24 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Mar, 2026

Gino Paoli, ecco perché dobbiamo continuare ad ascoltarlo: senza più pareti

Gino Paoli

Perché ascoltare ancora Gino Paoli: le sue canzoni, nate da una vita vissuta davvero, oggi non hanno più pareti e continuano a parlare a tutti


Adesso sì che non ha più pareti la stanza di Gino Paoli, ma l’immensità del cielo. Il cantautore, non proprio il primo in assoluto, ma di sicuro quello dalla più lunga carriera, è morto a 91 anni dopo aver – molto banalmente – rivoluzionato la musica italiana e forse direttamente l’Italia, con canzoni straordinarie e spesso anticonformiste come il suo modo di vivere.

Il colpo al cuore e la vita che resta

Basti pensare che questo pezzo in sua memoria aveva rischiato di essere scritto l’11 luglio 1963, quando si sparò al cuore. Sbagliò di poco la mira e da allora aveva convissuto con la pallottola conficcata nel pericardio. Motivi, mai precisamente chiariti fino a un’intervista di tre anni fa: “Non sentivo più niente. Le due donne più belle d’Italia, Ornella Vanoni e Stefania Sandrelli, erano innamorate di me. In garage avevo una Porsche, una Ferrari e una Flaminia Touring. Cos’altro potevo avere? Volevo vedere cosa c’era dall’altra parte”. Provò prima coi barbiturici e l’alcol, poi pensò a gettarsi sotto, infine usò quella Derringer calibro 5 con cui fallì il colpo.

Ornella Vanoni, il grande amore

Ecco, Ornella Vanoni. È bello pensare che Paoli l’abbia voluta raggiungere presto, come succede coi grandi amori (esempio classico, Sandra Mondaini pochi mesi dopo Raimondo Vianello).

Perché il cantautore genovese – ma nato a Monfalcone, ai cui cantieri navali lavorava il padre – ha avuto tante donne, tantissime. Ma il vero amore della sua vita, peraltro mai ufficializzato con un matrimonio né arricchito da un figlio, fu proprio la cantante della mala. Quando non era amore, perché uno dei due era impegnato, era amicizia, ma vivevano in simbiosi e qualche volta facevano un disco, un concerto o anche un libro insieme (memorabile “Ti ricordi? No, non mi ricordo” del 2004). E infatti, che la sua salute fosse traballante l’aveva testimoniato la sua assenza proprio ai funerali della cantante, lo scorso novembre.

Gli inizi e la scuola genovese

Se Paoli fosse morto sparandosi (ma l’unica conseguenza fu una multa di 60mila lire che l’occhiuta burocrazia italica gli diede per possesso di arma da fuoco), avremmo comunque perso un cantante memorabile anche se in attività da soli quattro anni. Aveva cominciato ancora adolescente esibendosi nella sua Genova con gente mica male: Luigi Tenco (che per lui “si era sparato, voleva fare il colpo di scena restando però in vita”), Bruno Lauzi, Fabrizio De André, Umberto Bindi, Joe Sentieri, Giorgio Calabrese ed i fratelli Gian Franco e Gian Piero Reverberi.

Sono proprio gli ultimi due a portarlo nel 1959 a Milano, alla Ricordi, per cui incide il primo capolavoro, “Sassi” e altre canzoni dimenticabili come “Non occupatemi il telefono”. Successo, zero. Almeno fino al 1960 quando scrive “La gatta”, semplice e straziante canzone sulla gioventù, che iniziano a far conoscere il suo nome almeno come cantante. Come autore non può firmare perché non è ancora iscritto alla Siae – della quale, paradosso, sarà presidente dal 2013 al 2015 – per cui il nome ce lo mette Mogol.

Al punto che quando Ricky Gianco gli chiederà di duettare in “Come un bambino” sul disco apparve la scritta “Ricky e un altro”. È firmata così anche “Il cielo in una stanza”, che racconta con parole altissime la frequentazione di un bordello. Si dice che Mina abbia pianto dopo aver finito la prima incisione, di sicuro è tuttora un capolavoro della musica italiana. Nel 1961 ecco Ornella Vanoni, che gli ispira “Senza fine”, nel 1962 Stefania Sandrelli, per la quale abbandona la moglie incinta, con lo scandalo che ci si piò immaginare nella cattolicissima Italia di allora.

Amori, scandali e vita privata

Lo stesso scandalo di Mina, che nel periodo ha un figlio da Corrado Pani, Massimilano, senza essere sposato. Dall’unione di Paoli con Sandrelli (che di recente ha rivelato che una volta si sono accoppiati sulle scale del Cupolone di San Pietro) nasce invece Amanda, che mantiene il cognome Sandrelli.

Il 1963 e il successo di “Sapore di sale”

E poi il fatidico 1963. Mentre Paoli meditava il suicidio, tutta Italia ascoltava la canzone per l’estate di quell’anno, che era stavolta sua. Il punto è che “Sapore di sale” è sì ambientato in spiaggia, ma è tristissima, parla di una coppia in crisi, e il sapore di sale è quello che sente lui in bocca. Eppure l’Italia ha così voglia di godersela che ci balla sopra La vena, la grande vena di quegli anni, finisce nel 1964 con “Che cosa c’è”.

La crisi e il ritorno

E inizia un periodo di crisi, anche per l’uso di alcol e droghe da cui riesce a disintossicarsi dopo anni. Dobbiamo aspettarne 20, il 1984, per sentire un altro capolavoro, “Una lunga storia d’amore”. Paoli si riscopre ancora abbastanza giovane – 50 anni – per avere il pubblico di prima e unirci quello nuovo. A quest’ultimo si rivolge un altro dei suoi successi, “Quattro amici al bar”, del 1991, che vince addirittura il Festivalbar, la storia di alcuni ragazzini che vogliono cambiare il mondo ma vengono inglobati dal sistema. Paoli è un idealista, sempre stato di sinistra e nel 1987 accetta la candidatura del Pci e viene eletto alla Camera, senza lasciare ilò segno, tanto che dell’esperienza non ha mai parlato volentieri.

Gli ultimi anni e il jazz

DI lì in poi, cioè negli ultimi 30 anni, il cantautore di dedica a celebrare il mito di se stesso, ma nel modo migliore. Niente compilation o ospitate in trasmissioni di revival, ma rielaborazioni e collaborazioni di qualità. Su tutte quella con il pianista Danilo Rea, mostro sacro del jazz. Ma va ricordato anche il suo aiuto al lancio di Zucchero Fornaciari, uno che fin o ad allora era arrivato ultimo a Sanremo, scrivenddo e cantando con lui “Come il sole all’improvviso e con le mani”. Senza mai abbandonare il gusto della vita, basti dire che dopo Amanda (1964) i suoi altri tre figli sono arrivati tra il 1980 (Nicolò) e il 2000 (Francesco), in mezzo, nel 1992, Tommaso.

Lo stile e la lezione musicale

Resta da spiegare il Paoli musicista a chi – incredibilmente – non ne abbia mai ascoltato mezza canzone. Il suo stile era tranquillo, calmo, cantautorale, niente svisate rock, al massimo un’anima jazz che proprio Rea ha tirato fuori negli ultimi anni. Motivo? Genova, che non solo degli anni della sua gioventù traboccava di talenti, ma nella quale tira da sempre un vento che proviene dalla Francia.

E Paoli, oltre che cantautore, è stato spesso definito chansonnier, anche per aver tradotto, e spesso interpretato, brani di Jacques Brel (“Ne me ne quitte pas” – “Non andare via”), Leo Ferrè (“(Avec le temps” – Col tempo), Charles Aznavour (“il faut savoir” – “Devi sapere” e Alain Barrière (“Plus je t’entends” – “Vivrò”). Seppe fare queste canzoni così proprie che molti credettero fossero proprio sue. Ci scherzò sopra nel 2017 incidendone una dozzina in un disco dal titolo “Appropriazione indebita”. Ma non era un passatista. Lo dimostra la sua presenza nel docufilm del 2022 ”La nuova scuola genovese” di Yuri Dellacasa e Paolo Fossati, che spiegava la linea sottile che lega la scuola degli anni Sessanta al rap creato in Liguria.

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