La critiche più accese alla presenza dei russi alla Biennale arrivano da chi elogiava l’Unione Sovietica. I russi partecipino e noi non facciamoci ingannare
Getto l’anima oltre l’ostacolo e dico subito: mi schiero contro Giuli, a favore di Buttafuoco. La sede decide per me dell’“oggetto”: è il solo criterio, questo, per sviluppare un’argomentazione concatenata e ragionevole. Vale a dire che, in questo caso, trattandosi di Biennale di Venezia, l’apertura del Padiglione russo equivale, da parte italiana e occidentale, all’avvio di una controversia ideologica. Solo questo. Altrove – presso la Corte internazionale penale dell’Aja, ad esempio – si accerteranno poi responsabilità per crimini di guerra russi. A Venezia invece andrà in scena, se la partecipazione russa sarà confermata, un confronto tra “visioni del mondo” o ideologie.
La sfida del padiglione russo
Sarebbe paradossale, a mio avviso, che le democrazie liberali temessero a tal punto il punto di vista russo, sia pure il punto di vista degli ideologi del Cremlino, da impedire loro di sbarcare in laguna. Abbiamo un’opinione tanto scarsa dell’elettorato democratico? Temiamo che il minimo contagio ideologico possa far crollare motivazioni già languenti, e diminuire il sostegno a favore dello Stato di diritto? Se così fosse, a maggior ragione dovremmo esporci al confronto, per così dire senza pietà per noi stessi: sarebbe infatti evidente che le nostre democrazie, ormai vuoti simulacri, sono disertate dal consenso e non cadono a pezzi solo per l’esercizio di un’odiosa censura.
Non è in questione, pare, lo Stato di diritto. Ma il diritto o meno alla continuità culturale, l’ammissibilità o meno di politiche estremistiche in ambiti di immigrazione e gender, le politiche della sicurezza, la rappresentanza delle classi medie. Sono queste le sfide che i nuovi “slavofili” lanciano alle democrazie occidentali in nome dell’eurasiatismo. Siamo tenuti a rifiutare tali sfide? Possiamo ignorarle? O non dobbiamo invece accoglierle, facendo come i judoka – accogliere il colpo avversario per rispondere con forza superiore, come il giunco si flette e poi sferza con nuovo vigore?
Le domande che dobbiamo porci
Negare alla Russia il diritto all’apertura del proprio padiglione equivarrebbe a mio avviso, con buona ipocrisia da parte europea occidentale, a sottrarsi a un auto-esame su questioni politiche fondamentali, che elenco: la trasparenza (o opacità) del processo di selezione delle élite politiche nazionali e comunitarie (ci convince? non ci convince? ne siamo soddisfatti?); l’odierna credibilità dei partiti come mediatori; l’efficacia (o inefficacia) delle politiche sociali e del lavoro; il rapporto tra culto, sacralità e diritto; la nascita di società post-secolari dall’esaurimento del progetto illuminista; il rapporto tra Europa e America, oggi servile, o tra Europa e Asia. Etc.
Lasciamo perdere, per un attimo, le stragi di Buca o gli omicidi politici: non perché siamo minimamente disposti a tollerare o, ancor meno, a dimenticare le une e gli altri. Ma perché la Biennale non è la sede per emettere verdetti attendibili e comminare pene efficaci. A questo servono istruttorie minuziose e tribunali. Soprattutto perché abbiamo estremamente a cuore le sorti, oggi regressive, della democrazia liberale: sorti che dipendono in larghissima parte proprio dalla serietà con cui avremo cura di rispondere alle domande di cui sopra, siano esse fatte proprie, legittimamente o meno, con motivazioni più o meno strumentali, dagli ideologi del Cremlino. O crediamo che il laicismo, che niente ha a che fare con una laicità rispettosa delle tradizioni e delle differenze, possa davvero assicurare un futuro politico all’Europa, alla sua autorevolezza geopolitica?
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L’ipocrisia della sinistra
C’è qualcosa di umoristico nell’intransigenza con cui gli eredi di un Partito, il PCI, che per poco meno di quattro decenni ha avallato le menzogne del Padiglione sovietico in Biennale, invariabilmente proteso a presentare l’URSS come “potenza di pace” e “paradiso dei lavoratori”, oggi si scagliano contro un’autocrazia di segno uguale e contrario, in realtà nata dalla costola staliniana del patriottismo della Grande guerra. Il PCI neostalinista e bréžneviano, ricordiamolo, che ancora nel 1974, a distanza dunque di oltre due decenni dalla morte di Stalin, appoggiava senza esitazione, nella persona di Giorgio Napolitano, allora Presidente della Commissione cultura, l’esilio di Solženicyn; e nel 1977 fu oppositore indomito della Biennale del dissenso, tenutasi, sempre a Venezia, per iniziativa di Carlo Ripa di Meana.
Il caso di Levi
Sono responsabilità gravi, queste, il cui peso ricade sugli eredi a meno che non vi sia un’abiura esplicita e radicale. Torniamo allora all’umorismo involontario di chi, da sinistra, si straccia le vesti in questi giorni. Breve esercizio di rammemorazione. 1954. Carlo Levi compie un viaggio in URSS da cui trae Il futuro ha un cuore antico, pubblicato da Einaudi. Stalin è appena morto, il duumvirato Malenkov-Chrušcev regge l’Unione Sovietica, molte speranze, da parte comunista, si appuntano proprio su Chrušcev, che ha avuto il coraggio di denunciare il “culto della personalità” e, malgrado l’enorme potere accumulato, sembra mantenere la semplicità del contadino. La narrazione di Levi si apre sulla grande fiera moscovita dell’agricoltura. L’Unione Sovietica si autorappresenta, ai suoi occhi, attraverso le molteplicità delle coltivazioni regionali e il successo dell’agricoltura collettiva, le sue “mille patrie”, i costumi multicolori di kolchozyani ucraini e bielorussi, tagiki e azeri.
Levi non dubita per un attimo della veridicità dello spettacolo – non dubita per un attimo di scambiare per contadini festanti quello che è uno dei tanti “villaggi Potemkin” allestiti ad hoc per il visitatore occidentale, popolati di giovani “guardie rosse”, membri del Komsomol e ufficiali dei servizi segreti. Bene. Questa è solo una delle dabbenaggini o omissioni che costellano il racconto di Levi: ma non è di questo che desidero parlare adesso. Piuttosto osservare che Putin, ex-KGB, conosce bene la tradizione staliniana dei “villaggi Potemkin”.
Il kitsch patriottico
E, sia o meno il mandante del Padiglione russo che si annuncia alla Biennale, lo spettacolo che andrà in scena, quale ci è stato descritto in questi giorni, assomiglia molto alla fiera dell’agricoltura descritta da Levi. Suoni, musica e colori dalla Russia delle “mille patrie” – senza alcuna menzione, oggi come nel 1954, del brutale dominio russo-bianco sulle popolazioni russe non europee, della disparità di trattamento in relazione alla mobilitazione bellica e al reclutamento, ai dislivelli economici e sociali cui il governo moscovita si guarda bene dal porre rimedio.
Assisteremo quindi, in occasione della Biennale 2026, a una festosa (pre- e anti-politica!) esibizione delle culture regionali russe, europee o asiatiche; cristiane, islamiche o sciamaniche; presentate come concordi nello sforzo, unanimi nell’entusiasmo. Tale esibizione, se considerata sullo sfondo del conflitto russo-ucraino e della “carne da cannone” ivi riversata da parte moscovita, rimuove un’odiosa discriminazione su base per lo più etnica. Possiamo davvero aver paura di questo kitsch patriottico, sfrontatamente mendace, degno del padiglione di un’Expo? A simili esibizioni abbiamo creduto, traendone ampi vantaggi, nel 1954: vergognosamente. Non possiamo denunciarle nel 2026, in Italia, senza avere prima fatto i conti con decenni di filo-sovietismo “progressista”, incurante di GULag, deportazioni e detenzione psichiatrica. Detto ciò: alle domande di cui sopra, formulate o meno da una canaille slavofila per cui proviamo sincero raccapriccio, faremo bene a rispondere, proprio perché siamo filo-occidentali. Prima che per noi rispondano, distruttivamente, elettorati stremati e demagoghi “populisti”.


















