Non la musica ma il dispositivo culturale che tutti conoscono e continuano a celebrare: Sanremo come liturgia televisiva che sincronizza il Paese, assorbe anche il rifiuto e trasforma l’evento in rito inevitabile
La cosa davvero inquietante di Sanremo non è la musica mediocre, né la retorica delle emozioni vere. È il fatto che tutti sappiamo perfettamente come funziona e tuttavia partecipiamo lo stesso. Questo è il punto ideologico in senso stretto.
Carlo Conti amministra il rito con l’aria neutra del funzionario che certifica l’inevitabile: share, tempi, scalette. L’ordine è già ideologia. Le lacrime e le gaffes di Laura Pausini non sono un incidente emotivo, ma la prova che il dispositivo funziona: il sistema ha bisogno di un eccesso di autenticità per nascondere la propria artificialità.
Sullo sfondo c’è il fantasma e la voce dall’oltretomba di Pippo Baudo, il padre simbolico che “li ha scoperti tutti”. Il mito originario che garantisce continuità: non è solo uno show, è tradizione nazionale. La promessa di distanza di Giorgia Meloni – “non andrò” – rientra perfettamente nel dispositivo. L’apparente rifiuto rafforza il centro: anche negandolo, si riconosce che lì accade qualcosa di imprescindibile.
L’odio mite e il giovanilismo di Stato
Lo vorrei dire senza esagerare, quasi sottovoce, ma da subito, a scanso di equivoci. Io odio Sanremo, ma con l’odio mite che si riserva alle cose inevitabili, come il traffico del venerdì sera o le riunioni di condominio. Non è un odio viscerale, è un fastidio profondo e rassegnato, una specie di eczema dell’anima.
Per me Sanremo non è un programma televisivo: è una liturgia della tarda modernità italiana, il luogo in cui il Paese mette in scena la propria incapacità di pensare il tempo. Odio Sanremo non per snobismo – lo snobismo è un sentimento nobile, richiede disciplina – ma perché Sanremo è la sagra del giovanilismo come ideologia di Stato. Un giovanilismo senza giovani, o peggio: con giovani già vecchi dentro, già impostati, già corretti, già addestrati all’autotune come al catechismo.
Autotune e marketing sentimentale
I giovani a Sanremo non sono soggetti, sono figuranti del presente. Portano addosso segni riconoscibili – tatuaggi, fragilità esibita, look calibrati – ma non incidono sul racconto. Voci senza corpo, canzoni senza rischio, testi che parlano di tutto e quindi di niente. La sofferenza messa in posa, il disagio con la luce giusta, la rabbia ben educata che non disturbi il palinsesto. L’autotune non è uno strumento: è una fogna emotiva.
Serve a livellare, a cancellare l’imperfezione, a rendere tutto presentabile, spendibile, replicabile. È il Photoshop dell’anima. Sanremo ne è il santuario, con cantanti che sembrano usciti da un laboratorio di marketing sentimentale: stessi falsetti, stessi pianti calibrati, stesse pause studiate per il tweet del mattino dopo. Nessuno che stecchi davvero, nessuno che rischi il ridicolo, che sarebbe l’ultima forma di verità rimasta.
Archeologia emotiva
Poi, come ogni museo delle cere che si rispetti, di anno in anno Sanremo resuscita un’icona. Oggi la reliquia è Patty Pravo, grande madre da applaudire in piedi, santino pop da esibire per dimostrare che “noi rispettiamo la storia”. È archeologia emotiva: l’Italia ama i suoi ribelli solo quando diventano patrimonio dell’Inps culturale.
Il set che si finge evento
Sanremo non è un Festival della canzone: è un’opera seriale che va avanti per inerzia, un racconto che si ripete cambiando solo gli attori, come certe saghe cinematografiche che nessuno ha il coraggio di chiudere. Il problema non è la musica, o non solo. Il problema è il dispositivo spettacolare. Sanremo è un set che si finge evento, un evento che si comporta come una fiction a lunga durata. Tutto è già scritto, tutto è già previsto, perfino l’imprevisto. Ogni anno si promette il nuovo, e ogni anno il nuovo arriva già vecchio, già addomesticato, già tradotto nel linguaggio rassicurante della prima serata.
Sanremo è un dispositivo culturale di normalizzazione diffusa. Non produce musica, produce soggettività temporanee. Per una settimana, i corpi, le voci, le emozioni vengono organizzati, distribuiti, resi leggibili. Tutto è visibile, tutto è detto, tutto è commentato. Nulla sfugge. Sanremo è la televisione che ha smesso di chiedere attenzione e si accontenta della nostra presenza biologica. Siamo lì. Respiriamo. E questo basta. Il resto lo fa lui.
La tv che occupa
La tv, con Sanremo, non trasmette: occupa. Occupa il tempo, il campo visivo, anche il pensiero laterale. È flusso puro, corrente alternata di immagini, voci, applausi che non chiedono risposta. Non è spettacolo, è stato puro. Uno stato di veglia ipnotica, di sonnambulismo condiviso. La tv non guarda più il mondo: guarda sé stessa che continua senza soste.
La comunità del non-evento
La liturgia festivaliera è un replay infinito. Tutto ritorna, tutto è già visto. L’Ariston non è un luogo, è un’inquadratura che resiste al tempo. I cantanti entrano come fotogrammi. Passano. Scompaiono. Riappaiono. Non cantano, vengono trasmessi. La musica è un pretesto sonoro per giustificare l’immagine che insiste. E poi c’è il momento più inquietante: noi che che si riuniamo per guardarlo insieme. Come se Sanremo fosse un evento. Come se stesse accadendo qualcosa. Come se fosse necessario esserci in compagnia, per resistere meglio alla durata, all’eccesso, alla stanchezza programmata.
Perché stiamo insieme
Ma che cosa ci riunisce davvero. Non la musica. Non il piacere. Nemmeno il disgusto. Ci riunisce il rumore di fondo. La possibilità di stare insieme senza guardarci, senza parlarci davvero, senza rischiare nulla. Sanremo è il focolare spento davanti al quale ci si scalda fingendo che ci sia ancora un fuoco. È la comunità del non-evento. Ci riuniamo per non scegliere. Perché Sanremo sceglie al posto nostro. Decide il ritmo, la durata, l’emozione di turno. È la tv che dice: “Tranquilli, non serve desiderare. Vi tengo io.” E noi accettiamo. Portiamo cibo a casa di amici, facciamo battute, commentiamo. Il commento ironico è parte del montaggio. L’odio è previsto. La noia è prevista. La stanchezza è prevista. Tutto rientra nel palinsesto invisibile. Sanremo non teme l’insofferenza: la assorbe. È televisione che ha imparato a nutrirsi del proprio rifiuto.
Una veglia senza morto
E allora perché Sanremo insieme? Perché stare insieme senza uno schermo è diventato troppo rischioso. Perché il silenzio tra persone è diventato insopportabile. Perché Sanremo fornisce una colonna sonora dell’assenza, un tappeto continuo che impedisce alla domanda più pericolosa di emergere: “Perché siamo qui?” Sanremo non unisce. Sincronizza.
Sincronizza corpi stanchi, sguardi intermittenti, risate automatiche. È una veglia senza morto, una festa senza festa, una comunità senza desiderio. Perciò venerdi serà tutti a casa di Antonietta per la puntata delle cover. Almeno queste canzoni ci ricorderanno qualcosa. Ci ricorderanno che un tempo forse siamo stati vivi. Forse.
















