Quando è nato e come è cambiato per la Chiesa il periodo che precede il Natale, che è diventato una festività per paradosso più sbiadita
La parentesi più calda dell’anno, nonostante il freddo. L’Avvento, quando arriva, si riconosce perché l’aria cambia, ci traina dolcemente più in là verso quei quindici giorni di raccoglimento che precedono il Natale. Un periodo che è riuscito a scavarsi un’identità sia religiosa che non, che è diventato sia calendario di cioccolatini sia preghiera intensa per chi sente di volerla esprimere. Ma se è vero che l’Avvento è riuscito a guadagnarsi un posto in entrambe quelle due dimensioni dell’uomo che tanto sembrano diverse fra loro, se è vero che è Avvento per tutti, qualunque cosa si aspetti, è anche vero che la sua storia si è modellata col tempo fino a divenire ciò che è ora.
L’Avvento, per come lo conosciamo, è un tempo liturgico cristiano nato per preparare spiritualmente il cuore dei fedeli al Natale e troviamo le sue radici proprio nei primissimi secoli del Cristianesimo, quando la festa per la nascita di Gesù Bambino non era ancora celebrata uniformemente; fu soltanto a partire dal IV secolo, quando il Natale cominciò a essere festeggiato il 25 dicembre, che iniziò a prendere forma anche il conto alla rovescia.
Le origini dell’Avvento si collocano nel triangolo geografico tra Gallia (Francia), Spagna e Italia settentrionale: già nel V secolo in Gallia si praticava un tempo di penitenza e digiuno che durava sei settimane chiamato “Quadragesima (o Quaresima) di San Martino” perché iniziava l’11 di novembre, giorno dedicato appunto a San Martino. Si trattava di una sorta di Quaresima, di fatto, più che di Avvento per come lo intendiamo oggi, molto più austero e orientato ai digiuni, ad esempio. La Quaresima di San Martino era scandita da digiuni severi il lunedì, il mercoledì e il venerdì e dalla rinuncia alla carne per diversi giorni di fila. I pasti venivano ridotti (spesso soltanto uno al giorno e al tramonto), si rinunciava ai piaceri come vino, dolci e ai cibi particolarmente elaborati: proprio per questo motivo il popolo la chiamava “la piccola quaresima prima di Natale”.
I cristiani erano invitati a partecipare più spesso alla messa, a pregare i Salmi nelle ore del giorno e a dedicarsi alla “lectio divina” delle profezie, soprattutto del profeta Isaia. Le comunità, piccole e grandi, si radunavano di sera per piccole veglie, anticipando quelle che sarebbero poi state le future liturgie dell’Avvento romano. Oltre che un tempo dedicato alla penitenza, la Quaresima di San Martino era anche un momento di devozione verso il prossimo: veniva osservata la carità verso i poveri e offerti rifugio e pasti caldi ai pellegrini.
Ma non si era gentili solo verso gli sconosciuti: l’obiettivo del periodo di riflessione di San Martino aiutava a sciogliere i conflitti e le inimicizie in vista del Natale.
Era quindi un momento di rinnovamento tanto individuale quanto comunitario. Chi aderiva a questa forma di Avvento rinunciava temporaneamente anche agli abiti eleganti, elaborati, finemente decorati, in favore di un abbigliamento più sobrio e contenuto, evitava di partecipare ai banchetti o alle feste civili e non prendeva parte a spettacoli, danze e giochi nelle piazze – atteggiamento piuttosto controcorrente per quei popoli che all’epoca sentivano molto il senso della comunità e festeggiavano molto spesso e molto allegramente.
Anche per questo motivo questo tipo di Avvento, coincidente con la festività di San Martino, non aveva ancora dei simboli di riferimento. Non esistevano ancora corone, calendari o candele: le uniche “decorazioni” diffuse ovunque erano piuttosto simboliche ed erano le luci, lampade accese nelle chiese e fuori dalle case per accompagnare le veglie serali e l’attesa. In Gallia molti catecumeni adulti approfittavano di questo periodo per prepararsi al battesimo dell’Epifania, quindi era anche un tempo di istruzione religiosa e meditazione sui Vangeli, nonché di rinuncia agli antichi culti pagani. Anche in Spagna esisteva un periodo simile, di raccoglimento e quasi penitenziale: un po’ dappertutto, quindi, la prima “pelle” dell’Avvento è stata quella di un tempo abbastanza lontano dalla preparazione gioiosa per l’accoglienza del mistero dell’Incarnazione che conosciamo oggi.
A Roma l’Avvento prende questo nome da “adventus”, latino, cioè “venuta”. Venne introdotto più tardi, tra il VI e il VII secolo, assumendo forme diverse rispetto a quelle improntate in Gallia: intanto, la durata. L’Avvento a Roma si estendeva in quattro settimane, modello rimasto fino ad oggi nel rito romano.
L’idea era quella di svestire questo periodo dell’abito scuro e penitenziale avuto fino a quel momento per sostituirlo con una veste più luminosa di speranza e di attesa. Roma ha il merito di aver definito le due grandi dimensioni dell’Avvento: l’attesa della venuta finale di Cristo (detta anche “dimensione escatologica”) nelle prime due settimane e la preparazione al Natale. Considerato il periodo più luminoso nel mezzo dell’inverno, l’Avvento è oggi un tempo di attesa, conversione e riflessione e nella Chiesa, fin dal XIX secolo quando cominciò a diffonderla il pastore luterano Johann Wichern, è rappresentato da una corona di rami d’albero sempreverde contenenti quattro candele di diverso colore. Simboleggiando il bagliore della luce che cresce man mano che ci si avvicina alla nascita di Cristo, oggi i colori delle candele variano dal porpora (le prime due e la quarta), colore rappresentativo dell’Avvento, e dal rosa (la terza), rappresentativo dell’aver compiuto già metà del cammino, oltre che l’annuncio che i festeggiamenti per la nascita di Gesù stanno per cominciare.
Seguendo la tradizione cristiana, si accende una candela ogni settimana fino alla Vigilia di Natale, giorno in cui al centro della corona viene accesa una quinta candela, dal colore bianco, che viene detta “candela di Cristo”. Oggi uno dei simboli più famosi dell’Avvento è il calendario, che negli anni ha assunto forme sempre più varie, dalle più divertenti alle più golose; ma com’è nata l’idea del Calendario dell’Avvento? Anche questa è una tradizione che, come la corona, ha origini tedesche. Nel XIX secolo gli adulti insegnavano ai bambini come contare i giorni che mancavano al Natale, quindi a partire dal primo di dicembre alcune famiglie segnavano ogni giorno una stanghetta con il gesso sulla porta di casa, mentre altri utilizzavano dolcetti o versetti della Bibbia come riferimento per il conto alla rovescia. Il primo calendario dell’Avvento venne stampato nel 1908 dal tipografo Gerhard Lang ispirandosi a quando, da bambino, sua madre costruì manualmente un calendario con del cartone, ritagliando delle finestrelle e ponendo dei cioccolatini al loro interno. Lang ebbe l’idea di riadattare questo formato e di stamparlo e così, in tutta la Germania, cominciò a diffondersi l’idea del calendario dell’Avvento che è arrivata fino a noi. Tuttavia, con gli anni e la povertà sopraggiunta nei periodi immediatamente successivi ai due conflitti Mondiali e successivamente anche la ridefinizione laica del Natale da parte della Germania nazista, l’usanza dei calendari dell’Avvento stampati sparì del tutto.. O perlomeno si trattò di una (non troppo breve) pausa. Oggi i calendari dell’Avvento vengono prodotti dalle case dolciarie, da quelle di abbigliamento e da quelle di accessori. Le finestrelle di cartone e i sacchetti di tela contrassegnati con i giorni che mancano al Natale sono diventati qualcosa di infinitamente personalizzabile anche con foto e ricordi delle singole famiglie. L’Avvento e la sua storia ci insegnano, tuttavia, che il Natale non è sempre un giorno felice per tutti e che se l’Avvento è riuscito, nei secoli, ad attraversare più fasi e a vivere in più “pelli”, il Natale ha subìto invece l’incantesimo contrario, rischiando ogni anno di più di diventare una festività striminzita, sbiadita, omologata e sempre più digitalizzata.
Che sia l’Avvento stesso, quindi, il Natale? Che avesse sempre avuto ragione Giacomo Leopardi con quel Sabato del Villaggio? Probabilmente il senso del Natale non sta più nel Natale in sé, ma in tutti i giorni che lo precedono. In tutti i giorni in cui lo si aspetta, in cui diventare migliori è un esercizio e una speranza, un po’ un desiderio e un po’ un impegno, una grande promessa, prima, e una piccola bugia dopo.







