazione congiunta che suona come un argine istituzionale contro quella che viene percepita come una pressione politica senza precedenti.
«Esprimiamo piena solidarietà alla Federal Reserve e al suo presidente Jerome Powell», dichiarano. «L’indipendenza delle banche centrali è un pilastro fondamentale della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica, nell’interesse dei cittadini che serviamo. È pertanto fondamentale preservare tale indipendenza, nel pieno rispetto dello stato di diritto e della responsabilità democratica».
Perché, sottolineano ancora i banchieri centrali, Powell «è un collega stimato e tenuto nella massima considerazione da tutti coloro che hanno lavorato con lui».
Un attestato di stima che vale più di una difesa formale e che trasforma il presidente della Fed in un simbolo dell’autonomia delle banche centrali nel mondo. A rafforzare questa lettura arrivano anche gli ex presidenti della Fed – Ben Bernanke, Janet Yellen e Alan Greenspan, insieme agli ex segretari al Tesoro Henry Paulson, Timothy Geithner e Jacob Lew – che firmano una dichiarazione congiunta di condanna. «L’indagine penale rappresenta un tentativo senza precedenti di utilizzare azioni giudiziarie per minare tale indipendenza», scrivono, mettendo nero su bianco un allarme che raramente viene lanciato con tanta nettezza da chi ha guidato la banca centrale americana.
JP Morgan e i timori di Bessent
Jamie Dimon, numero uno di JPMorgan Chase, la più grande Banca Usa rompe gli indugi e avverte che gli attacchi alla Fed rischiano di ritorcersi contro lo stesso presidente.
«Nutro un enorme rispetto per Jay Powell, l’uomo», afferma, difendendo con forza l’indipendenza della banca centrale. «Qualsiasi cosa che intacchi questo aspetto probabilmente non è una grande idea». E aggiunge l’avvertimento più temuto dai mercati: «A mio avviso avrà l’effetto opposto. Aumenterà le aspettative di inflazione e probabilmente aumenterà i tassi nel tempo».
Anche all’interno dell’amministrazione emergono crepe. Il segretario al Tesoro Scott Bessent, secondo fonti citate da Abc News, avrebbe espresso a Trump le sue preoccupazioni sull’indagine penale. Una telefonata rivelata da Axios, che la Casa Bianca non commenta, mentre il Dipartimento del Tesoro si affretta a minimizzare. Sul fronte giudiziario arriva però una puntualizzazione decisiva: dal procuratore del District of Columbia filtra che non esiste alcuna incriminazione nei confronti di Powell. Un chiarimento che non basta a spegnere le tensioni, ma che ridimensiona il perimetro del caso.
La reazione dei mercati
Nel frattempo i mercati parlano la loro lingua, quella dei prezzi. L’oro vola a nuovi record, con il contratto spot a 4.634 dollari l’oncia e il future a 4.643 dollari. L’argento corre ancora più veloce, toccando 89,130 dollari. È la fuga verso i beni rifugio.
In controluce, resta l’ironia della storia: fu proprio Trump, durante il suo primo mandato, a nominare Powell alla guida della Fed, salvo ora bollarlo come «un incapace».


















