La canzone di Sal Da Vinci, fresco vincitore di Sanremo, è una metafora della modernità che finge di essere tradizione
Quando Sal Da Vinci vince il Festival di Sanremo, non è la tradizione che trionfa sulla modernità. È la modernità stessa che, improvvisamente, confessa il proprio desiderio segreto di tradizione. E non si tratta di nostalgia. La nostalgia guarda indietro; qui invece siamo di fronte a qualcosa di più radicale – il bisogno strutturale di un punto fermo in un universo che ha fatto della fluidità la propria ideologia dominante. Il titolo della canzone è già un gesto teorico: “Per sempre sì”.
Nel mondo contemporaneo, tutto è temporaneo: contratti, relazioni, identità, perfino le convinzioni politiche. L’ideologia ufficiale ci dice: sii flessibile, sii adattabile, non legarti troppo. E tuttavia, sotto questa superficie di libertà, si nasconde una fatica immensa. La libertà permanente diventa angoscia perpetua.
Allora ecco che una canzone che pronuncia il “per sempre” senza ironia produce un effetto quasi scandaloso. Non perché sia rivoluzionaria in senso estetico, ma perché osa dire l’assoluto in un’epoca che lo ha sospeso.
Il “sì” all’ordine simbolico
Non si deve cadere nell’illusione romantica. Il “per sempre” di Sal Da Vinci non rompe l’ordine simbolico dominante; lo stabilizza. È una valvola di sicurezza. Per tre minuti possiamo credere che qualcosa non sia negoziabile, che un “sì” sia definitivo. Poi torniamo alle nostre vite reversibili. È come nel cinema hollywoodiano classico: il lieto fine non elimina il conflitto reale, lo sublima. Qui la modulazione finale – quel salto tonale prevedibile eppure efficace – funziona esattamente così. È l’atto di riconciliazione sonora che chiude la tensione. Non ci viene chiesto di affrontare la frattura; ci viene offerta una sua temporanea armonizzazione.
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Una canzone che vince Sanremo non è mai soltanto una canzone. È, prima di tutto, un refolo d’aria che entra nelle stanze della nostra conversazione collettiva, una parola che tutti – o molti – sentono di poter fare propria. La musica di “Per sempre sì” attinge alla tradizione melodica italiana, con derive neomelodiche riconoscibili nei fraseggi e nelle aperture emotive, ma non rinuncia a un tocco di modernità nella produzione – frutto di un team che include pop e leggeri influssi funk e pop contemporaneo.
È un equilibrio fragile, perché rischia di pendere tanto verso il classico sentimentalismo quanto verso una forma di pop generico. E invece trova una sua grazia: la grazia di non avere paura della semplicità. In un’epoca in cui molte canzoni parlano d’amore come sospetto, metafora o espediente narrativo, qui l’amore è concreto, quasi materiale: un vestito bianco di sposa, una casa, un percorso di ostacoli che si affronta insieme.
La gestualità
Il punto più interessante è nell’esecuzione. La mano sul petto, il braccio che si apre, il passo in avanti nel momento della promessa. Molti direbbero: è teatralità tradizionale. Si potrebbe invece dire: è la materializzazione dell’ideologia. Il corpo diventa garanzia del significante. Non basta dire “per sempre”; bisogna mostrarlo. Il gesto largo è la prova visiva della sincerità. In un’epoca dominata dal sospetto – sospetto verso i politici, verso i media, verso le relazioni – il corpo pienamente esposto diventa certificato di autenticità. Ma l’autenticità stessa è un prodotto ideologico.
Noi vogliamo credere che qualcuno creda davvero. Non importa se il “per sempre” sia ontologicamente impossibile; importa che venga pronunciato senza esitazione. La parola assoluta trova nel gesto il suo appoggio visibile. Senza il gesto, la promessa sarebbe fragile. Con il gesto, diventa scena. Gesto che infine viene anche decostruito in un ritmo scandito con sapienza più moderna e ammiccante, come per definire i segni di una precisa intenzione coreografica con un surplus di ironia non prevista. Tutti possono ripetere, tutti possono identificarsi.
Il ruolo di Napoli
E poi c’è Napoli. Ah, Napoli! Qui si deve essere cauti. Napoli non è semplicemente una città; è un significante carico di immaginario. Passione, eccesso, verità emotiva, intensità. Quando Da Vinci inserisce l’inflessione dialettale, quando conclude con una frase in napoletano, non sta solo esprimendo una radice personale. Sta attivando un intero campo simbolico già pronto per l’uso. La napoletanità diventa un dispositivo di autenticazione: «Vedete, è vero, è caldo, è sincero». E qui emerge il paradosso fondamentale.
La canzone sembra conservatrice nella forma, eppure intercetta una verità del presente: la nostra incapacità di sopportare l’indeterminatezza. Ma questo non significa che siamo tornati al passato. Al contrario, il passato ritorna come sintomo. Il melodramma non è un residuo; è un ritorno del rimosso. In un mondo ironico, l’enfasi diventa radicale. In un mondo frammentato, la pienezza appare sovversiva. Tuttavia, questa sovversione è perfettamente integrabile nel sistema spettacolare, come la sequenza gestuale che Da Vinci propone agli spettatori perché la facciano propria.
Desiderio di eternità e certezza di precarietà
Sanremo non è un laboratorio di rottura; è un grande rituale di riconciliazione nazionale. La vera domanda allora non è: la canzone è vecchia o nuova? La vera domanda è: quale mancanza viene colmata dal suo successo? Forse la mancanza di un “noi” stabile. Forse la fatica di vivere nella continua provvisorietà. Forse il desiderio di un atto irrevocabile in un mondo che ci chiede di essere sempre pronti a revocare. E tuttavia, se siamo davvero onesti, dobbiamo riconoscere che il “per sempre” funziona solo perché sappiamo, inconsciamente, che è fragile. Se fosse davvero garantito, non avrebbe bisogno di essere cantato con tanta enfasi. La promessa è tanto più potente quanto più è minacciata. L’acuto finale, la modulazione: sono tutti tentativi di coprire l’insicurezza strutturale del significante. Che infatti poi trapela nella partitura dei segni gestuali che sigillano ironicamente la chiusura della performance.
Il bisogno di assoluto
Così la vittoria di Sal Da Vinci non è un semplice trionfo melodico. È la messa in scena di un conflitto irrisolto tra il desiderio di stabilità e la realtà della precarietà. Noi applaudiamo non perché crediamo ingenuamente al “per sempre”, ma perché abbiamo bisogno di credere che sia ancora pronunciabile. Ecco il punto decisivo: il successo di “Per sempre sì” non ci dice che siamo diventati improvvisamente tradizionalisti. Ci dice che anche nel cuore della modernità liquida permane il bisogno di un assoluto.
Non c’è un assoluto teologico, non c’è un assoluto politico, proviamo almeno con un assoluto sentimentale. Qui si trova la cifra più politica della canzone sanremese, pur senza propaganda alcuna. In un tempo segnato da scetticismo e sfiducia – verso le istituzioni, verso i rapporti, verso il futuro – “Per sempre sì” propone un atto simbolico senza essere retorico: l’atto di impegnarsi, di scegliere e di restare.
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La menzogna necessaria
Questo, paradossalmente, è ciò che la rende moderna. Perché la modernità non si misura solo nell’innovazione formale, ma nella capacità di una forma artistica di articolare ciò che viviamo nel profondo. La canzone offre questa possibilità per pochi minuti. Poi la vita riprende. Ma quei minuti sono sufficienti a rivelare la verità del nostro tempo: sotto la superficie della flessibilità, desideriamo ancora un vincolo.
Sotto l’ironia diffusa, desideriamo ancora un gesto serio. Sotto la frammentazione, desideriamo ancora un’unità. E forse è proprio questo che rende la vittoria così significativa. Non la qualità formale – pur solida – non la fedeltà alla tradizione, non la napoletanità evocata. Ma il fatto che, collettivamente, abbiamo scelto di applaudire un uomo che, davanti a milioni di spettatori, ha detto «per sempre sì» come se fosse possibile.


















