È morto Gino Paoli, aveva 91 anni. Il poeta anarchico della canzone italiana: “Mi guardo le spalle, perché non so mai che cosa aspettarmi dal passato”
«Ogni suicidio è diverso, e privato. È l’unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l’amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l’unico, arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero. Il proiettile bucò il cuore e si conficcò nel pericardio».
Quando tenta di morire per amore in un’estate del 1963, Gino Paoli ha 29 anni. Nei primi album pubblicati i due anni precedenti, ci sono già Il cielo in una stanza, La gatta, Senza fine, Sassi, Non andare via. Quello stesso anno compone invece Che cosa c’è e Sapore di sale, arrangiata da Ennio Morricone e con Gato Barbieri al sassofono. La scrive in Sicilia, vicino al mare a Capo d’Orlando. Si dice sia ispirata alla sua tormentata storia con Stefania Sandrelli.
Gino Paoli è morto oggi nella sua casa genovese. Nato a Monfalcone il 23 settembre 1934, se n’è andato a 91 anni. Fino alla fine ha vissuto con quella pallottola nel cuore.
La scuola genovese: “L’arte è bisogno“
È Genova la città dove cresce e che considera sua. Ci passa la scuola, è uno studente svogliato di libri di testo ma scriverà i testi più belli della canzone italiana. È un ribelle, artista, appassionato di pittura e di jazz, ama la vita fatta di pochi soldi e tante notti. Notti senza fine, le passa con altri randagi. Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Giorgio Calabrese, i fratelli Reverberi. Diventano la “Scuola Genovese”. Ascoltano le canzoni di Brassens e Jacques Brel, fondano la canzone d’autore italiana. Reverberi poi gli presenta Milano. La musica, l’industria che gira lì. E lì, conosce Giorgio Gaber. Mina incide “Il cielo in una stanza”. È il grande successo. Arriva “Senza fine”, interpretata da Ornella Vanoni, allora, ancora detta “la cantante della mala”. Vivono una lunga relazione che diventa un’amicizia per tutta la vita.
Matto come un gatto
Ama i gatti, anche lui è un gattaccio. Per loro scrive: “La gatta” e “Matto come un gatto”, “I gatti si difendono così”. Li considera misteriosi, liberi, saggi. La gatta della canzone, Ciacola, vive con lui in una soffitta vicino al mare a Boccadasse. “Se la chitarra suonava, la gatta faceva le fusa. Ed una stellina scendeva vicina vicina”. A un passo dal cielo blu.
Contrappone la natura degli animali, che uccidono solo per fame, alla follia degli uomini che uccidono per fama e potere, che fanno le guerre. 1995. nell’album “Amori dispari”, scrive “I gatti si difendono così”. “Come se il loro cuore non ascoltasse niente, come se una carezza non fosse poi importante”. Diceva: “Io non mi meraviglio affatto quando il gatto fa qualcosa di misterioso, mi meraviglio quando fa cose normali.”

Una vita tra amori e famiglia
“Dalle donne ho avuto molto perché quelle che ho amato erano tutte straordinarie, chissà se avessi incontrato una stronza”, diceva.
Dalla prima moglie, Anna Fabbri, Gino Paoli ha avuto un figlio, Giovanni (1964-2025). Dall’amore con Stefania Sandrelli, allora giovanissima, nasce Amanda nel 1964, che porta il cognome materno. Dal 1991 è sposato con Paola Penzo, autrice di alcuni suoi brani, con la quale ha tre figli: Nicolò, Tommaso e Francesco. Ha quattro nipoti.
La crisi e gli anni difficili
Il grande successo non lo cerca. È spigoloso, Paoli borbotta, fa grandi risate, più spesso in privato. Nella seconda metà degli anni ’60 comincia un lungo periodo di crisi professionale e umana. Alcol, droga, un pauroso incidente stradale.
Nel 1962 fa un frontale con la Fiat 1300 presa a noleggio. Nell’incidente muore l’amico Vittorio Faber, paroliere e arrangiatore di alcune sue canzoni. Dopo tre anni gli ridanno la patente e Paoli si schianta con la sua Ferrari 275 GTS contro un albero, a Milano. L’impatto è violentissimo e distrugge completamente l’auto. Accanto a lui c’è Alfredo Cerruti, futuro discografico e produttore. Sopravvivono ma è una linea netta tra il prima e il dopo. E il ‘dopo’ è una fase di buio artistico e personale, lontano dai riflettori, passato tra locali di provincia e tentativi di rimettere insieme una vita accartocciata come lamiere.
Però Paoli torna, vive tutte le sue nove vite. Negli anni Ottanta, quando i capelli si sono già più stempiati, incide un album-tributo per il suo amico Piero Ciampi, “Ha tutte le carte in regola” poi, nel 1985, riconquista le classifiche con “Una lunga storia d’amore“. E dall’ora in poi.

L’anno dopo esce “Ti lascio una canzone”, negli anni ’90 “Quattro amici al bar”. Nel corso della sua carriera fa pace e interpreta canzoni di Joan Manuel Serrat, Charles Aznavour, scrive anche per altri, firma per Zucchero “Come il sole all’improvviso”.
Il jazz non lo abbandona mai. È un gatto sui tetti di Genova, suona con alcuni dei migliori musicisti italiani, in particolare con Danilo Rea, pianista che lo accompagna nelle sue tournée più recenti.
La politica e il carattere
“A Pegli c’era una scritta sul muro: Anarchico e comunista. Io ridevo: che cazzo voleva dire? È una colossale contraddizione”. Nel 1987 è eletto deputato nelle file del PCI. Schivo, poco incline alle concessioni mediatiche, interprete senza schemi, gattaccio, indipendente, nelle sue scelte politiche, anima anarchica.
Nel 1987 Gino Paoli entra in Parlamento, eletto nelle file del Partito Comunista Italiano, non prende mai la tessera e sceglie di sedere nel gruppo della Sinistra indipendente. Lascia la sedia nel 1992. Si descrive più vicino a una visione istintiva e personale della libertà che a una militanza organizzata. La politica, come la musica, per lui è soprattutto un modo per prendere posizione. Preferisce i margini, le tende ai tendoni, i sipari. Il non dover cantare urlando.
“Distribuisco inquietudini, solletico dubbi, pongo domande. Perché il vero compito dell’artista è quello di attivare le idee e di dare un calcio in culo alle coscienze”. Anche il finale è stato discreto, lontano dai riflettori, a Genova, dopo un breve ricovero.




















